Andris Nelsons e la Sinfonia dei Mille

Tripudio per i Wiener Philharmoniker alla Konzerthaus di Vienna

GD

12 maggio 2026 • 3 minuti di lettura

Andris Nelsons e Wiener Philharmoniker (foto di Antonia Wechner)
Andris Nelsons e Wiener Philharmoniker (foto di Antonia Wechner)

Konzerthaus Wien

Gustav Mahler, Sinfonia n. 8 in Mi bemolle maggiore "Sinfonia dei Mille"

09/05/2026 - 11/05/2026

Recentemente, Andris Nelsons è stato nominato membro onorario dei Wiener Philharmoniker; nel darne l’annuncio, Daniel Froschauer (presidente della massima istituzione musicale austriaca) ha definito Nelsons uno dei direttori con cui l’orchestra viennese ha stretto un legame privilegiato. In effetti, il maestro lettone collabora con i Wiener dal 2010: sedici anni di numerosi concerti e di altrettanti successi, come il Concerto di Capodanno del 2020, l’incisione dell’integrale sinfonica di Beethoven nel 2019 e quella di tutte le sinfonie di Mahler (in uscita a ottobre). Dunque, quale modo migliore per festeggiare un riconoscimento così illustre se non con l’esecuzione della colossale Sinfonia n. 8 in Mi bemolle maggiore “Sinfonia dei Mille” proprio di Gustav Mahler. La meravigliosa cornice della Wiener Konzerthaus (una delle sale da concerto non solo più belle del mondo, ma pure con un’acustica sopraffina) ha ospitato 317 artisti (tra musicisti, coristi e solisti) per una performance di elevatissimo valore estetico e spettacolare.

Composta nel 1906, l’Ottava è nota per l’enorme organico previsto in partitura, sia in termini strumentali (si segnala la presenza anche di pianoforte, organo, armonium, celesta, glockenspiel, tamtam, mandolino e alcuni tromboni e trombe collocati “in alto”), sia vocali (un doppio coro misto, un coro di voci bianche e otto solisti). Strutturata in due parti, quella religiosa dell’inno in latino Veni, creator spiritus e quella drammatico-filosofica in tedesco corrispondente alla scena finale del Faust di Goethe, l’opera appare all’ascoltatore come un autentico leviatano musicale a cui, non sorprendentemente considerando gli onori di cui sopra, Nelsons ha conferito compattezza sonora e interpretativa. La prima sezione, contraddistinta da un doppio fugato di ispirazione bachiana, è stata esaltata da una concertazione inestimabile, a partire dalla quale ogni intervento strumentale e vocale costituiva un piccolo ma fondamentale passo lungo il cammino verso un’estasi divina. Perfettamente bilanciato, il rapporto tra le voci e l’orchestra è stato sintetizzato in un tutt’uno musicale di profonda espressività concettuale: come concepito dallo stesso Mahler, la voce umana è stata intesa come uno strumento al pari degli altri, con il risultato di garantire un suono totale e anche consapevole della propria derivazione testuale. Il bravissimo Andris Nelsons, infatti, ha saputo restituire gli aspetti compiutamente umani e terreni di una musica comunque protesa verso Dio. La grandeur polifonica della prima parte è terminata in una coda di tumultuosa e travolgente estasi acustica (resa ancora più esaltante dall’impeccabile prestazione tecnica di tutti i musicisti), lasciando spazio alla lunga e ombrosa introduzione strumentale che conduce alla sezione in tedesco. In questo frangente, Nelsons ha esibito il proprio talento di accomodatore agogico, domando il plurilinguismo formale che caratterizza la sezione (sono presenti riferimenti all’aria operistica italiana, all’oratorio, alla cantata e al corale) con eleganza dinamica e ritmica. I colori e le atmosfere umorali elargite dal direttore lettore e dalla magnifica compagine viennese sono stati molteplici: il dialogo placido e tenerissimo tra archi e arpa, la sognante confessione tra ottavino e celesta, gli interventi perentori e appassionati dell’abile Singverein der Gesellschaft der Musikfreunde in Wien, la fanciullesca maturità del Vienna Boys Choir e la poetica delicatezza dell’aria “fluttuante” della Mater Gloriosa. Nota a margine per lo straordinario finale, culmine sintetico dell’intera composizione in cui l’umano e il divino trasfigurano in un’estasi passionale di imponente e orgasmico trionfo musicale. Gli smaglianti ottoni, in particolare trombe e tromboni (soprattutto quelli collocati poco sotto il soffitto della Konzerthaus), sono stati i protagonisti indiscussi di questo momento irripetibile: una voluminosa e celestiale massa sonora si è abbattuta sul pubblico, pietrificato al cospetto di un tale prodigio estetico. Il merito è da attribuirsi nuovamente al carismatico Andris Nelsons, in grado di valorizzare ogni nota e ogni musicista e di conferire un ordine e un senso filosofico a delle pagine sinfoniche invero molto complesse da addomesticare.

Al termine, il tripudio generale si è sublimato in una lunga standing ovation rivolta a tutti gli artisti coinvolti, con picchi di entusiasmo per Nelsons e per i solisti, gli audaci ed esperti Jacquelyn Wagner, Sarah Wegener, Ying Fang, Wiebke Lehmkuhl, Tamara Mumford, Benjamin Bruns, Michael Nagy e Tareq Nazmi.