Riccardo Muti e Mitsuko Uchida trionfano a Vienna

Al Musikverein, un concerto entusiasmante su pagine di Beethoven e Brahms

GD

15 ottobre 2026 • 6 minuti di lettura

Mitsuko Uchida e i Wiener Philharmoniker (foto: Wiener Philharmoniker/Dieter Nagl)
Mitsuko Uchida e i Wiener Philharmoniker (foto: Wiener Philharmoniker/Dieter Nagl)

Vienna, Musikverein

Mitsuko Uchida, Riccardo Muti e i Wiener Philharmoniker

09/10/2026 - 11/10/2026

Il concerto che il 9 ottobre è andato in scena nella Grosser Saal del Musikverein ha sicuramente proiettato su di sé l’aura del mito, in quanto ha visto la collaborazione tra due leggende viventi come Mitsuko Uchida e Riccardo Muti. Il legame tra i due interpreti e Vienna risale a diversi decenni fa e, straordinariamente, la miccia che ne ha acceso la scintilla si consumò nell’arco di un periodo invero molto ristretto: nel 1969, la pianista giapponese (trasferitasi da Tokyo nella capitale austriaca all’età di dodici anni) vinse il primo premio dell’International Beethoven Piano Competition Vienna, mentre nel 1971 il direttore italiano debuttò con i Wiener Philharmoniker nell’ambito del Festival di Salisburgo.

Ecco, dunque, che il loro ritorno al fianco della massima orchestra austriaca non poteva che essere celebrato sulle note di Beethoven e Brahms, cioè due dei compositori che hanno permesso di tracciare quella perfetta comunione di affetti e riflessioni musicali che ancora oggi testimonia e vivifica la relazione tra Muti, Uchida e i Wiener.

La serata si è aperta con il Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra in Sol maggiore di Beethoven, che ha dato modo alla vigorosamente eterea Mitsuko Uchida di esprimere tutte le qualità del suo “pianismo-flusso” e a Riccardo Muti di sottolineare quanto lo scavo interpretativo di una partitura, congiuntamente al rigore filologico con cui ci si può accostare, possa offrire ancora nuove chiavi di lettura su di essa.

Il Quarto concerto beethoveniano si discosta dal precedente per un maggiore intimismo di matrice preromantica, in cui la brillantezza mozartiana propria del Terzo cede il passo a una luminosità più raffinata. L’interpretazione di Riccardo Muti, invero, ha conservato queste caratteristiche; eppure, le ha ripensate all’insegna di una levità acustica in grado di riflettere più sugli elementi di continuità con il concerto in Do minore che su quelli di rottura. Tale inclinazione è ampiamente e intelligentemente giustificata dalla natura stessa del peculiare impasto timbrico dei Wiener, celebre per la sua eufonica elettezza.
Tra l’altro, i concetti di armoniosità e concordanza ben si addicono al carattere del primo movimento, in quanto il rapporto tra il pianoforte e l’orchestra si sviluppa come un colloquio amichevole, anziché attraverso il consueto principio di opposizione dialettica.

Da questo punto di vista, l’attenta e lucida direzione di Muti ha consentito che l’intesa tra Uchida e la compagine strumentale fosse impeccabile. Il merito è dovuto, in particolare, all’evidenziazione – mai ricaduta in alcun tipo di bozzettistico eccesso – dell’incantevole impianto melodico del brano. Ancora una volta, l’incontro tra la sensibilità italiana per il “cantabile” e l’entusiasmo tecnico tedesco ha partorito i suoi frutti più dolci, considerando il livello sempre elevatissimo della prestazione dei Wiener.

Per quanto concerne Mitsuko Uchida, il suo pianismo è sembrato a proprio agio sia nei momenti di incontro con il vellutato manto orchestrale, sia durante i passaggi più virtuosistici (si ricordano almeno le perorazioni abbaglianti dei trilli più ardui e delle scale cromatiche più vorticose) e dunque solitari (come nella magnifica cadenza, autentica prova di eroismo tecnico e interpretativo). In generale, a stupire è stato il suono immacolato e poliforme che la pianista giapponese ha fatto emergere dallo strumento.

L’indipendenza tra le mani è sembrata così tecnicamente avanzata e, allo stesso tempo, tanto naturale, da dare spesso l’impressione di udire due musicisti differenti; uno impegnato a intonare morbidamente le melodie profuse lussuosamente dalla mano destra (e particolarmente scolpite nel lucente registro acuto dello strumento) e l’altro occupato a scandire l’accompagnamento che la mano sinistra ha risolto con un tocco polito e composto.
Tale supposta dicotomia, tuttavia, non ha mai fatto pensare a uno scollamento tra i due registri, poiché l’irreprensibile gestione dinamica di Uchida – coadiuvata dall’ineccepibile concertazione “a mosaico” di Muti – ha plasmato un pianismo inesauribile, come un flusso potenzialmente interminabile.

