Mehta e Zukerman alla corte dei Wiener
Trionfo assoluto per il concerto tenutosi al Musikverein
25 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Vienna, Musikverein
Zubin Mehta e Pinchas Zukerman
18/03/2026 - 24/03/2026È stata la celebrazione di due veterani quella svoltasi tra le pareti dorate della Großer Saal del Musikverein (esaltata, com’è noto, dalle luci sempre accese, quasi come se l’auditorium stesso costituisse parte della performance): protagonisti il mitico violino di Pinchas Zukerman e l’instancabile bacchetta di Zubin Mehta, che festeggerà novant’anni a breve. Attorno a loro, ovviamente gli straordinari Wiener Philharmoniker nella solita – eppure mai scontata – impeccabile performance.
Il programma, tutto dedicato ad alcuni capisaldi della musica tedesca, si è aperto con un’aurea esecuzione dell’overture dell’Oberon di Carl Maria von Weber. L’armoniosa ed echeggiante introduzione del corno, seguita dalla morbidezza degli archi, si è fatta subito distillatrice della purezza melodica e dell’elegante temperamento ricercato dal direttore e restituito dall’orchestra; invero, anche le più scatenate agitazioni romantiche che pertengono al brano sono state ricondotte con equilibrio a quella composta elettezza che contraddistingue il suono viennese. In sede di concertazione, Mehta ha saputo ricreare un’ampia gamma di sensazioni cinetiche, a partire dall’ottimo bilanciamento agogico tra la calda e avvolgente musicalità di alcuni passaggi (l’assolo del meraviglioso clarinetto) e il fermento di altri, il cui spiritoso carattere marziale è stato diluito e mitigato nell’ottica di un irresistibile e opportuno valzer.
A seguito dell’entrata in scena di Zukerman, il pubblico è stato prima rapito e poi travolto dall’appassionato romanticismo del Concerto per violino e orchestra n. 1 di Max Bruch. Fin dalle prime battute, il solista israelo-polacco ha dispiegato un suono limpido e catartico: ogni arcata appariva come un accorato e commosso lamento e ogni nota costituiva una lagrimevole perorazione nei confronti del tragico e potente accompagnamento orchestrale. Un colloquio di poetica drammaticità che, in virtù dell’elevata qualità di tutti gli artisti coinvolti, ha assunto presto la forma di uno struggente duetto nei primi due movimenti, scanditi narrativamente dalle soavi entrate dei singoli reparti (soprattutto quello iridescente dei flauti) in relazione alle risposte quasi “parlanti” del violino. Nell’Allegro finale il clima è felicemente mutato all’insegna dello scultoreo virtuosismo di Zukerman e della trionfale onda sonora dei Weiner che Mehta ha fatto abbattere, con controllato impeto, su un elettrizzato e infine festante uditorio.
Dopo l’intervallo, i riflettori sono stati puntati su Zubin Mehta e sulla glorificazione della sua decennale collaborazione con la massima compagine austriaca; un rapporto di reciproco rispetto, stima e affetto sublimato in un’esecuzione da manuale della Sinfonia n. 7 in La Maggiore di Beethoven. Nel primo movimento, il direttore indiano ha colto tutta la tensione insita nel passaggio dal Poco sostenuto classicheggiante à la Haydn al tumultuoso Vivace in pieno stile romantico, tutto giocato sul ritmo, catalizzatore dell’intera sinfonia e silenzioso maestro pure delle svolte melodiche più raffinate. La levità bucolica del tema agreste, delineato dalla fine intonazione dell’oboe, si è rifranta sul fragore stentoreo dei superbi ottoni con un fraseggio talmente proporzionato che i selvaggi accenti dinamici del brano sono risultati intrigantemente ammansiti da un’estasiante e nobile compostezza. L’Allegretto (purtroppo disturbato da qualche odioso squillo telefonico, una spiacevole consuetudine che, a quanto pare, infesta addirittura un luogo così prestigioso come il Musikverein) è stato catturato in tutta la sua sublime ed elegiaca tristezza nostalgica, merito della prova maiuscola degli archi, autori di commenti prima fragilmente insinuanti e poi gravosamente risonanti, e dell’autorevole performance dei fiati, placida e sognante in corrispondenza del tema pastorale e dolorosa nei momenti più sommessi. Gli ultimi due movimenti sono stati letti, come da consuetudine, all’insegna del ritmo e della tensione dinamica. In apertura del trascinante Presto, il brioso motivetto ripetuto dall’oboe e dal flauto e poi condiviso energicamente da tutto l’ensemble si è interrotto davanti alla voluminosa e intonatissima puntatura del trombone, per poi lasciare spazio all’ossessiva iterazione del percorso tensivamente orgasmico che riportava costantemente proprio a quest’ultima. L’Allegro conclusivo è stato condotto con la stessa ordinata vitalità: l’inebriante fanfara acustica che lo contraddistingue, infatti, è stata declinata da Mehta con la stessa ricercatezza viennese con cui aveva smussato, all’inizio del concerto, l’isteria Sturm und Drang dell’Oberon. Frutto di un intenso e cesellato lavoro sugli incastri e sul fraseggio tra gli eccellenti reparti – tanto che nel finalissimo si è ammirato un eccitante effetto di spazializzazione stereofonica –, il direttore classe 1936 ha offerto un’interpretazione che all’apparenza risponde al concetto di tradizione, ma che nello spirito e nei fatti assume l’aura del classico.
Al termine, un pubblico in visibilio ha tributato a Zubin Mehta una lunga e affettuosa standing ovation, a testimonianza del legame indissolubile che lega il direttore indiano a una delle migliori orchestre del pianeta.