Santa Cecilia torna nella sua storica sede estiva della Basilica di Massenzio

Daniel Harding e Stefano Bollani in musiche di Gershwin, Ravel e Musorgsky. E tra i bis "Roma nun fa’ la stupida stasera"

MM

20 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

BASILICA DI MASSENZIO (FOTO ANSC-MUSA)
BASILICA DI MASSENZIO (FOTO ANSC-MUSA)

Basilica di Massenzio, Roma

Harding Bollani

17/07/2026 - 17/07/2026

Dopo quarantasette anni di odissea tra varie sedi provvisorie, da quest’anno i concerti estivi dell’Accademia di Santa Cecilia sono tornati alla Basilica di Massenzio, che li aveva ospitati dal 1933 al 1979. Nell’abside dell’aula centrale di questi colossali ruderi imperiali è stato montato un nuovo palco per l’orchestra e il coro, studiato per migliorare l’acustica, ma qualche problema resta, come è inevitabile in un vasto spazio en plein air.

Musiche e interpreti di grande richiamo sono la cifra di questi concerti, che si svoleranno fino al 29 luglio, e il risultato è garantito: i circa millecinquecento posti sono sempre esauriti, tanto che in futuro si potrebbe pensare di replicare i concerti, come d’altronde già si fa nella stagione sinfonica invernale. Riferiamo qui del concerto diretto da Daniel Harding con Stefano Bollani al pianoforte, che la sera successiva è stato eseguito anche a Siena in Piazza del Campo per il festival dell’Accademia Chigiana. Erano in programma tre composizioni di grande presa sul pubblico, che sotto traccia avevano un elemento in comune: sono tre trascrizioni di originali scritti per uno o due pianoforti.

La Rhapsody in blue fu scritta da George Gershwin per due pianoforti e la parte del secondo pianoforte fu trascritta da Ferde Grofé prima per jazz band (è la versione eseguita in quest’occasione) e poi per orchestra sinfonica. È notissima sia agli appassionati del Jazz sia agli amanti della musica sinfonica e non ci sarebbe bisogno di descriverla, ma non si può resistere alla tentazione di ricopiare le parole che le dedicò Gershwin stesso: “… una sorta di policroma fantasia, un caleidoscopio musicale dell'America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio nazionale, i nostri blues, la nostra follia metropolitana”. Si adatta come un guanto a Stefano Bollani, che ne ha dato un’esecuzione irresistibile, facendo zampillare la musica dalle sue dite come se nascesse sul momento dalla sua fantasia scatenata: una vitalità travolgente, senza un attimo di cedimento dal “Moderato assai” iniziale fino al “Grandioso” conclusivo, che contagiava ogni ascoltatore. Da Bollani ce lo si aspettava ma non da Harding e dall’orchestra, che suonava in formato jazz band. Invece hanno eseguito la parte orchestrale con tale naturalezza e tale entusiasmo che si sarebbe detto che fossero nati tutti a New Orleans o a Harlem. Uno per tutti, Alessandro Carbonare, che con il ‘solo’ iniziale del clarinetto ha subito inchiodato gli ascoltatori alle loro sedie.

La seconda parte del concerto era interamente dedicata a Maurice Ravel. Alborada del gracioso, scritta per pianoforte e poi trascritta per orchestra, ha avuto da Harding un’esecuzione molto sfavillante e virtuosistica. Seguivano i Quadri di un’esposizione di Modest Musorgsky nella trascrizione orchestrale di Ravel: Harding guardava proprio ai continui, sorprendenti, meravigliosi e virtuosistici effetti orchestrali del francese, più che al sapore russo della geniale e originale creazione di Musorgsky. Passando dai circa venti strumentisti della jazz band di Gershwin-Grofé alla grande orchestra sinfonica di Ravel venivano alla luce alcuni fastidiosi problemi acustici. La basilica di Massenzio per decenni è stata la sede estiva di Santa Cecilia e nessuno faceva troppo caso agli inevitabili difetti acustici. Ora non solo si è costruito un palco per migliorare l’acustica ma si fa anche uso di un potente impianto di amplificazione con altoparlanti posti ai due lati dell’orchestra. Sicuramente è utile agli spettatori delle ultime file ma bisogna pensare anche a quelli delle prime file, che per oltre un’ora aspettano invano un ‘piano’ dall’orchestra di Ravel ma invece ascoltano soltanto dinamiche che vanno dal ‘mezzoforte’ al ‘fortissimo’. Per di più sentono il suono provenire dall’orchestra posta di fronte a loro e contemporaneamente dagli altoparlanti posti ai lati, con un leggero ma fastidioso effetto di eco, perché il suono proveniente dagli altoparlanti arriva alle orecchie una frazione di secondo dopo quello dell’orchestra. Sicuramente la tecnologia odierna permette di fare meglio.

Ma non vogliamo finire con una nota stonata questo godibilissimo concerto e quindi elenchiamo i quattro bis di cui hanno potuto godere gli ascoltatori. Dopo Rhapsody in blue Bollani ha eseguito Roma nun fa’ la stupida stasera di Armando Trovajoli, in omaggio alla città e al compositore che aveva eseguito la Rhapsody in questo stesso luogo nel 1953. Poi Maple leaf rag di Scott Joplin e un originale mix tra la celebre Mattinata di Ruggero Leoncavallo e l’altrettanto celebre I got rhytm di Gershwin. Alla fine della serata Harding e l’Orchestra hanno eseguito la parte finale dell’ouverture del Guillaume Tell di Rossini, velocissima e irrefrenabile.