Le ombre di Norma
A Parma torna l’allestimento ottocentesco di Nicola Berloffa con la dilatata lettura musicale di Renato Palumbo
18 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura
Parma, Teatro Regio
Norma
15/02/2026 - 22/02/2026È una Norma con più ombre che luci quella offerta come secondo titolo nell’ambito della stagione operistica del Teatro Regio di Parma, riprendendo l’allestimento del 2022 con la regia di Nicola Berloffa in coproduzione con i Teatri di Piacenza e il Teatro Comunale di Modena.
Un impianto, quello qui proposto, che abbandona l’originaria foresta sacra dei Druidi nella Gallia invasa dai Romani attorno al I secolo a.C. trasportando la vicenda in un «palazzo ottocentesco incendiato e devastato, ultime vestigia di un potere perduto [spostando] l’azione del dramma verso un Ottocento europeo, nel periodo delle grandi lotte e delle rivoluzioni interne che hanno segnato il XIX secolo», per usare le parole del regista. In questo quadro, se sappiamo bene come la variazione di ambientazione non rappresenti un problema di per sé – anzi, spesso offre cambi di prospettiva illuminanti – siamo altrettanto consapevoli che lo può diventare nel caso in cui questa transizione perda per strada alcuni elementi che incidono sul carattere dell’opera originaria. Cosa che, appunto, pare accadere qui, dove nella sostituzione dei “druidi con la barba” con “vecchi generali e soldati” viene disperso quell’elemento celtico-barbarico così pregnante per l’immaginario romantico – su cui, peraltro, si fonda la natura drammaturgica di Norma – che ritroviamo da I Canti di Ossian di James Macpherson a Les Martyrs di François-René de Chateaubriand, quest’ultima una delle fonti dirette di Alexandre Soumet, autore al quale si è ispirato Felice Romani per il libretto di questa tragedia lirica in due atti musicata nel 1831 da Vincenzo Bellini.
Così, tra le statiche atmosfere che animano il cortile del rudere di un grande palazzo diroccato e la grigia e spoglia stanza dell’abitazione della protagonista – scene di Andrea Belli e luci di Simone Bovis – si muovono i personaggi negli eleganti costumi di Valeria Donata Bettella, dando corpo a una vicenda che per altro non ha trovato sul versante musicale una lettura maggiormente convincente.
Renato Palumbo, infatti, guida la sua interpretazione con un passo nel complesso dilatato, cercando un’introspezione riflessiva che se trova momenti di interessante intuizione – certi rallentati che trasfigurano oasi come, per esempio, alcuni passaggi del dialogo tra Norma e Adalgisa in “Deh, con te, con te li prendi” – più spesso stempera un arco musicale la cui architettura espressiva di fondo tende a diluirsi. Un approccio che pare disperdere il segno serrato della successione temporale che caratterizza la concatenazione dei numeri musicali di quest’opera, disinnescando quell’ideale meccanismo di “piano inclinato” che guida – tra dialoghi a due e incursioni collettive – la vicenda verso il precipitare degli eventi. In questo modo, anche l’efficacia drammaturgica generata dall’alternanza tra il dramma intimo e personale da un lato e il conflitto guerresco e patriottico dall’altro risulta attenuata, come è parso emergere nel finale del secondo atto, dove la riflessività dei tempi ha affievolito l’effetto trascinante della tensione crescente che conduce al termine del dramma.
Un carattere che si è riverberato anche sull’andamento di un’Orchestra Filarmonica Italiana impegnata a perseguire un tessuto timbrico-strumentale non sempre a fuoco e di un Coro del Teatro Regio di Parma – preparato da Martino Faggiani – dalla resa segnata dalla consueta sostanza vocale ma dagli equilibri a tratti imprecisi. Anche sul palcoscenico il passo dilatato ha messo alla prova una compagine vocale guidata da Vasilisa Berzhanskaya nei panni di una protagonista la cui voce sicura ha restituito in generale un carattere maturo al personaggio di Norma, superando anche la prova della celeberrima “Casta diva”. Accanto a lei Maria Laura Iacobellis ha tratteggiato un’Adalgisa forse un poco acerba ma nel complesso efficace mentre, oltre all’Oroveso interpretato con solida sostanza da Carlo Lepore, il Pollione di Dmitry Korchak è parso a tratti un poco sopra le righe. Completavano il cast Alessandra Della Croce nei panni di Clotilde e Francesco Congiu in quelli di Flavio.
Il pubblico della “prima” ha applaudito tutti i musicisti impegnati riservando un calore particolare nei confronti della protagonista, mentre qualche sparuto dissenso è stato indirizzato nei confronti della regia.