Ritorna alla luce un’opera di Stradella

Andrea De Carlo ha diretto Amare e fingere al Festival Barocco Alessandro Stradella 

Amare e fingere
Amare e fingere
Recensione
classica
Scuderie farnese, Caprarola 
Amare e fingere
14 Settembre 2019

L’opera Amare e fingere solo recentemente si è aggiunta al catalogo di Alessandro Stradella, non particolarmente ricco in questo settore. È conservata in un manoscritto della Biblioteca Vaticana, già noto agli studiosi, ma il nome dell’autore era rimasto sconosciuto, finché Arnaldo Morelli non ha trovato una pista che consente di attribuirla a Stradella, che l’avrebbe composta a Roma, negli anni immediatamente precedenti la sua “caravaggesca” fuga dalla città dei papi nel 1677. Il manoscritto giunto fino a noi ne tramanda però una versione leggermente modificata, che fu approntata per una rappresentazione a Siena nel 1676 in onore dei Chigi. A meno di ulteriori futuri ritrovamenti, questa sarebbe la prima opera di Stradella. 

Il compositore aveva poco più di trent’anni e, sebbene avesse già alle sue spalle un lungo catalogo di musiche sia sacre che profane e davanti a sé soltanto pochi anni di vita, ha i caratteri tipici di un’opera giovanile, perché solo a tratti si manifestano la genialità del compositore, la sua originalità e la sua forza drammatica. Proprio per questo motivo qualche musicologo aveva escluso che Amare e fingerepotesse essere di Stradella, ma giustamente Morelli si dice scettico sul metodo di attribuire una composizione basandosi su considerazioni stilistiche, che in definitiva sono sensazioni personali e possono indurre in errore. Diciamo allora che, se è di Stradella, non è lo Stradella di capolavori come gli oratori EsterSan Giovanni Battista eSanta Susanna e le opere La forza dell’amor paternoIl Trespolo tutoreIl moro per amore

La responsabilità è probabilmente in gran parte del libretto, intricatissimo e quasi impossibile da seguire ma povero di situazioni interessanti e di “affetti”, che avrebbero dato modo a Stradella di esprimere lo straordinario talento drammatico che lo caratterizza. Accanto ad arie schematiche, con melodie banali e – quel che è più insolito in Stradella – armonie convenzionali e prevedibili, non mancano però arie, duetti e recitativi più incisivi, quando il libretto ne offra l’occasione: allora effettivamente si può riconoscere Stradella. In definitiva, nonostante i momenti deboli, è un’opera molto interessante, sia per il giallo dell’attribuzione sia per l’affiorare della personalità del futuro autore di alcune delle opere più importanti della seconda metà del diciassettesimo secolo.

Il Festival Barocco Alessandro Stradella ha dunque fatto benissimo a presentarla. Era affidata alla direzione di Andrea De Carlo, uno dei più convinti e appassionati divulgatori della musica di Stradella e uno dei suoi interpreti più attendibili. Poteva contare sui giovani cantanti e strumentisti dello Stradella Y-Project, a cui egli stesso ha dato vita una decina di anni fa con gli allievi del Conservatorio dell’Aquila e che ora è cresciuto fino ad accogliere giovani musicisti di tutta l’Europa. Indubbiamente la sua guida è stata fondamentale per portare questi giovani ad interpretare un’opera che non presenta difficoltà tecniche particolarmente elevate ma richiede un’interpretazione ben approfondita e consapevole delle sottigliezze della scrittura di Stradella. Questo risultato indubbiamente è stato raggiunto. Gli interpreti delle due coppie di amanti - Beatriz Arenas Lago, Sofie Garcia, Nikolay Statsyuk, Yuri Miscante Guerra - non hanno però ancora quel quid in più che permette di scolpire il carattere dei personaggi e conferirgli l’adeguata grandezza drammatica. Più facile, sotto quest’ultimo aspetto, il compito di Antonia Fino e Magdalena Pikula, che interpretavano le tradizionali figure del tutore e della servetta.

L’opera è stata rappresentata secondo la formula della “mise en espace”, ovvero senza scene e costumi ma con la regia, affidata in questo caso a Pawel Paszta. Come è nelle regole di questo tipo di spettacolo, la sua regia è stata minimalista ma è comunque riuscita a cogliere almeno a tratti la teatralità di un’opera barocca. Per esempio, era ben centrata la figura della servetta, semplice ma astuta. Tuttavia per seguire la labirintica vicenda e darle consistenza teatrale sarebbe stato d’aiuto qualcosa in più. 

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