A Padova Farrenc sinfonica fra Cherubini e Berlioz
Pierre Dumoussaud guida l’OPV in un raffinato percorso dal classicismo di Cherubini al teatro visionario di Berlioz fino alla limpida energia orchestrale di Farrenc
01 maggio 2026 • 3 minuti di lettura
Auditorium Pollini, Padova
Cherubini, Berlioz e Farrenc
30/04/2026 - 30/04/2026A pochi giorni dalla conclusione del festival del Palazzetto Bru Zane “Il tempo di Louise Farrenc”, questo concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, in collaborazione con il Centre de musique romantique française, si è rivelato come il suo naturale prolungamento, quasi un’appendice ideale che ne completa il ritratto artistico. Se la rassegna veneziana aveva infatti privilegiato la produzione cameristica della compositrice francese, la serata dell’OPV guidata da Pierre Dumoussaud ha opportunamente spostato il fuoco sulla sua scrittura sinfonica, collocandola entro una prospettiva storica tanto coerente quanto illuminante. Il programma era infatti costruito con intelligenza e gusto: da un lato un saggio del monumentale classicismo francese di Cherubini, dall’altro il romanticismo febbrile e visionario di Berlioz, con Farrenc posta esattamente al centro come ideale cerniera fra i due mondi. Una posizione tutt’altro che arbitraria. Nella sua musica convivono infatti il rigore della grande tradizione classicista viennese, assimilata con profondità, e una sensibilità timbrica già proiettata verso un romanticismo più moderno e coloristico.
L’Ouverture da Médée di Luigi Cherubini ha aperto la serata con energia drammatica e tensione teatrale. Dumoussaud ne ha valorizzato soprattutto la chiarezza architettonica e il senso di urgenza tragica, evitando qualsiasi ridondanza retorica. Il gesto del giovane direttore francese, essenziale ma sempre energico, ha trovato nell’OPV una risposta pronta e compatta, particolarmente evidente nella nitidezza degli attacchi e nell’equilibrio delle sezioni. Di ben più raro ascolto è La mort de Cléopâtre di Hector Berlioz, straordinaria “scena lirica” composta nel 1829 per il Prix de Rome e presto divenuta uno dei capolavori più eccentrici del compositore. Qui emerge pienamente quel “teatro immaginario” che attraversa tanta parte della produzione berlioziana: una scena mentale, febbrile, quasi allucinata, dove la voce si muove in uno spazio drammatico di impressionante modernità. Antoinette Dennefeld ne è stata interprete di grande forza espressiva. Il mezzosoprano francese ha affrontato la scrittura impervia con sicurezza tecnica e notevole varietà di colori, ma soprattutto con un vivido senso teatrale. Dalla furia iniziale di “C’en est donc fait !” alla meditazione funebre dei “Grands Pharaons”, fino all’agitazione estrema della conclusione, Dennefeld ha restituito tutta la grandezza tragica della regina morente senza mai indulgere nell’enfasi. Dumoussaud e orchestra l’hanno accompagnata con sensibilità attentissima, mettendo in luce la sorprendente modernità dell’orchestrazione berlioziana.
La seconda parte era interamente dedicata alla Sinfonia n. 1 in do minore op. 32 di Louise Farrenc, composta nel 1841 in un panorama parigino dominato dall’opera e poco incline alla pratica sinfonica. Eppure proprio scegliendo il genere più “serio” della tradizione strumentale, Farrenc affermò una voce personale e solidissima. La sinfonia rivela chiaramente il debito verso Haydn nella struttura e verso Beethoven soprattutto nello slancio eroico del primo e dell’ultimo movimento, ma vi si ravvisa anche una leggerezza di tocco, una trasparenza nel ricamo strumentale che guarda a Mendelssohn. Dumoussaud ha saputo evidenziare con grande naturalezza proprio questa duplice anima della partitura: da un lato la solidità della costruzione formale, dall’altro la vivacità del dettaglio timbrico. Notevole la prova dell’OPV, soprattutto dei fiati, chiamati da Farrenc a un ruolo tutt’altro che ornamentale. Oboi, clarinetti e fagotti hanno brillato per precisione e qualità del fraseggio, contribuendo a quella luminosità orchestrale che costituisce uno degli aspetti più affascinanti della scrittura della compositrice. Molto ben calibrati anche i contrasti dinamici, con un Adagio cantabile di notevole eleganza e un finale affrontato con slancio e chiarezza.
Pubblico purtroppo non numeroso, forse anche per la vigilia del ponte del Primo Maggio, ma gli applausi finali sono stati calorosi e convinti per tutti gli interpreti. E forse il risultato più convincente della serata è stato proprio questo: ascoltare Farrenc non come un’eccezione da recuperare, ma come una presenza perfettamente credibile accanto ai nomi più frequentati del repertorio ottocentesco.