Kremer in concerto alla IUC di Roma

Il Trio Kremer e il soprano tedesco Anna-Lena Elbert hanno interpretato pagine di Pärt, Šostakóvič e Beethoven

MM

27 aprile 2026 • 5 minuti di lettura

Trio Kremer all'Aula Magna (Foto © Damiano Rosa)
Trio Kremer all'Aula Magna (Foto © Damiano Rosa)

Aula Magna dell'Università Sapienza", Roma

Trio Kremer

21/04/2026 - 19/04/2026

Pochi giorni dopo il suo settantanovesimo compleanno Gidon Kremer è tornato a Roma e più precisamente all’Aula Magna della Sapienza, dove si svolge la stagione concertistica della IUC, l’istituzione musicale romana preferita dal violinista lettone fin da quando vi debuttò nel 1992. Da allora continua a tornarvi con una certa frequenza, ma non come solista di grido bensì come membro di uno dei vari gruppi cameristici a cui ha dato vita. Si potrebbe pensare che sia una scelta dettata dall’età, che non è più l’età dei virtuosismi funambolici, ma non è così. Kremer si è sempre trovato stretto nelle vesti del virtuoso che si esibisce nel grande repertorio e ha sempre preferito “lavorare” con un piccolo gruppo di musicisti e amici, inevitabilmente meno celebri di lui, senza riservare a se stesso il ruolo di star e nemmeno di “primus inter pares” ma ponendosi sullo stesso identico piano degli altri, scelti non solo perché sapevano muovere abilmente le dita sullo strumento ma perché avevano un approccio non edonistico e tanto meno esibizionistico alla musica. Questa volta si è presentato in trio con la violoncellista Giedré Dirvanauskaité e il pianista Georgijs Osokins.

 Ad aprire il programma era Arvo Pärt. Si potrebbe pensare che fosse un tardivo omaggio al suo novantesimo compleanno, che cadeva nel 2025, ma Kremer non ha bisogno di pretesti forniti dal calendario perché eseguire il compositore estone figura frequentemente nei suoi programmi da decenni, quando era ancora poco noto apprezzato. Questa volta in realtà Kremer non aveva un ruolo attivo nell’esecuzione dei due brani di Pärt, affidati al pianista del gruppo, il giovane Georgijs Osokins. Erano Für Alina (1976) e Lamentate X. Fragile e conciliante, decimo movimento di un pezzo per pianoforte e orchestra del 2002, trascritto per pianoforte da Osokins stesso.

Sono musiche molto simili, tanto che non si è afferrato il passaggio dal primo al secondo brano. Inizialmente la mano destra suona una prima cellula musicale di poche note, ripetuta più volte con minime varianti ma senza un reale sviluppo, poi una seconda cellula, una terza e così via, separate l’una dall’altra da brevi pause: sono tutte simili per dimensioni, carattere e trattamento musicale, tutte producono eteree risonanze armoniche sulle note tenute dalla mano sinistra, tutte s’interrompono restando come sospese, senza mai concludere. Come accennato il passaggio da Für Alina a Fragile e conciliante è stato volutamente celato e reso inavvertibile dal pianista: forse avviene quando dopo una delle brevissime pause il tempo diventa leggermente più mosso e i frammenti musicali si ampliano e generano contrasti sonori ed espressivi prima assenti. Anche un principiante potrebbe suonare le poche note di questi brani ma Osokins fa molto di più e giunge a cogliere l’essenzialità di questa musica apparentemente semplice e ad esprimerne il tono meditativo e profondamente dolente, come il distacco da una persona cara, che è proprio l’occasione per cui è stato composto Für Alina. Non per nulla ad appena vent’anni d’età questo pianista è accreditato come interprete di riferimento di Pärt. Il pubblico però è un po’ sconcertato dalla semplicità e dalla brevit° di questa semplicità e applaude moderatamente.

