Tutti i ritmi del Crosscurrents Trio

A Villa Arnò per Albinea Jazz, in provincia di Reggio Emilia, il trio di Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain

Crosscurrent Trio
Recensione
jazz
Albinea, Villa Arnò
Crosscurrents Trio
17 Luglio 2018

All’incrocio delle correnti è dove il mare è più caldo, dove i venti scompaginano, dove qualcosa di interessante accade sempre. Crosscurrents Trio è il nome del progetto in itinere (non hanno ancora inciso nulla, si sono stabilizzati in questo assetto da poco tempo, dopo essersi incontrati varie volte sui palchi in formazioni più ampie) che vede tre personalità di assoluto spicco del jazz (e non solo) riunite: Dave Holland, sobrio e funambolico, al contrabbasso; Chris Potter, nitido e asciutto, ai sassofoni e lo stupefacente Zakir Hussain, maestro indiano alle tabla e alle percussioni.

La formazione che va in scena per Albinea Jazz, in provincia di Reggio Emilia, è dunque è quella di un classico trio jazz pianoless contaminata dalla presenza del set promiscuo di percussioni di Hussain, con i suoi tamburi parlanti (il suono delle tabla è sempre stupefacente) e il suo sentire il beat su cicli differenti. I metri composti abbondano dunque, e infatti la prima composizione si intitola "Lucky Seven", e la sezione ritmica fa scintille, tra anticipi, controtempi, e un ritmo che pare perdere il proprio centro di gravità ma che invece è sempre fluido, rotolante, inarrestabile, forte di una connessione che pare quasi telepatica tra il contrabbasso e le tabla. Uno swing tutto mentale, aereo, per una musica che scorre rigorosa eppure libera, esatta e imprendibile, avventurosa – anche se in qualche frangente suona un po’ accademica (per brevi tratti l’impressione è di qualcuno che si specchi e resti ammirato dalla sua stessa bravura).

Hussain pare quasi una divinità dello sterminato pantheon indiano, suona seduto – come ogni tablista suole fare – ma pare quasi sollevato da terra, per la sensazione di rapimento che trasmette e per la totale immersione in una teoria di battiti e accenti che a noi arriva come qualcosa di naturale, ma che è frutto di una conoscenza sterminata delle complicate figurazioni della musica del subcontinente. Tutto questo ben si sposa con i profili jazz imbastiti da Chris Potter, capace di un suono caldo e avvolgente, mai sopra le righe, abile nel suonare solo le note strettamente necessarie, e con la fitta tela di Dave Holland al contrabbasso.

"Suvarna", una composizione di Hussain, è dedicata proprio alla celebrazione che i musicisti indiani fanno rendendo omaggio ai propri insegnanti, una sorta di preghiera collettiva dove si chiede di essere benedetti dalla luce della conoscenza: è evidente questo sentimento quasi religioso della musica che serpeggia in modo sottile ma costante lungo tutto il concerto, come se il suono fosse (e in effetti a volte è) un modo per entrare in contatto con chi sta in alto, al di là di qualsiasi fede o ateismo. Quello che va in scena è un esempio formidabile di devozione al Dio della musica, una devozione che è passata e passa attraverso una pratica continua e quasi monacale. Tra una dedica al grande chitarrista John McLaughlin, sodale di Hussain nel progetto Shakti (fulgido esempio di contaminazione tra il jazz e la musica indiana), con un pezzo intitolato "J Bai" (ovvero Fratello John) e un ultimo pezzo, "Hope", a firma di Potter, dal sapore quasi caraibico nelle movenze del tema, lo spettacolo non è solo in ciò che arriva alle nostre orecchie ma anche nelle facce dei tre, rapiti e concentratissimi e spesso sorridenti, a comunicare un mistico abbandono alle vibrazioni che si spandono nell’aria.

Nella cornice cinematografica del parco di Villa Arnò (basta allontanarsi per un attimo dalle prime file per godere, dalle retrovie, di uno spettacolo visivo che nulla ha da invidiare a certi fotogrammi de La grande bellezza) il trio viene poi richiamato a furor di popolo per un bis, durante il quale Hussain abbandona le sue tabla per passare alla kanjeera, un piccolo tamburello in pelle di coccodrillo, con il quale guida il nostro ultimo viaggio, "Bedouin Trail", come un chai nel deserto (non importa se in Nord Africa o nel Nord dell’India, il deserto è anche un luogo della mente) al suono di un blues enigmatico e allusivo.

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