Muti o dell’italianità

Grande successo per la Chicago Symphony sotto la guida del direttore d’orchestra nei due concerti all’Alte Oper di Francoforte

Riccardo Muti e la  Chicago Symphony Orchestra (Foto Todd Rosenberg)
Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra (Foto Todd Rosenberg)
Recensione
classica
Francoforte sul Meno, Alte Oper
Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra
18 Gennaio 2024 - 19 Gennaio 2024

Dopo le tappe di Bruxelles, Parigi, Essen e Lussemburgo, la Sala grande dell’Alte Oper di Francoforte accoglie la Chicago Symphony guidata dall’ormai “direttore emerito a vita” Riccardo Muti. Appena concluse le tredici stagioni di direzione musicale, Muti si congeda dalla più grande delle “big five” d’oltreoceano in una tournée fatta di 14 concerti in 19 giorni, la numero 64 nelle 133 stagioni sinfoniche della compagine orchestrale americana. E dunque i tre differenti programmi proposti lungo le varie tappe rappresentano la summa (anche sentimentale) delle stagioni più recenti del rapporto fra il direttore italiano e l’orchestra, iniziato già nel 1973 al Ravinia Festival e consolidato nelle stagioni da direttore musicale.

Come già a Lussemburgo e prossimamente a Vienna, a Francoforte l’orchestra è presente in due serate consecutive con programmi diversi e con il piccolo privilegio di un programma offerto esclusivamente al pubblico della città tedesca nel primo dei due concerti, organizzato da Pro Arte Frankfurt, dall’impaginato piuttosto originale, Si apre con le trasparenze impressionistiche del poema sinfonico Il lago incantato del russo Anatolij Ljadov, composizione di non frequente esecuzione ma spesso presente nei programmi del direttore d’orchestra, e dal ben più noto Uccello di fuoco di Igor Stravinskij, proposto nella terza versione del 1945 della suite dalle musiche complete per il balletto. Le due composizioni pressoché contemporanee – la prima del 1909 e la seconda del 1910 nella versione completa – condividono un legame con la figura dell’impresario Sergej Djaghilev, che per una nuova creazione per i suoi Ballet Russes si rivolge inizialmente a Ljadov, escluso in seguito per eccessivo temporeggiamento, e quindi al più giovane collega Stravinskij che gli consegna il capolavoro. Comune sembra anche la chiave interpretativa scelta da Muti, che di entrambe le partiture esalta soprattutto la straordinaria ricchezza coloristica, coerente con quanto chiesto da Ljadov (“Bisogna sentire il cambiamento dei colori, il chiaroscuro, la quiete incessantemente mutevole e l’apparente immobilità”) anche se la seducente resa sonora di questo primo Stravinskij impone scelte di tempi decisamente distesi. Insomma, in questa esecuzione la musica vince nettamente sulla danza.

In qualche modo legata a un’idea di danza è anche la scelta della seconda parte con la Seconda Sinfonia di Johannes Brahms, “una suite di valzer” secondo una definizione data dal suo stesso autore. Anche qui Muti smorza i contrasti dinamici, rispettando quei “non troppo” richiesti del compositore (“Allegro non troppo” per il primo movimento, “Adagio non troppo” per il secondo, “Presto ma non assai” per il terzo) e accarezza il melodismo e la cantabilità di questa sinfonia, che ha un’intima delicatezza quasi schubertiana. Dall’orchestra ottiene ancora un suono leggero e trasparente, anche quando l’orchestra mostra la sua potenza, l’impasto dei suoni è sempre omogeneo e compatto. Esemplare soprattutto per controllo e equilibrio, Muti libera finalmente la fiamma del grande operista nel bis scelto per ringraziare la calorosa risposta del pubblico: l’Intermezzo dalla Manon Lescaut di Puccini, imprescindibile omaggio al centenario in corso.

