Storia semiseria di un’invenzione geniale

A Vicenza per le Settimane Musicali del Teatro Olimpico Claudio Ambrosini riscrive con un tocco di umorismo la storia di Bartolomeo Cristofori e della sua geniale invenzione

SN

02 giugno 2026 • 3 minuti di lettura

Emanuele Piovene e il disklavier (Foto Antonio Magazzino)
Emanuele Piovene e il disklavier (Foto Antonio Magazzino)

Vicenza, Palazzo Chiericati

Vicenza, Settimane musicali del Teatro Olimpico

31/05/2026 - 31/05/2026

Che cosa sarebbe successo se Bartolomeo Cristofori, invece di trovare ascolto presso il Gran Principe Ferdinando de' Medici, avesse tentato di convincere il Doge di Venezia della bontà della sua invenzione? Da questa domanda nasce Bartolomeo Cristofori e la vera storia dell'invenzione del pianoforte, melologo buffo di Claudio Ambrosini, autore anche del testo, che approda a Palazzo Chiericati nell'ambito delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico dopo il debutto a Padova nello scorso settembre al festival dedicato a Cristofori.  

L'idea è indubbiamente felice. La storia reale dell'artigiano padovano che, tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento, rivoluzionò il mondo degli strumenti a tastiera sostituendo i plettri del clavicembalo con il meccanismo a martelletti del futuro pianoforte, viene riletta attraverso una divertita ipotesi alternativa. Cristofori, suddito della Serenissima, si presenta al Doge per illustrargli le meraviglie del nuovo strumento, perfino modellato – nell'invenzione scenica – sul profilo del corno dogale. Il problema è che l'intuizione drammaturgica sembra esaurirsi quasi interamente qui. Lo spettacolo procede come una lunga dimostrazione delle possibilità del pianoforte, mentre il dialogo fra l'inventore e il riluttante Doge fatica ad acquisire reale spessore teatrale. La struttura resta quella di un canovaccio piuttosto esile, nel quale le situazioni si susseguono senza accumulare vera tensione narrativa. Anche la partitura assemblata da Claudio Ambrosini, costruita come una successione di brevi episodi, effetti e sorprese sonore, appare troppo frammentaria per lasciare emergere un riconoscibile segno autoriale. Più che sviluppare un percorso musicale coerente, il lavoro sembra concentrarsi nell'esibizione delle risorse tecniche del disklavier, moderno erede elettronico della pianola. Imitazioni di suoni naturali, giochi timbrici, spettri acustici e richiami al pianoforte preparato si rincorrono con indubbia abilità artigianale, ma finiscono per suggerire l'impressione che il principale beneficiario dello spettacolo sia proprio lo strumento. Alla fine Cristofori assomiglia meno a un geniale inventore che a un solerte rappresentante commerciale incaricato di illustrarne il catalogo.

Il disklavier (Foto Antonio Magazzino)
Il disklavier (Foto Antonio Magazzino)

A sostenere gran parte dello spettacolo è Emanuele Piovene, chiamato a dar voce a un Bartolomeo Cristofori ostinato, visionario e perennemente impegnato a illustrare le virtù della propria invenzione. L'attore affronta il ruolo con energia e buon mestiere, mantenendo saldo il filo del racconto anche nei passaggi più esili della drammaturgia. Tuttavia la caratterizzazione, affidata a un dialetto veneto sospeso tra leziosità goldoniane e asprezze ruzantine, finisce spesso per appoggiarsi a un repertorio di inflessioni, ammiccamenti e tipizzazioni che richiamano i più collaudati cliché del teatro amatoriale veneto, senza riuscire a trasformarli in una cifra interpretativa davvero personale.

Unico neo organizzativo, il frequente passaggio di visitatori nelle sale del museo durante la rappresentazione. Un disturbo contenuto, ma che avrebbe potuto essere facilmente evitato riservando temporaneamente lo spazio alla performance. Il pubblico, comunque, ha seguito con attenzione e ha salutato Piovene e Ambrosini con molti applausi, manifestazione tangibile che l'argomento conserva un indubbio interesse. Resta però la sensazione di un'occasione solo parzialmente sfruttata: un'idea brillante che fatica a tradursi in un altrettanto compiuto sviluppo teatrale e che, alla fine, sembra interessarsi più alle possibilità del disklavier che alla figura di Bartolomeo Cristofori.