Paolini e Brunello nell’Europa dei rinati confini

A Bassano OperaEstate Marco Paolini presenta Senza confini_No border 

no border - Bassano
Foto di Gianluca Moretto
Recensione
oltre
Bassano, OperaEstate Festival Veneto
Senza confini_No border
21 Luglio 2020 - 22 Luglio 2020

È un racconto sulla nostra follia contemporanea risultante da paure ancestrali quello di Marco Paolini con la complicità di Mario Brunello e Andrea Marcon in Senza confini_No border. Un racconto fatto certamente di parole ma soprattutto di musica, musica che rifiuta ogni frontiera di genere, «per non diventare servi della paura» ma anche per cercare di superare la distanza fisica (e non solo) che la paura del contagio ha instillato in ognuno. «Non misurateci a distanza» è l’appello di Paolini agli spettatori della Sala Da Ponte di Bassano del Grappa, affollata come può essere in tempi di coronavirus, nella quale la produzione di OperaEstate è stata dirottata dal previsto spazio all’aperto del Castello degli Ezzelini a causa del maltempo. 

Nato per celebrare i primi 40 anni del vivacissimo festival estivo della cittadina veneta, un anno fa lo spettacolo era destinato a essere una riflessione sull’Europa e la sua identità smarrita. Inevitabilmente segnata dalle conseguenze della pandemia, quella riflessione non è mutata ma è diventata estrema su quello che in un tempo non lontano voleva essere un continente senza frontiere e che improvvisamente (e forse inevitabilmente) ha fatto rinascere frontiere e pregiudizi frutto di una paura che il virus ha fatto esplodere. 

Si apre con un eloquente caos in musica, che è quello composto da Jean-Féry Rebel come apertura del suo Les Elements, che qui, con una inquietante inversione di senso, segna piuttosto la fine di un mondo come avevamo conosciuto finora. È un’Europa serva della paura che rialza muri che credevamo caduti per sempre. È un’Europa attraversata dalla follia, proprio come quella che contagiò il continente dal Portogallo alla Transilvania con un codice genetico di sole otto note: è la “folia”, che Brunello definisce «il blues del XVII secolo», un vento sonoro di follia che investe i più grandi compositori di quel secolo e del successivo e ne mette al cimento la creatività. È quella follia in otto note nelle ariose variazioni per i due violini virtuosistici della Sonata RV 63 di Antonio Vivaldi e le elaborate geometrie corelliane del Concerto grosso di Francesco Geminiani il filo rosso musicale che, con brani diversi di Johan Sebastian Bach, ancora Vivaldi e Giuseppe Tartini, lega insieme i due racconti i due racconti di Paolini: parte appunto da un filo il primo e rievoca la catastrofe della tempesta Vaia che nell’autunno del 2018 sradicò migliaia di ettari delle foreste venete con la suggestione di una nenia mediorientale cantata da Saba Anglana sugli arabeschi del violoncello di Brunello e l’esortazione a «generare, rammendare e restaurare» facendo leva sulla parte femminile di ciascuno di noi.

Il secondo, nelle corde affabulatorie (e comiche) più tipiche dell’attore veneto, rievoca un avventuroso viaggio oltrecortina (che non ha niente a che vedere con quella della conca ampezzana, come scherza Paolini) da Venezia con una compagnia di comici in tournée verso Breslavia fra mille intoppi e attraverso una Europa frammentata da mille frontiere. Un ballo improvvisato al suono di un’orchestra che torna a casa unisce i comici italiani, un ballerino russo e le guardie al di là della cortina di ferro: la prima crepa nel muro aperta dalla musica e fra crollare quel muro nove anni dopo. A distanza di trent’anni quei muri si rialzano per combattere un nemico insidioso e invisibile, eppure nulla è più labile delle frontiere umane: le nuvole ci passano sopra impunemente, i granelli di sabbia le attraversano come le pietre che rotolano dalla montagna violando le terre degli altri.

Convivere in uno spazio stretto impone tolleranza, fiducia ma questo virus ha colto l’Europa impreparata e ne ha svelato le fragilità. “Europa, dai! Un po’ di coraggio”: Saba Anglana canta sulle note monteverdiane di Sì dolce è ’l tormento le parole alle quali Paolini affida il suo messaggio finale per un rinnovato impegno civile: “Rialza la testa, Europa. Ritrova coraggio, riprendi il tuo viaggio. Questa sia terra di mia libertà.” 

Nonostante gli ingredienti di qualità – i cinque bravi strumentisti del Venice Baroque Consort diretti da Andrea Marcon al clavicembalo per i contributi classici (che l’infelice amplificazione appiattisce non poco), la versatilità del violoncello “di frontiera” di Mario Brunello, la voce intensa di Saba Anglana e il collaudato mestiere dell’affabulatore Paolini – questo difficile amalgama stenta a decollare soprattutto per la debolezza del frastagliato impianto drammaturgico.

Pazienza se talvolta si ha l’impressione di una rimpatriata fra amici dopo un periodo difficile per tutti; la sincerità dell’intenzione e lo slancio politico di questo amaro ma mai disperato Senza confini_No border arrivano comunque al pubblico numeroso della Sala Da Ponte, che ricambia con applausi calorosi dedicati a tutti gli interpreti. 

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