Poi si passa alle Sette romanze su poesie di Aleksandr Blok op. 127, appartenenti all’ultimo periodo dell’arte di Dmitri Šostakóvič, quando componeva musiche intime, introverse, fragili, cupe, pessimistiche. In queste sette liriche la voce del soprano è affiancata dai tre strumenti, che suonano insieme soltanto nell'ultima romanza, mentre nelle prime tre intervengono uno alla volta e nelle tre successive vengono abbinati nei tre diversi modi possibili. A queste calcolate scelte timbriche, sempre così esatte nel definire il colore e il tono specifici d'ogni poesia, questo ciclo deve indubbiamente non poco della sua grande forza di suggestione. Ma protagonista è sempre la voce, che raggiunge un'essenziale e scabra efficacia espressiva. Non so come avrebbero interpretato queste romanze il soprano, il violinista, il violoncellista e il pianista per i quali Šostakóvič le aveva composte, ovvero i mitici Visnevskaja, Oistrakh, Rostropovič e Richter!!!! Ma Gidon Kremer, Giedré Dirvanauskaité e Georgijs Osokins sono stati superlativi nel renderne le atmosfere di volta in volta rarefatte, concitate, trasognate, tese o spente che emanano da questa musica. Pur non potendo comprendere il testo, ma seguendone la traduzione sul programma di sala, ha colpito la capacità di Anna-Lena Elbert- soprano dalla voce limpida e purissima ma anche robusta - di sublimare quelle parole in modo sobrio ma incisivo, controllato ma intensissimo. Molti e meritatissimi applausi.

La seconda metà del concerto è dedicata al Trio n. 7 op. 97 di Ludwig van Beethoven. Il titolo spurio di “Arciduca” e le ampie dimensioni sviano molti interpreti, che gli danno un tono grandioso qui fuori luogo. Non cadono in quest’errore Kremer e i suoi due giovani partner, che con lucida oggettività lo hanno interpretato per quel che è, un esempio ideale del classicismo in musica, che guarda al mondo dall’alto delle vette dell’Olimpo. La loro esecuzione è controllata e precisa, perché ogni dettaglio ha tutta la cura e l’attenzione che merita, ma anche “affettuosa”, perché ne hanno colto anche i momenti in cui Beethoven lascia filtrare sentimenti e affetti.

I due movimenti iniziali, in perfetto equilibrio tra il secondo e il terzo periodo dell’arte di Beethoven, sono due splendidi capolavori e splendida ne è stata l’esecuzione. Ci limitiamo a sottolineare due momenti. Il primo è la conclusione della sezione centrale (lo sviluppo) del primo movimento, quando il pizzicato dei due strumenti ad arco e lo staccato del pianoforte conducono in modo assolutamente inusuale e magico alla ripresa del tema principale. L’altro è l’intero secondo movimento, uno “Scherzo” tra i più belli di Beethoven, non dionisiaco ma apollineo. I due movimenti successivi, appaiono meno ispirati e sembrano rientrare nell’alveo della Hausmusik, come era definita la musica che si suonava nei palazzi dell’aristocrazia e nelle case della borghesia per passare piacevolmente la serata. Ma ovviamente anche in questi due movimenti Beethoven resta Beethoven e vola incomparabilmente più in alto dei suoi contemporanei più dozzinali.

I tre interpreti pongono la massima attenzione, precisione e premura nell’esecuzione di ogni nota di Beethoven. La giovane violoncellista e il giovanissimo pianista sono più energici ma Kremer è sempre il grande musicista che conosciamo e denuncia la sua età solo perché i il suono del suo violino è diventato un po’ flebile: questo non nuoce più di tanto ad un’esecuzione di cui il violinista lettone è sicuramente l’anima.

Il pubblico, che lasciava pochi posti liberi nella platea dell’Aula Magna, ha applaudito entusiasticamente. Simpaticamente Kremer ha annunciato in un italiano un po’ stentato il bis, Scala cromatica di Arvo Pärt.