La voce della viola

Il Gonfalone ha riaperto col concerto di un giovane e ottimo duo viola-pianoforte: Martina Santarone e  Antonino Fiumara

Martina Santarone e Antonino Fiumara
Martina Santarone e Antonino Fiumara
Recensione
classica
Roma, Gonfalone
Martina Santarone e Antonino Fiumara
02 Luglio 2020

A Roma anche il Gonfalone ha ricominciato la sua attività, ma non si può ancora parlare di normalità, perché la splendida sala - totalmente ricoperta di affreschi dei migliori pittori di Roma alla fine del Cinquecento e nota come nota come la piccola Cappella Sistina – ha visto ridotta la sua capienza a qualche decina di spettatori per rispettare le distanze. Ma l’importante è ricominciare e il Gonfalone l’ha fatto nel migliore dei modi, cioè guardando al futuro e invitando due musicisti giovani - veramente giovani - e soprattutto dotati di ottime qualità naturali e di una maturità sorprendente per la loro età. Sono la violista Martina Santarone e il pianista Antonino Fiumara, entrambi membri del Quartetto Werther, che l’anno scorso ha vinto il Concorso di Città di Castello e quest’anno si è visto assegnare il Premio Farulli dalla critica musicale italiana come miglior giovane gruppo italiano di musica da camera. Come è eccellente il quartetto, così è eccellente il duo a cui questi suoi membri danno occasionalmente vita.

Il repertorio per viola e pianoforte non è vastissimo ma è più interessante e vario di quel che generalmente si pensa, eppure nella mia carriera di ascoltatore non ricordo altri concerti interamente affidati a questo duo.  Era intitolato “La voce della viola”, un titolo indovinatissimo, perché veramente permetteva di scoprire tutte le sfaccettature del suono di uno strumento ombroso, che non ama venire in primo piano ma preferisce restare in seconda fila e commentare quel che fanno gli altri strumenti. Ma non sempre è così. E Martina Santarone l’ha dimostrato. Ha iniziato con tre Lieder di Schubert trascritti per la viola, che cantava con tutta la varietà di inflessioni e di sfumature richieste dai Lieder schubertiani alla voce umana. Superato un momento di emozione, forse perché tornava a suonare in pubblico dopo mesi o forse perché le viole sono timide e non abituate a venire alla ribalta da soliste, la Santarone è stata perfetta nel famosissimo Ständchen, un canto di semplice bellezza e di pura emozione.

Si proseguiva con uno dei capolavori del repertorio per viola e pianoforte, Märchenbilder op. 113 di Schumann, che nel suono sognante e nostalgico della viola trovò la voce ideale per esprimere le malinconie dei suoi ultimi anni. Con la sua sensibilità vibrante ma delicata, priva di ogni forzatura che potrebbe spezzare l’incanto di questa musica, l’interprete ha catturato la magia dell’intimo e pensoso primo pezzo e ha dato all’ultimo il tono perfetto per la “espressione malinconica” che l’autore chiede esplicitamente in questa pagina. E che meraviglia quel finale in dissolvenza!  Pura poesia, se si può ancora usare quest’espressione così romantica, così antiquata.

Appena tre anni separano il brano di Schumann dall’Élégie op. 30  di Vieuxtemps, che per la viola ha scritto molto, dimostrandosi compositore di maggior spessore che nei pezzi per il violino, troppo attenti a mettere in mostra le qualità virtuosistiche dell’interprete, che era lui stesso. Evidentemente il compositore belga conosceva benissimo la viola e infatti in questo brano ne amplia notevolmente la gamma timbrica e le possibilità espressive, facendoci scoprire qualità insospettate della “voce della viola”. Senza far percepire e tanto meno esibire le difficoltà tecniche, la Santarone ha trasformato il suo strumento con discese al registro grave e ascese luminose all’acuto, che potevano far credere di ascoltare un violoncello o un violino. Ma senza perdere il tono intimo e raccolto della viola.

Infine nella Sonata n. 2 di Brahms, trascrizione dell’autore dall’originale per clarinetto, l’interprete ha dimostrato di avere il suono robusto che il compositore a tratti richiede, ma anche qui si è potuta ammirare la sensibilità con cui ha colto ed espresso i numerosi momenti lirici e ombrosi di quest’opera, appartenente agli ultimi anni del compositore amburghese.

E per completare il quadro delle possibilità della “voce della viola”, alla fine un celebre tango argentino!

La recensione non sarebbe completa senza dire di Antonino Fiumara, tutt’altro che un accompagnatore, ma un partner alla pari, che ha tenuto sempre vivo il dialogo tra i due strumenti. Tecnicamente ferratissimo, è un ottimo solista e un camerista provetto, per il suono cristallino e le dinamiche perfettamente controllate. Peccato per il suono freddo e legnoso del pianoforte che gli è toccato in sorte questa volta. 

 

 

 

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