Simon Rattle e la Nona di Mahler
Trionfo al Musikverein con i Wiener Philharmoniker
22 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
Vienna, Musikverein
Simon Rattle e i Wiener Philharmoniker
16/04/2026 - 19/04/2026Il 26 giugno 1912 l’ultimo capolavoro sinfonico di Gustav Mahler debuttava postumo nella prestigiosa e lussuosa Großer Saal del Musikverein; pertanto, è evidente che ogni esecuzione della Sinfonia n. 9 in Re Maggiore svolta nella magica sala da concerto viennese assuma un significato speciale per chi è fortunato ad assistervi. Se a ciò si aggiungono le impeccabili abilità dei Wiener Philharmoniker e la bacchetta esperta e raffinata di un gigante del podio come Simon Rattle, è palese come il semplice ascolto di quegli ottanta straordinari minuti di musica celestiale diventi ben presto un’esperienza esteticamente trascendentale.
Fin dall’attacco del primo movimento “Andante comodo”, eseguito magistralmente da tutti gli artisti coinvolti, Rattle ha chiarito con pochi e semplici gesti la propria matrice interpretativa: i singoli e frammentati episodi che costruiscono l’imponente mosaico mahleriano sulla morte e la fine di tutto sono stati letti all’insegna della trasfigurazione, secondo una sintesi per cui ogni nota contiene già in sé stessa l’espressione di quella precedente e successiva. Pura musica-flusso, che ricorda il concetto (invero musicalissimo) di “durata” sviluppato dal filosofo francese Henri Bergson; gli scarti di volume che abitano e sostanziano il primo tempo (dagli eterei pianissimo alla densità quantitativa, rumoristica e volutamente volgare del motivo funebre) si sono sciolti miracolosamente al cospetto del disegno generale: il malinconico ricordo degli affetti terreni, oggetto delle interferenze presaghe della morte che solo al termine di una lunga riflessione interiore potrà essere accettata. Sir Rattle innalza, insomma, un monumento al Tempo, quello smisurato e indefinito della nostalgia (superbamente incarnata dai ricami sublimi degli archi e dei legni) e quello terminale della tragedia (gli ottoni, tecnicamente eccelsi), in un sommario finale di struggente e appassionata poesia.
I movimenti centrali della sinfonia sono dedicati al mondo degli uomini e si distinguono per il carattere più prosaico e a tratti burlesco, perfettamente connaturato all’ironia mahleriana. Rattle l’ha esibito limpidamente dal piglio svelto, eppure sempre controllato, con cui ha azionato le battute iniziali del goffo Ländler: il notevole piccolo gruppetto di clarinetti e fagotto ha aperto con la mondana impertinenza delle proprie note sgraziate un turbinoso viaggio danzante. Nel secondo movimento torna, infatti, lo spirito di frammentarietà che anima e produce il moto di tutta l’opera; in questo caso, a farne le veci è la danza, prima quella rustica e grossolana dei fagotti che volgarizza la fine malinconia del tempo precedente e poi il contrastante valzer, parentesi poetica rivolta alla civiltà viennese (verso cui Mahler, da ebreo, provò sempre un forte senso di sradicamento) e subito azzerata dal ritorno del tema iniziale, beffardamente puerile e falsamente pastorale. Il direttore britannico è riuscito brillantemente a tenere insieme tutti questi umori, onorando precipuamente il modello compositivo del collage à la Mahler.
L’interpretazione del “Rondo-Burleske” si è attestata come un capolavoro di espressività e conduzione: Rattle ha brevettato un fraseggio e una dinamica sapienti, capaci di esaltare ugualmente la furia maldestra delle agitate e triviali sezioni esterne (giocose rimembranze dell’infanzia dell’autore austriaco) con la toccante amenità dell’oasi musicale centrale, capace nella sua brevità di anticipare il tema principale del movimento finale. In questo frangente, occorre sottolineare la prova maiuscola dei Wiener, che con il loro suono congiuntamente raffinato e vigoroso hanno incorniciato il terzo movimento della Nona in una sintesi acustica esaltante e travolgente.
Il celebre e bellissimo Adagio conclusivo ha portato a compimento quanto accaduto e ascoltato nell’ora precedente: il piccolo motivo iniziale intonato dai violini all’unisono, e poi commentato avversativamente o imitativamente dalle altre parti, è stato fatto rifulgere da Rattle in una musicalità abbacinante, che ha chiarito la sua natura quasi da idée fixe: poche note, correlativo acustico dell’addio al mondo delle cose e della gente e abbandono pacifico e conciliato alla morte. Apice assoluto della serata, l’ultimo movimento ha avvinto in un religioso silenzio confessionale un pubblico sinceramente commosso. Con gesti docili e solenni e una straordinaria gestione delle dinamiche, Rattle ha guidato gli ineccepibili Wiener verso una musica ultraterrena: da grandiose e tensive cattedrali sonore (il crescendo puntato degli archi prima del climax) a microscopiche e sussurrate auree di fragile preghiera (l’ultimo segmento sino all’interminabile e rarefatta nota finale), un addio alla vita e un salto nel mistero del Sacro.
A margine di un’esecuzione allo stato dell’arte e di un concerto memorabile, il pubblico non ha potuto contenere il proprio entusiasmo lanciandosi in lunghe e fragorose ovazioni.