La prima volta di Roméo et Juliette di Gounod a Roma
Dirige Daniel Oren, Luca De Fusco firma la regia, con Vittorio Grigolo e Nino Machaidze nella parte dei due protagonisti
04 maggio 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro dell'Opera, Roma
Roméo et Juliette
28/04/2026 - 06/05/2026Roméo et Juliette di Charles Gounod era una novità per il pubblico romano, perché fino ad oggi a il Teatro dell’Opera di Roma aveva rappresentato sempre soltanto un’unica opera di Gounod, Il Faust.
Dirigeva questa “novità” stava Daniel Oren, che apprezziamo soprattutto in Verdi, per la sua capacità di rendere incandescente la temperatura drammatica, talvolta anche esagerando i tempi e le dinamiche pur di mettere in rilievo l’empito drammatico della musica. Con Gounod invece Oren, non sempre si trova pienamente a suo agio. Nell’ouverture il primo tema è possente, cupamente drammatico e fatale e si alterna a un dinamico e tumultuoso fugato: qui Oren è nel suo elemento, così come nel prologo, quando il coro racconta con tono dolente la tragica fine dei due giovani protagonisti. Nella successiva festa chez i Capuleti Oren morde il freno: governa bene il palcoscenico e la buca, ma non si spinge molto più in là, perché non sono nelle sue corde la leggerezza parigina e i ritmi vivaci, che sotto una superficie elegante lasciano trapelare la tensione tra i giovani delle due opposte fazioni, da cui nascerà la tragedia. La sua direzione prende quota quando le grandi passioni vengono in piena luce, in particolare nel quinto atto, interamente dedicato agli ultimi momenti di vita dei due protagonisti. Ma per la maggior parte dell’opera si limita a governare attentamente l’orchestra e il coro, come sempre splendidamente preparato da Ciro Visco.
Ad interpretare Roméo è Vittorio Grigolo, che ricordiamo giovanissimo, quando era un interprete piuttosto superficiale, che si limitava a metteva in bella mostra la sua voce bella e generosa con un autocompiacimento piuttosto fastidioso. Ora ha raggiunto la piena maturità, la voce è sempre bella e solare in ogni registro, gli acuti sicuri e perfino spavaldi ma ben controllati, e il fraseggio è duttile e sfumato. Un Roméo ideale, anche per la buona pronuncia francese, che non dovrebbe essere un optional e invece manca a vari interpreti, a cominciare da Juliette, la georgiana Nino Machaidze, che ha fatto un prestigioso debutto in questo ruolo al Festival di Salisburgo nel 2008. Da allora sono passati quasi vent’anni, che naturalmente hanno lasciato qualche traccia nella sua voce. Allora era un soprano lirico-leggero, oggi tende al drammatico e non è adatta al momento più celebre dell’opera, “Je veux vivre”, un’aria brillante che si svolge in tempo di valzer, inanella molti abbellimenti, si spinge più volte fino al do acuto e tocca anche il re: la Machaidze non ha più l’agilità necessaria, è a disagio nelle fioriture, fatica negli acuti. Si riscatta nella tragica scena finale, dimostrando che in un repertorio diverso sarebbe ancora una cantante di rango. Buono il folto gruppo dei comprimari, che spesso hanno un ruolo di primo piano nei pochi minuti in cui sono in scena: citiamo almeno Nicolas Joural (Frère Laurent / Duc de Verone), Mihai Damian (Mercutio), Aya Wakizono (Stéphano), Christian Senn (Capulet), Valentin Borgioni (Tybalt), Géraldine Chauvet (Gertude), Alessio Verna (Gregorio).
In palcoscenico domina il grigio, nella duplice accezione del termine. È grigia la regia di Luca De Fusco: l’amore e la tragica fine dei due amanti più famosi della letteratura europea avrebbero meritato qualcosa di più. E qualcosa di più avrebbero meritato anche i momenti più movimentati e spettacolari come la festa del primo atto e lo scontro all’arma bianca tra le due fazioni nel terzo.
Sono grigie - questa volta nell’accezione letterale del termine - le luci di Gigi Saccomandi, almeno nell’80% dell’opera, mentre è luminoso il quadro finale, quando i due amanti si ritrovano e muoiono insieme: la morte è anche il loro trionfo sul quel mondo grigio che li circonda. Marta Crisolini Malatesta firma scene e costumi. La scenografia (grigia) consiste in un portico, attraverso i cui archi si ammira una romantica notte stellata. E quando ci si trasferisce in ambienti chiusi, quegli archi diventano le finestre di un salone affrescato o le finestre di una chiesa chiuse da vetrate colorate. Anche i costumi (di foggia moderna) sono per lo più grigi e anonimi e questo rende difficile distinguere i vari personaggi nelle scene di massa. Fanno eccezione i due amanti: lui indossa abiti azzurri, lei rossi o bianchi.
Nonostante qualche punto debole, questa novità vecchia di centocinquantanove anni è stata gradita sia dai romani sia dai molti turisti, che gremivano il teatro e non hanno lesinato gli applausi.