Le Siège de Corynthe apre il Rossini Opera Festival
Buon successo di questo raro capolavoro diretto da Carlo Rizzi e messo in scena da Davide Livermore
18 agosto 2026 • 6 minuti di lettura
Auditorium Scavolini, Pesaro
Le siège de Corinthe
11/08/2026 - 21/08/2026Il ROF del 2026 è stato inaugurato da Le Siège de Corinthe, che è una delle opere più rare di Rossini, pur essendo uno uno dei suoi capolavori assoluti. Questa è appena la terza volta in quarantasette edizioni del festival che viene rappresentato e la ragione principale è il sacrosanto principio di presentare le opere di Rossini soltanto in edizione critica, eliminando i tagli, le aggiunte e i tanti altri arbitri che fino a pochi decenni fa ne deturpavano le rare esecuzioni. Ma la preparazione dell’edizione critica di questa tragédie lyrique è stata estremamente lunga e laboriosa, un vero e proprio puzzle, tanto che il festival per non rimandare all’infinito l’ascolto di questo titolo fondamentale decise nel 2000 di fare uno strappo alla regola e di eseguirlo basandosi sulla coeva edizione a stampa, sebbene non fosse totalmente affidabile.
Quelle rappresentazioni confermarono che le opere di Rossini, se non si vuole fraintenderle e stravolgerle, vanno assolutamente eseguite secondo l’edizione critica. Questo fu possibile solo nel 2017. Possiamo dunque dire che Le Siège de Corinthe è (ri)nato nove anni fa e questa assenza di una tradizione esecutiva incide sugli interpreti e soprattutto sul pubblico, che non ha imparato ad apprezzare e ad amare quest’opera, come sembrerebbero indicare i numerosi posti vuoti nell’Auditorium Scavolini e l’accoglienza inizialmente piuttosto fredda, che solo alla fine si è sciolta in applausi calorosi ma non travolgenti.
Questa tragédie lyrique è un caso più unico che raro di opera rossiniana che si rifà a fatti dell’attualità e della politica del tempo. Il lontano antecedente era The Siege de Corint, un poemetto di George Byron pubblicato nel 1816, in cui si racconta la riconquista della città greca da parte dei turchi nel 1715, nel corso della settima e ultima grande guerra turco-veneziana. Nel 1820 Cesare Della Valle scrisse la tragedia Anna Erizio, che prendeva vari spunti da Byron, sebbene - forse per evitare l’intervento della censura - l’azione fosse spostata al quindicesimo secolo, al tempo della prima conquista di quella città greca da parte di Maometto II. In quello stesso anno Della Valle ricavò da questa sua tragedia il libretto per l’opera Maometto II di Rossini, che andò in scena a Napoli. Nell’aprile del 1824 Byron morì a Missolungi, non lontano da Corinto, dove si era recato a combattere per la libertà della Grecia: questo fatto scosse l’intera Europa e rinfocolò la sua partecipazione ideale alla lotta dei greci per la libertà. Due anni dopo veniva rappresentato a Parigi Le Siège de Corinthe di Rossini, che prendeva spunto dal Maometto II e ne inglobava ampie porzioni, seppur modificate più o meno ampiamente, ma significativamente ritornava al titolo del poemetto di Byron, eroe dell’indipendenza greca. Sulle scene operistiche non era una novità la vicenda di una donna (la protagonista Pamyra) che si innamora del capo dei nemici (Maometto II) e si dibatte nella difficile scelta tra quest’amore e l’amor di patria, optando infine per la patria. Nuovo era invece l’aggancio a fatti che appassionavano l’intera Europa e alimentavano quell’ideale di libertà che nell’Europa della restaurazione non trovava altre vie per esprimersi.
La regia di Davide Livermore ignora quest’atmosfera ideale de Le Siège de Corinthe e sostituisce l’ideale della libertà con un altro ideale, quello della conservazione del patrimonio artistico lasciatoci dalle epoche passate. Così nell’Ouverture si vedono greci che trasportano agitatissimi da un lato all’altro del palcoscenico due statue (una greca, la Venere di Milo, e l’altra moderna, di Canova, come a stabilire la continuità dell’ideale greco di bellezza) cercando un nascondiglio dove metterle al sicuro dall’invasore. Poi, durante l’opera, su uno schermo posto in fondo al palcoscenico scorrono una serie di immagini create dal videodesign di D-Wok, che elaborano un paio di cartoline e vari quadri di Lawrence Alma-Tadema per mostrare le bellezze naturali e artistiche della Grecia deturpate dalla bruttezza dell’invasione - turistica, non turca - che lascia ovunque plastiche e lattine. Si rischia che l’invito a preservare l’eterna e sublime bellezza dell’arte si riduca all’invito ad usare gli appositi contenitori per i rifiuti.
