Le malizie rossiniane del Docteur Miracle di Lecocq 

La seconda stagione dei “Bouffes du Bru Zane” al Théatre Marigny si apre con l’operetta di Charles Lecocq 

Le Docteur Miracle 
Le Docteur Miracle 
Recensione
classica
Parigi, Théâtre Marigny (Studio)
Le Docteur Miracle 
26 Settembre 2019 - 29 Settembre 2019

 Era il luglio del 1856 quando Jacques Offenbach decideva di lanciare un concorso di composizione, pensato soprattutto come mossa pubblicitaria per i suoi Bouffes-Parisiens di recente apertura. Ai finalisti si chiedeva di scrivere una partitura su un libretto scelto dalla giuria: Le Docteur Miracle, farsetta di ambientazione italiana scritta da Léon Battu e Ludovic Halévy. Molti i candidati e due i vincitori, entrambi destinati a grandi successi: Georges Bizet e Charles Lecocq. Se la versione Bizet è stata oggetto di qualche occasionale ripresa oltre che di registrazioni, per la versione Lecocq ci è voluta la solita, encomiabile curiosità degli archeomusicologi del Palazzetto Bru Zane, che l’hanno scelta come primo titolo della seconda stagione de “Les Bouffes du Bru Zane” in programma anche quest’anno al Théâtre Marigny di Parigi. 

Quattro i personaggi della farsa: un padre di famiglia, la seconda moglie, non proprio un esempio di virtù coniugali, e la figlia Laurette, che spasima per le divise e arde di passione per quella del capitano Silvio. Come l’Almaviva rossiniano, Silvio, di cui il padre non ne vuole sapere, si intrufola in casa dell’amata Laurette sotto mentite spoglie ma viene smascherato dopo varie cialtronerie. Ma non è uomo da perdersi d’animo il Silvio e per la seconda volta si traveste, questa volta come Docteur Miracle, l’unico in grado di salvare la vita al padre dal presunto avvelenamento tramite omelette. Gli equivoci si sciolgono e la giovane coppia convolerà a nozze per il più tradizionale degli happy end. Libretto a parte, più di un numero della vivace partitura di Lecocq denuncia l’ispirazione al belcanto italiano e maliziosamente rossiniano nello specifico, come il delizioso quartetto dal tono surreale sull’omelette (“quell’est bien faite”) preparata dal finto servo Silvio al padre e il frequente ricorso al tono serio in situazioni buffe. 

Spettacolino in economia ma non certo di trovate e di spirito quello ospitato nello spazio raccolto dello Studio Marigny, destinato come le altre produzioni dei “Bouffes du Bru Zane” a tournée in varie piazze francesi e non solo. Lo firma per la regia, la scena di ingegnosa semplicità e i costumi tutti rosso vermiglio, Pierre Lebon, che apre anche lo spettacolo con un prologo “rompighiaccio” sul tema dell’imbonitore che magnifica le presunte virtù del Docteur Miracle, per la verità personaggio piuttosto marginale nella farsa. Il quartetto di interpreti, tutti bravissimi, riesce a tenere il passo spiritato da commedia dell’arte richiesto dal regista. La coppia Makeda Monnet e David Ghilardiincarna i giovani amorosi con la giusta malizia e scaltrezza, mentre Laurent Deleuil, è il perfetto padre babbeo ovviamente sovrappeso (miracolo del costume!), e Laura Neumann, donna navigata e cinica, vocazionalmente vedova, ha verve comica da vendere. In scena Martin Surot al pianoforte accompagna al meglio gli interpreti (ma a quando una versione orchestrale?). 

Poco più di un’ora. Risate e applausi. La formula funziona. 

 

 

 

 

 

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