Napoli Milionaria a Bologna

Con la regia di Lombardero e la direzione di Feddeck, l'opera di Nino Rota segna l'ultimo spettacolo al Comunale Nouveau

GD

13 giugno 2026 • 4 minuti di lettura

Napoli Milionaria (Foto di Andrea Ranzi)
Napoli Milionaria (Foto di Andrea Ranzi)

Comunale Nouveau, Bologna

Napoli Milionaria

12/06/2026 - 17/06/2026

La prima volta in assoluto di Napoli Milionaria a Bologna è stata anche l’ultima volta per uno spettacolo lirico rappresentato sul palco dello spazio provvisorio del Comunale Nouveau, che ha accompagnato – non senza pochi e inevitabili disagi – il pubblico felsineo per quattro anni nell’attesa della riapertura, al termine dei lavori di ristrutturazione e prevista per San Valentino 2027, della sede storica sita in Piazza Verdi. Allo stesso tempo, il debutto bolognese dell’ultima opera di Nino Rota (la Prima si svolse nel 1977 al Festival dei Due Mondi di Spoleto) tratta dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo chiarisce le intenzioni della direzione artistica di Pierangelo Conte e della sovrintendenza di Elisabetta Riva: la storia del melodramma italiano ha continuato a respirare anche dopo la morte di Puccini e affiancare opere di repertorio a nuove commissioni in prima assoluta (Olympia di Nicola Campogrande) e opere del secondo Novecento che meritano una riscoperta (Napoli Milionaria, appunto) non può che essere considerato un proposito virtuoso. Inoltre, allestire l’ultima perla lirica di Rota richiede uno sforzo produttivo e organizzativo non da poco, considerando l’elevato numero di personaggi contenuto nel libretto firmato dallo stesso Eduardo. In generale, si può dire che la scommessa è stata vinta sul fronte artistico, mentre dal punto di vista commerciale occorre attendere di scoprire quale sarà il destino di questa produzione e se sarà possibile esportarla (stando a quanto dichiarato da Riva durante la conferenza stampa di presentazione, l’intenzione c’è, con uno sguardo particolare rivolto all’Argentina).

La regia è stata curata da Marcelo Lombardero (al debutto in Italia), il quale fa ciò che è giusto fare quando il compito consiste nel presentare a un pubblico ignaro un’opera dimenticata e praticamente quasi sconosciuta: l’allestimento è di stampo tradizionale, nel pieno rispetto dell’ambientazione originale del libretto (dal 1942 ai primissimi anni del Secondo dopoguerra), e attinge all’estetica (neo)realista proponendo come centro spaziale dell’azione una tipica casa napoletana, tra intimismo psicologico e bozzetto folkloristico (gli iconici panni stesi fuori che incorniciano cinematograficamente tutta la scena). La gestione delle masse è risultata convincente e il lavoro svolto dal regista sulla lingua napoletana in sede attoriale è sembrato equilibrato; insomma, uno spettacolo dotato di un buon ritmo, di un ottimo equilibrio tra commedia e dramma (il cuore della poetica eduardiana) e in generale molto apprezzabile.

Sul fronte musicale, per ottemperare al problema dei circa venti ruoli previsti dal libretto si è deciso di affiancare dei giovani talenti (alcuni provenienti dalla Scuola dell’opera del Teatro Comunale) a interpreti con carriere professionali già ampiamente avviate. In un cast molto ben assortito, si segnala la prova di Carmen Giannattasio (Amalia): il soprano ha esibito con gusto l’ottima gestione dell’alternanza tra il canto propriamente lirico richiesto da Rota (e incline soprattutto all’estetica pucciniana, ambito in cui la brava cantante campana è sempre stata a suo agio) e le incursioni da teatro dialettale previste da Eduardo. Dalla voce solida, ben appoggiata e matura in tutti i registri (e con acuti robusti e intonati), il soprano ha messo il bel colore del proprio strumento al servizio di una recitazione espressiva e coinvolgente. Non inferiore è sembrata la performance di Paolo Bordogna (Gennaro), capace attraverso l’intensità della propria voce baritonale a scandagliare con gusto e complessità tutte le sfaccettature caratteriali di un personaggio invero molto stratificato. Accanto a loro, è doveroso sottolineare la statura della voce di Mariam Battistelli, coinvolta in un continuo processo di soddisfacente evoluzione e raffinatura. La sua Maria Rosaria è stata efficace sul versante recitativo (in particolare nelle scene d’amore) e su quello musicale, dove la limpidezza del timbro è stata esaltata dalla corretta intonazione e dalla buona proiezione del suono. Marco Miglietta (Amedeo) ha offerto una performance di buon valore, caratterizzata dal piacevole squillo della sua voce e dal timbro affabile e virile. Nel complesso, il resto del cast principale (Matteo Falcier/Errico "Settebellizze", Giulio Iermini/Peppe O'Cricco, Michele Patti/Johnny, Luca Park/Riccardo, Yuri Guerra/Ciappa, Benedetta Mazzetto/Adelaide, Eleonora Filipponi/Assunta) è risultato perfettamente adeguato sia tecnicamente, sia interpretativamente; lo stesso si può dire del coro del Comunale, preparato da Giovanni Farina.

Sul podio si è distinta la direzione di James Feddeck, molto bravo a cucire in una trama espressivamente omogenea e acusticamente appagante la grande varietà musicale proposta da Rota. Uno dei punti di forza di Napoli Milionaria consiste proprio nel lussureggiante caleidoscopio di generi musicali rappresentato dalla partitura: dal Verismo di Mascagni all’estetica di Puccini, passando per Menotti e ovviamente per lo stesso Rota (nel dettaglio, i suoi lavori cinematografici che comprendono proprio la colonna sonora della versione per il grande schermo di Napoli Milionaria, distribuita nelle sale nel 1950), fino a uscire dal mondo operistico per approdare al jazz e allo swing. Feddeck ha proposto una lettura vivida e appassionata, ma comunque sempre attenta ed equilibrata sia nella ricerca della pluralità del colore orchestrale (la partitura prevede un organico molto vario ed esteso), sia nei confronti di ciò che accadeva sul palcoscenico. L’Orchestra del Teatro Comunale ha risposto con rigore e passione a tutte le sollecitazioni del direttore, a testimonianza di un’esecuzione di ottimo livello.

Al termine della prima recita, gli applausi non sono mancati (con picchi per Giannattasio, Battistelli e Bordogna); tuttavia, il pubblico non era molto numeroso, a dimostrazione della mancata accoglienza da parte degli abbonati della proposta “moderna” della direzione artistica. Un grande peccato, considerando le intenzioni e la buona riuscita del titolo presentato, soprattutto a fronte della necessità di allargare l’orizzonte dei cartelloni operistici per provare a coinvolgere nuove tipologie di pubblico e per evitare che l’opera venga schiacciata dalla ripetitività del repertorio stesso.