La proteiformità dello stile di Uchida si è, poi, particolarmente messa in mostra durante il movimento centrale, in cui anche lo stesso Muti ha lasciato da parte i felici residui mozartiani che, con la delicatezza della sua direzione, aveva comunque indicato nell’“Allegro” iniziale.
L’“Andante con moto”, dunque, è stato dischiuso in tutta la sua beethoveniana intimità: Uchida, nella conduzione adeguatamente implorante della sofferta linea vocale del pianoforte e contrapposta all’intransigente perentorietà della cellula orchestrale, ha presentato appunto un’indagine molto complessa dello spartito. Per lo più dimesso e sussurrato e solo raramente davvero perturbato, il pianismo di Mitsuko Uchida ha offerto un momento di inquieto e profondo raccoglimento psicologico, quasi insondabile nella sacralità del suo canto, nell’ambiguità della cadenza e nella toccante essenzialità del suo finale.

L’indicazione agogica (“Vivace”) del Rondò conclusivo non è stata letta da Riccardo Muti come un invito alla smodatezza ritmica e dinamica riscontrabile talvolta in alcune superficiali esecuzioni di questo concerto. Al contrario, la celebre propulsività beethoveniana è stata intesa dal direttore italiano come un’occasione per illuminare la florida creatività dell’autore, qui esaltato in tutta la brillante inventività della sua scrittura.

Ogni scambio tra il pianoforte e l’orchestra ha condotto l’uditorio in un reame di dolce giocosità, dove Uchida ha fatto deflagrare una spensieratezza espressiva francamente irresistibile e in cui Muti si è divertito a portare a compimento quasi un viaggio nella storia del concerto per pianoforte e orchestra, passando dalle madeleine mozartiane del primo tempo alle elucubrazioni preromantiche del secondo, fino ad approdare a una sintesi tra le due talmente nitida da distillare nell’arco di pochi entusiasmanti minuti tutto lo stile di Beethoven.

Dopo l’intervallo, Riccardo Muti è tornato a dirigere uno dei suoi cavalli di battaglia ovvero la Sinfonia n. 2 in Re maggiore di Brahms, che nel 1877 debuttò proprio nella Großer Musikvereinsaal. Opera di grande spirito gaio e cantante, la sinfonia è stata celebrata dal direttore italiano proprio nella sua musicalità e serenità.
Nel primo movimento, il confronto educato tra gli archi prodigiosi dei Wiener (esaltati dal fraseggio distensivo proposto da Muti) e il calore timbrico dei corni ha pacatamente condotto al sublime tema di valzer (che non può non far pensare ad alcune meravigliose pagine campestri del contemporaneo Joe Hisaishi), talvolta visitato e dispettosamente disturbato dalle intromissioni dei legni.

Questi ultimi, soprattutto i flauti, a loro volta si coalizzavano con gli ottoni ed erano in grado di strappare, per qualche battuta, anche gli archi alla spiensieratezza bucolica del brano per calarli in un’inedita tensione drammatica.
Il lavoro fatto da Muti sugli archi e gli ottoni (o, sarebbe meglio dire, con gli archi e gli ottoni, data la qualità dei Wiener) è stato encomiabile: la passionalità melodica desunta dai due reparti si è attestata, infatti, come un miracolo di musicalità e di intensità emotiva.

L’“Adagio”, sovente descritto come il brano più misterioso e enigmatico della sinfonia, è stato interpretato, invece, con una chiarezza espressiva abbacinante. La sofisticata eleganza degli archi ha ben duettato con il candore pastorale dei legni, prima di abbandonarsi a un crescendo di sospirante tormento drammatico e ritornare, infine, a commoventi lacerti di nostalgico ardore.

Il terzo movimento si è mosso tra le fanciullesche cantilene dei legni e i motti dal sapore ungherese degli archi, assumendo facilmente i caratteri di uno “Scherzo” gestito da Muti con sapiente sobrietà.
L’“Allegro” finale ha stupito per come il direttore è riuscito al contempo a dilatare lo spazio temporale dell’esecuzione e a mantenere lo slancio gioioso che contraddistingue il brano. Il merito è da tributarsi al fraseggio portentoso distillato da Riccardo Muti, attraverso il quale l’immediatezza musicale della partitura era costantemente entusiasmata. Pertanto, i singoli bravissimi musicisti dei Wiener diventavano autentici protagonisti dei passaggi che li coinvolgevano, elargendo una purezza melodica inestimabile (è stato il caso del sontuoso arpeggio del clarinetto, mai udito così distintamente).

Al termine della serata, gli applausi scroscianti del pubblico del Musikverein hanno travolto meritatamente tutti gli artisti coinvolti.