Anche i costumi di Gianluca Falaschi si orientano sulla contrapposizione di chi era il rispettoso erede di quella bellezza (i corinzi vestono i pepli e le tuniche della Grecia classica) e chi era interessato solo al potere e al danaro (i turchi indossano eleganti completi bianchi da uomini d‘affari, un po’ demodé, e stanno sempre col cellulare in mano per scattare selfie e forse per seguire le quotazioni di borsa). Per il resto Livermore dà ai personaggi una recitazione piuttosto tradizionale, che racconta correttamente la vicenda narrata del libretto. Alla fine qualche fischio ingeneroso accoglie Livermore e la sua troupe.
Sul podio Carlo Rizzi governa con chiarezza le grandi e complesse forme dell’ultimo Rossini, che concatenano cori, recitativi, arie e pezzi d’insieme in ardite costruzioni musicali che possono raggiungere i trenta minuti di lunghezza. Ma la sua direzione si orienta prevalentemente su colori scuri, dinamiche prevalentemente fragorose e tempi rapidi e scanditi come marce militari, mettendo in rilievo la cupa atmosfera della Corinto assediata e ormai senza scampo ma sacrificando gli altri aspetti dell’opera, come le continue oscillazioni della protagonista tra amore e dovere. L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna era in ottima forma, così come il Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno (Maestro del Coro Pasquale Veleno).
Sul palcoscenico la protagonista indiscussa è Vasilisa Berzhanskaya, che conoscevamo come uno splendido mezzosoprano con un esteso registro acuto e ritroviamo ora come soprano con un potente registro grave, insomma un soprano Colbran o Falcon. La voce sale senza problemi al registro acuto, dove però perde un po’ della sua pienezza timbrica e del suo volume, così da trovarsi in qualche breve momento soverchiata dall’orchestra di Rizzi. Ma esce comunque a testa altra dal suo esordio nel ruolo di Pamyra, facendosi ammirare per una linea di canto che non vede nelle fioriture un pretesto per esibire il suo virtuosismo ma le usate in funzione espressiva (ad eccezione di qualche filato che non nasconde l’autocompiacimento per la virtù e la bellezza della propria voce).
Intorno a Pamyra stanno due uomini di lei innamorati. Il turco Maometto II è un basso e quindi è l’amante sbagliato, mentre il greco Néoclés è un tenore e quindi è l’amante vero, quello che nel momento estremo Pamyra sposerà, ricevendo la benedizione paterna. Adrian Sâmpetrean interpreta Maometto II dando il giusto rilievo alle sue due facce, quella imperiosa del sovrano e capo dell’esercito nemico e quella dell’amante disposto a cedere su tutti i punti, se Pamyra avesse acconsentito alle nozze con lui. Irta di difficoltà è la parte di Néoclès, per il quale Rossini riprese qualcosa da quella scritta sei anni prima per un contralto nel Maometto II napoletano e per il resto scrisse parti interamente nuove a Parigi per un tenore acuto qual era il celebre Adolphe Nourrit. È stato ora chiamato a interpretarlo Maxim Mironov, che canta con stile ma, se salendo facilmente all’acuto, si trova un po’ scomodo nei centri, quando certe volte fatica ad emergere al di sopra dell’orchestra, sempre piuttosto turgida.
Matteo Roma risolve bene il ruolo di Cléomène, governatore di Corinto e padre di Pamyra, che sembrerebbe predestinato ad una voce di basso: invece Rossini l’affida a un tenore, dandogli però un tono austero e declamatorio. Simón Orfila è autorevole nel ruolo di Hiéros, il “guardiano delle tombe” che incita i corinzi a morire per difendere la libertà. Bene anche Tianxuefei Sun e Giuseppe de Luca nei ruoli di Adraste e Omar, confidenti rispettivamente di Cléomène e di Maometto II. Generalmente il tipico “confidente” ha solo brevi e marginali interventi nelle scene d’insieme, ma per Ismène, confidente di Pamyra, Rossini ha scritto una delle poche arie di quest’opera, in cui Anna-Doris Capitelli si è guadagnata un applauso a scena aperta. Applaudite anche le danze, con le coreografie di Erika Rombaldoni, varie e dinamiche nonostante potessero contare su appena otto ballerini. Alla fine gli applausi sono stati sonori e calorosi per tutti. Qualche isolato fischio per Livermore e la sua troupe fa ormai parte della routine e non offusca il successo complessivo de Le Siège de Corinthe.