Le Labèque tra Stravinskij e Glass

Per il 50° di Stravinskij a Reggio Emilia il duo Katia e Marielle Labèque

Katia e Marielle Labèque
Katia e Marielle Labèque (foto Umberto Nicoletti)
Recensione
classica
Katia e Marielle Labèque
Teatro Valli, Reggio Emilia
23 Ottobre 2021

Seconda serata del 50° Stravinskij a Reggio Emilia, che segue quella con la Mahler Chamber Orchestra, questa volta con le sorelle Katia e Marielle Labèque e i loro due pianoforti.

Il programma si apre con Six épigraphes antiques, un Debussy del 1914 che si appoggia su finali enigmatici, un'aria gravida di un lievissimo mistero, discorsi sospesi per aria come pulviscolo, un quid tra l'esotico e l'enigmatico che, complice una esecuzione telepatica (le interpreti suonano insieme da quando avevano rispettivamente 3 e 5 anni) dischiude le porte di un mondo dove regna l'istante: nessuna narrativa o discorso convenzionale a tessere i fili del dettato musicale, ma un succedersi di lampi, di satori, di austere invocazioni ed evocazioni di timide divinità che restano nella penombra, la stessa nella quale vaghiamo, come in una nebbia atemporale.

Se, parole proprio di Debussy «la musica contiene in sé le corrispondenze misteriose tra natura e immaginazione», con La sagra della primavera di Stravinskij questi segreti acquistano una luminescenza rivoluzionaria, esplosiva. Terremoti, abissi, vette, voragini, vertigini, un fugace carillon a picco su un oceano gravido di tempeste perfette. Un tour de force con un che di dantesco e che sembra ancora il suono di un domani, magistralmente restituito senza che si perda nulla della sua selenetica, pagana veemenza nella versione per pianoforti. Da applausi a scena aperta.

Dopo tanta meraviglia e un tale poderoso, illuminante vigore, pur comprendendo la necessità di allentare un poco la tensione (Le Sacre è un maelstrom a tratti infernale), chi scrive trova la scelta di inserire Four Movements di Philipp Glass un incidente nel programma: una composizione didascalica, il trionfo del prevedibile dopo l'indicibile portato in gloria dalla primavera rituale e ctonia celebrata dal russo che lasciò questo pianeta esattamente cinquant'anni fa.

Non bastano le dinamiche calibratissime delle musiciste per elevare il pezzo dai ranghi di una rassicurante banalità: nel terzo movimento le oblique scansioni a rincorrersi rendono l'andamento un poco più mosso, ma resta l'impressione di una caduta verticale. Affatto imprevedibilmente, una consistente parte del pubblico presente sembra invece apprezzare e chiede a gran voce un bis, che viene concesso a quattro mani con una esecuzione per un solo pianoforte di Le jardin féerique di Maurice Ravel, che fa riassaporare la gioia arcana di un'infanzia di cui non resta memoria dicibile. Si torna dunque ad assaporare un'acqua che sgorga da sorgenti preziose (lo stesso Ravel diceva «Il mio lavoro esce lentamente, goccia a goccia. Lo strappo da dentro me ed esce in piccoli pezzettini».

Il secondo bis torna su Philip Glass, e varranno le osservazioni e le impressioni accennate prima. Due pianiste straordinarie, protagoniste di un recital che ha unito, in un cielo variabile, i lampi fulminanti del genio alle nuvole grigie dell'ovvietà.

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