Il programma del secondo concerto, già presentato a Chicago nello scorso ottobre come apertura della stagione sinfonica e in tutte le tappe di questo tour, è concepito come una sorta di omaggio all’Italia attraverso tre composizioni di carattere molto diverso. La serata si apre con The Triumph of the Octagon di Philip Glass, una nuova composizione commissionata da Riccardo Muti all’ottantaseienne compositore americano. Si narra che questa apparente conciliazione degli opposti si sia consumata nel camerino di Muti a Chicago dove, nel 2022 dopo l’esecuzione della sua Sinfonia n. 11, Philip Glass vede appesa al muro un’immagine del Castel del Monte dalla caratteristica forma ottagonale. Questo celebre monumento pugliese non è che la fonte di ispirazione del breve pezzo di una decina di minuti o poco più costruito sulle consuete simmetrie musicali del compositore arricchito qui dalle iridescenze sonore di un complesso come la Chicago Symphony. Segue la Sinfonia n. 4 in la maggiore op. 90 di Felix Mendelssohn Bartholdy, “Italiana” di titolo e di ispirazione al compositore, che la concepì durante il soggiorno nel nostro Paese fra il 1830 e il 1831. Già a partire dal luminoso attacco dell’Allegro vivace del primo movimento, si respira la luce e la gaiezza dello spirito mendelssohniano, velato appena di una sommessa patina di malinconia nell’Andante con moto che viene abbandonato nell’imperioso movimento che segue e che porta con un certo slancio al trascinante Salterello del movimento finale, nel quale l’orchestra fa mostra di grande virtuosismo in tutte le sezioni tenendo agilmente il passo rapidissimo imposto dal direttore.

Di ispirazione simile anche l’ultima delle composizioni scelte per il programma ufficiale, Aus Italien op. 16 di Richard Strauss, frutto del suo primo viaggio in Italia nel 1886, poco più che ventenne. Benché opera giovanile, la mano del grande compositore e del sublime orchestratore si sente già tutta in questa “fantasia sinfonica” o sinfonia a programma, una sorta di prototipo dei grandi poemi sinfonici che segneranno la prima stagione di successi del compositore bavarese. È un lavoro molto amato da Muti, spesso presente nei suoi programmi, e scelto già per il programma del suo debutto con questa orchestra nel 1973 e poi di nuovo nel 2011 prima di inserirlo come pezzo forte di questo tour di addio all’orchestra. Le quattro cartoline musicali compilate dal giovane Strauss non senza qualche scivolata nei classici cliché dei viaggiatori d’epoca (“Auf der Campagna”, “In Roms Ruinen”, “Am Strande von Sorrent” e “Neapolitanisches Volksleben”) nella trascinante lettura di Muti diventano un autentico pezzo di bravura per l’orchestra, sollecitata a dar mostra di perizia tecnica e, una volta di più, coloristica, dal respiro ampio del primo quadro passando attraverso il sentimentalismo malinconico del secondo e al puntillismo sonoro del terzo per concludersi con la gioiosa vitalità del ritratto popolare napoletano (con il celebre equivoco di “Funiculì funiculà”) del quadro finale. La risposta è trionfale, con applausi chiamate e praticamente tutto il pubblico in piedi.

Ritrovato il buonumore dopo la reazione stizzita nella prima parte verso uno spettatore in prima fila più attento al telefono che alla musica (e debitamente redarguito), il direttore annuncia al pubblico il bis dedicato a Verdi, presenza imprescindibile in questo suo viaggio sentimental-musicale nel proprio Paese, anticipandone scherzosamente la delusione perché non si ascolterà né La forza del destinoLa traviata ma promettendo un’autentica scoperta. Già dai tremoli degli archi che aprono la tempestosa sinfonia della Giovanna d’Arco si risente la zampata ferina del Muti degli esordi, come se il tempo non fosse passato.

Il tour dell’addio continua a Colonia, Vienna e Budapest con il gran finale italiano con i tre concerti di Torino, Milano e Roma.

 

 

 

 

 

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