Massive Attack, naufragare nell'oceano di suono

In piazza a Mantova la band di Bristol celebra la perpetua attualità della sua musica

Massive Attack
Recensione
pop
Piazza Sordello, Mantova
Massive Attack
15 Luglio 2018

L’attacco massiccio oggi è quello alle nostre certezze di bipedi tecnologici, al nostro alfabeto di esseri onnipotenti e fobici, all’idea di comunità, alla possibilità di avvicinarsi alla felicità, alla capacità di pensare non solo a sé. L’attacco massiccio oramai non ricordiamo nemmeno quando è cominciato, ma il bombardamento continua oramai da anni, non c’è un giorno in cui si possa dire: "ecco, è iniziato tutto qui, la storia oramai si perde nelle nebbie del mito".

Come si perdono nel mito gli esordi a Bristol dei Massive Attack, oramai diventati un gruppo pop di levatura mondiale. Ai tempi della prima guerra in Iraq la band dovette rinunciare ad Attack per evitare sinistre assonanze con le operazioni belliche in Medio Oriente, stasera, nel fantastico scenario di Piazza Sordello a Mantova, invece l’assalto sensoriale, all’inizio dello show, è a pieno regime: bassi che pigliano alla pancia e al petto avvolgendo e sconvolgendo, video semplici e proprio per questo efficaci, arrangiamenti ricchi e sinuosi che catturano subito.

E poi la voce di Horace Andy a benedire, come allora, dal primo, epocale, disco, Hymn – quasi un gospel 2.0, un inno dal ghetto al cielo, che riporta subito tutti a casa, alla folgorazione di una vita fa – quando i Massive saltarono fuori dal nulla, inventando letteralmente un suono: le stanze senza gravità del dub, melodie annegate in un liquido amniotico dove galleggiano frammenti hip hop, campioni, specchi che rimandano rotondi profili soul, citazioni e ricontestualizzazioni, mappe, territori, l’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, eccetera. Veri e propri bignami filosofici in quattro minuti, perfette miniature pop capaci di leggerezza calviniana e di porre domande capitali al tempo stesso (la prima scritta che campeggia sul video, alle spalle della band, recita: "Qual è lo scopo della vita?") .

È proprio la cura del suono, del dettaglio, il fulcro del lavoro di Robert Del Naja e Daddy G (accompagnati in questo tour da una band di sei elementi, e preceduti dagli energici ma ovviabili Young Fathers, tre voci, batteria e tutto il resto in base), che si dimostrano capaci di aprire voragini infinite da una semplice pattern di synth, facendo fiorire in mille modi una melodia elementare: classico esempio è quello di "Teardrop", da Mezzanine, fatta di un pugno di note e tre-note-tre di basso, che però non stancano mai (e che purtroppo a Mantova non è stata eseguita); oppure insistendo su groove che conosciamo già ma che acquistano nella dimensione live nuova vita grazie ad arrangiamenti calibratissimi e intelligenti, austeri e sontuosi al tempo stesso, colmi di particolari eppure minimali, semplicemente perfetti.

"Risingson", "Inertia Creeps", "Angel", da Mezzanine, non hanno perso un grammo della loro statuaria bellezza, di quel mix di languore nero e solitudine da laptop che ha reso questi (e tanti altri) pezzi degli esempi imperituri di come può suonare il pop nel nostro secolo disorientato e fragile. Perché di pop si tratta, articolato, sfuggente, elusivo, danzereccio eppure mentale, celeste ed emaciato piuttosto che solare e terrigno (c’è sempre una vena di deepness e di saudade a informare queste canzoni, quasi una ammissione di resa che a volte fa capolino sullo sfondo), capace di veicolare messaggi politici, ma al tempo stesso in grado di radunare masse (imponente la presenza di pubblico a Mantova, venuto anche da lontano). Molto bello il momento in cui sullo schermo scorrono prima i nomi di tutti i partiti europei e poi partono a random nomi di partiti inventati, a significare l’affollamento parossistico e paradossale dei nomi, che produce quasi un effetto di silenzio e vuoto finale, e la perdita di significato del significante; la parte video è curata da United Visual Artists ed è davvero ottima, sobria e affilata, efficace e d’impatto senza essere inutilmente magniloquente

Tra odori di erba che ci riportano ai tempi belli in cui DJ Mushroom, un tempo nella band, scoperchiava pentole e cervelli con selezioni favolose e fumose, tra Bologna e Reggio Emilia (Link, Maffia, due dei locali in cui chi scrive ha avuto la fortuna di ricevere la propria educazione musicale), file chilometriche da evento con la maiuscola e belle facce e corpi danzanti, il concerto scorre come un meccanismo perfettamente rodato, virando quasi verso lidi di pura techno all’inizio ("United Snakes", un sabba di vortici, un’orgia metallica che stordisce e rapisce) per poi svariare nell’ampia discografia della band, offrendo però anche momenti un po’ da pilota automatico e deludendo in parte per non averci fatto sentire pezzi come "Karmacoma", ad esempio.

Ma qui è il fan che ruba la penna al cronista (chissà dove sta esattamente il confine tra i due) che prontamente però se la riprende, dando prima uno scappellotto all’ingenuo, giovane ed entusiasta appassionato per chiudere, con composto rigore critico, affermando che quello che un tempo veniva chiamato trip hop ora è un pop elettronico virato al nero, che spazia dal soul metafisico di perle eterne come "Unfinished Sympathy" (forse il loro pezzo migliore di sempre, capace ancora di dare gli stessi brividi di allora) a frangenti più rock, dove la voce stessa è uno strumento al pari degli altri, un elemento dell’arrangiamento non sempre in primo piano, ma affogata anch’essa in un oceano di suono in cui è stato ancora una volta, a tratti, dolcissimo, naufragare.

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