La stagione di Santa Cecilia si è conclusa con Jakub Hrusa

In programma Mendelssohn, con Karen Gomyo al violino, e Čajkovskij

MM

22 giugno 2026 • 3 minuti di lettura

HRUSA E GOMYO (Foto ANSC(c)MUSA)
HRUSA E GOMYO (Foto ANSC(c)MUSA)

Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, Roma

Hrusa e Gomyo

18/06/2026 - 20/06/2026

Jakub Hrůša è stato per alcuni anni il “principale direttore ospite” all’Accademia di Santa Cecilia, accanto ad Antonio Pappano, che ne era il direttore musicale. Ora è il direttore del Covent Garden di Londra, succedendo proprio a Pappano. E ha impegni fissi anche con altre due orchestre, una a Bamberg in Germania e l’altra a Praga nella sua Repubblica Ceca. Ma non dimentica Roma, dove torna ogni anno, a conferma dell’ottimo feeling da lui stabilito con il pubblico romano e soprattutto con l’orchestra. Questa volta ha diretto l’ultimo concerto della stagione sinfonica 2025-2026, quando è ormai scoppiata la calura estiva. Anche gli applausi sono stati molto calorosi, compensando ad abundantiam i vuoti in sala, spiegabili col fatto che la città si era svuotata per il week end (mi riferisco alla replica del sabato).

Programma molto allettante per chi ascolta e molto impegnativo per gli interpreti. Il primo brano era l’ouverture dal Sogno d’una notte di mezza estate di Mendelssohn diretto da Hrusa con bel piglio romantico. Sognanti gli accordi iniziali dei fiati, magico il passaggio velocissimo e pianissimo dei violini, fantasioso il tema a piena orchestra e cosa via fino alla fine di questi meravigliosi dodici minuti di musica, composti da un diciassettenne!!!

Fu composto invece negli ultimi anni della breve vita di Mendelssohn il secondo brano in programma, il Concerto per violino op. 64. Solista la nippo-americana Karen Gomyo, che ha un suono non molto potente ma ne ha dato interpretazione elegante, come conviene a un compositore romantico ma anche molto attento alla raffinatezza sia della più piccola frase sia della forma complessiva. La Gomyo è particolarmente a suo agio nei momenti incantati e assorti, che abbondano nel primo movimento. Ma avrebbe potuto essere più trascinante nei momenti romanticamente veementi di questo movimento - non per nulla indicato da Mendelssohn “Allegro molto appassionato” - e del finale. Era invece perfetta nel movimento centrale. Il pubblico le tributa un grande successo, a cui la Gomyo risponde con due bis. Per il primo ha invitato Andrea Obiso - la “spalla” dell’orchestra - a suonare con lei la Gavotta dalla Sonata in mi minore op. 3 n. 5 del francese del Settecento Jean Marie Leclair. Pure il secondo bis era una danza, il Tango étude n. 4 di Astor Piazzolla, in una rivisitazione per violino solo, che la Gomyo ha anche inciso in un cd intitolato A Piazzolla Trilogy.

Il concerto di Mendelssohn è in tonalità minore, ma è sereno, emana un senso di felicità e ottimismo. Passare al fa minore della Sinfonia n. 4 di Čajkovskij è uno choc. Dalla letteralmente apocalittica fanfara degli ottoni inziale alla cavalcata disperata verso il nulla dell’Allegro con fuoco conclusivo, Hrůša non esita a dar sfogo agli stati d’animo estremi espressi da Čajkovskij, che prevedono solo sparse e brevi oasi di relativa serenità, giusto per prendere il respiro e rituffarsi nelle angosce dell’allora trentasettenne compositore russo. Alcuni direttori cercano d’incanalare verso modi meno esasperati questa musica, invece Hrůša non solo gli dà libero corso ma li acuisce al massimo, in un modo che ricorda la scuola russa e in particolare l’interpretazione consegnata al disco del più grande direttore russo della seconda metà del Novecento, Evgenij Mravinskij. Il quarto movimento è velocissimo, irresistibile, travolgente e il pubblico l’accoglie con un boato d’applausi.