Muti oltre la sfera del suono

Al Musikverein trionfo con i Wiener Philharmoniker per l'esecuzione dell'Ottava sinfonia di Bruckner

GD

09 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura

Riccardo Muti e i Wiener Philharmoniker (foto: Wiener Philharmoniker/Dieter Nagl)
Riccardo Muti e i Wiener Philharmoniker (foto: Wiener Philharmoniker/Dieter Nagl)

Vienna, Musikverein

Riccardo Muti e i Wiener Philharmoniker

03/10/2026 - 05/10/2026

Solitario, anacronistico, rustico, smodato, eccessivo, pedante, ridondante, prolisso, magniloquente, devoto, decadente, nostalgico, lento: queste potrebbero essere, più o meno esattamente, le caratteristiche attribuibili al sinfonismo di Anton Bruckner e, in particolare, alla sua Ottava sinfonia in Do minore, la più grande – sicuramente in termini di dimensioni – opera orchestrale da lui composta. Eppure, un appellativo forse poco frequentato dagli avventori del sinfonismo bruckneriano o, quantomeno, impiegato piuttosto timidamente e abbandonato spesso nella filigrana di alcune descrizioni, sarebbe quello di “ottimista”. Perché sì, nella sublime musica di questo gigante della sinfonia, alla fine del tunnel (una galleria invero sempre molto lunga), si dipana sovente una luce roboante.

E chi può esplicitare alla perfezione tutto ciò se non Riccardo Muti, alfiere della cultura musicale italiana nel mondo e, forse, uno degli ultimi ottimisti. Si potrebbe insinuare, infatti, senza temere di incorrere nel reato di lesa maestà, che nelle ultime cause sposate dal celebre direttore italiano (la tutela dei complessi bandistici e corali e l’affaire Villa Verdi), il vettore filosofico sia proprio quello dell’ottimismo. Secondo Muti, un miglioramento dello status quo sarebbe, dunque, sempre possibile e non solo auspicabile.

Con le dovute differenze, soprattutto cronologiche e geografiche, la stessa disposizione filosofica interesserebbe l’immensa ed estenuante Ottava sinfonia di Bruckner, che Muti ha diretto con una brillantezza, un ardore e una passionalità tali da palesare a tutto l’elettrizzato pubblico del Musikverein (dove la sinfonia debuttò alla fine del 1892) quanto lo stile cosiddetto “italiano” non sia limitato, come suggerisce una certa vulgata, a interpretazioni superficiali al soldo di un melodismo smanioso e frenetico. Al contrario, Muti in perfetto accordo con la nobile opalescenza sonora dei Wiener Philharmoniker ha dimostrato, per l’ennesima volta, quanto una partitura possa essere indagata rispettosamente e analiticamente nei meandri dei suoi dettagli più minuziosi e, al contempo, essere letta con una forza espressiva indomita e vibrante.

L’ottimismo in questione è risultato percepibile già dal primo movimento, la cui natura ombrosa e drammatica (magnificamente esposta dal registro grave degli archi e da alcune cavernose perorazioni degli ottoni) è stata calmierata dall’accentazione di alcune incantevoli schegge figurative, come la melodiosa quartina dei violini (volutamente esasperata con l’accelerazione del celestiale legato dei Wiener) che compare dopo circa settanta battute e l’echeggiante colloquio tra il corno e l’oboe (sospeso dal magico tappeto degli archi) che si schiude appena più tardi e che mette un punto e virgola alla precedente fanfara trionfale dei tromboni.

Muti ha percorso l’intero “Allegro moderato” all’insegna di una tensione costante, quella instauratasi tra il tragico fragore del tutto orchestrale e le isolate oasi di pace ingannevole che rendevano protagonisti i bravissimi musicisti della compagine.
Il risultato è stato una sintesi tra il razionalismo del rigoroso fraseggio di Muti e l’espressionismo della sua vitalità di interprete. Un’instancabile ricerca della verità della partitura, che ha condotto a scenari di sconcertante intensità acustica (merito, ovviamente, anche del peculiare impasto viennese) e a irresistibili ipnosi di stordimento sensoriale, come in presenza del gorgo cantilenante che chiude il primo tempo.

La stessa agitazione che nell’”Allegro” indicava presagi funerei, nello Scherzo è stata ricollocata da Muti sul versante dell’inventiva fantasiosità bruckneriana, in cui la ridondanza motivica per cui l’autore è noto ha assunto i contorni di un’ironica e parossistica ossessione per il frastuono orchestrale (di cui gli ottoni sono, ovviamente, gli alfieri designati). A sottolinearlo maggiormente è stata la distensione umorale germogliata dagli interventi – minuziosamente fraseggiati – dei legni, i quali hanno acquerellato un paesaggio di ragguardevole vigore silvestre, prima di cedere all’assordante chiosa degli smaglianti ottoni.

Probabilmente una delle pagine sinfoniche più belle di sempre, l’esecuzione del lunghissimo (e da Muti ulteriormente esteso) Adagio ha rappresentato indubbiamente l’apice del concerto.
Sublime e devoto tributo a Wagner (com’è noto, l’ammirazione che Bruckner provava per il “Maestro dei Maestri” era sconfinata), il terzo movimento si sviluppa all’insegna di un nostalgico affanno, che Muti ha letto in due traiettorie geometricamente opposte eppure complementari: da un lato la nostalgia per il passato, dall’altro l’apprensione per il futuro. In entrambi i casi, la chiave di volta è l’ansia (nume tutelare di tutta la composizione), che Muti ha esasperato in una dilatazione meravigliosamente estenuante.

Lo si è percepito nella lussureggiante articolazione agogica delle suggestive divagazioni tematiche che decorano il brano, così come nella straordinaria resa, per dramma e poesia, del motivo principale, affidato soprattutto agli archi e poi adornato dalla soavità dell’arpa: un crescendo di un nitore timbrico e dinamico talmente appassionato da far sciogliere il carattere dolente della melodia in una Stimmung del tutto nuova, tendente a una pace ancora da realizzarsi ovvero una speranza di accorato ottimismo.

Il fulgido afflato lirico che ha ammantato il suadente congedo melodico tra gli archi e i corni (anch’esso sublimato dal fraseggio richiesto da Muti ai Wiener) ha fatto spazio al colossale Finale della sinfonia.
Il direttore ha curato ottimamente l’alternanza tra la galoppante e tellurica marcia introduttiva e l’emersione di figurazioni più intimistiche e interlocutorie; a tratti burbero e inquisitore, a volte misterioso e austero, talora placido e improvvisamente trionfale, l’ultimo tempo ha portato a compimento ciò che Muti e i Wiener avevano disseminato nell’ora precedente. La complessa struttura architettonica del brano, che miscela liberamente episodi provenienti da tutta l’opera, è stata amministrata con un ordine talmente certosino e raffinato da rendere possibile proprio lo scivolamento di quest’ultimo sul fondo di un palcoscenico di perenni sollecitazioni umorali e sensoriali.

La tragica gravosità della sinfonia è stata, pertanto, essa stessa estenuata dall’irriducibile vitalità di Riccardo Muti che, chiudendo perentoriamente l’esecuzione, ha ribadito la necessità di affidarsi ancora alla speranza e di essere, un po’ come Bruckner, ottimisti.

Al termine del bellissimo concerto del 5 ottobre, gli applausi scroscianti e le acclamazioni esagitate del pubblico urlante hanno travolto meritatamenti tutti gli artisti coinvolti.