Kissin, rigore e misura

Al Teatro La Fenice concerto straordinario del pianista russo tra Beethoven, Chopin, Schumann e Liszt per festeggiare i dieci anni di Musikàmera

SN

26 marzo 2026 • 4 minuti di lettura

Evgeny Kissin – Musikàmera
Evgeny Kissin – Musikàmera

Venezia, Teatro La Fenice

Musikàmera - Evgeny Kissin

22/03/2026 - 22/03/2026

Nella Sala Grande del Teatro La Fenice, gremita in ogni ordine di posti, il concerto straordinario del pianista russo Evgeny Kissin, al debutto nella città lagunare, per festeggiare i dieci anni di Musikàmera, la stagione di musica da camera del Teatro La Fenice. Come da attese, si è trattato di un appuntamento di particolare rilievo, segnato da un programma costruito con coerenza e da un’interpretazione di notevole solidità. Il pianista russo, tra i più autorevoli interpreti della scena internazionale, ha attraversato alcune pagine centrali del repertorio tra classicismo e romanticismo con un approccio riflessivo e controllato, privilegiando la chiarezza del disegno formale rispetto a ogni tentazione di spettacolarizzazione. Nato a Mosca nel 1971, Kissin ha costruito la propria carriera molto precocemente, imponendosi fin da giovanissimo fra i migliori talenti pianistici e consolidando nel tempo una cifra stilistica riconoscibile, fondata su equilibrio, rigore e profondità. Trasferitosi in Occidente negli anni Novanta, Kissin ha mantenuto un repertorio ampio ma solidamente fondato sui grandi classici del pianismo, privilegiando autori nei quali può esprimere pienamente questa tensione tra controllo tecnico e intensità emotiva.

L’apertura con la Sonata n. 7 op. 10 n. 3 di Ludwig van Beethoven ha evidenziato una lettura attenta all’architettura complessiva. Fin dalle prime battute, Kissin ha delineato un equilibrio rigoroso tra tensione e distensione, evitando contrasti eccessivamente marcati. Il “Largo e mesto”, fulcro espressivo della sonata, è stato affrontato con un suono raccolto, quasi trattenuto, e con una gestione del tempo ampia ma sempre sorvegliata: ne è emersa una dimensione introspettiva che guardava più alla continuità del discorso che alla drammatizzazione dei singoli episodi. L’antologia di mazurke di Fryderyk Chopin (per la cronaca, le numero 27, 29, 35, 39 e 51) ha rappresentato un cambio di prospettiva, pur mantenendo una linea interpretativa coerente. Composte lungo l’intero arco creativo di Chopin, dagli anni giovanili fino alle ultime settimane di vita, le mazurke traggono origine da una danza popolare polacca in metro ternario, caratterizzata dall’accento spostato sul terzo tempo. In esse si riflette il legame affettivo e nostalgico del compositore con la propria terra, mai ridotto però a semplice citazione folklorica: il materiale originario viene infatti costantemente rielaborato in una scrittura armonica e formale sempre più complessa. Kissin ha lavorato su una gamma timbrica raffinata, evitando di enfatizzare l’elemento folklorico e privilegiando invece un carattere più intimo e meditativo. Le inflessioni ritmiche, appena accennate, suggerivano la matrice danzante senza renderla smaccatamente esplicita, mentre il fraseggio si è distinto per una cura particolare delle mezze tinte. Nei brani più tardi, soprattutto, si è colta una maggiore profondità espressiva, con un senso di sospensione che trovava nella semplicità apparente la sua forza.

Evgeny Kissin (foto Peter Wieler)
Evgeny Kissin (foto Peter Wieler)

Più complesso il discorso con la Kreisleriana op. 16 di Robert Schumann. Composta nel 1838 e articolata in “otto fantasie per pianoforte”, la composizione si ispira al personaggio di Johannes Kreisler, il musicista eccentrico e visionario creato da E. T. A. Hoffmann, figura nella quale Schumann riconosceva una sorta di alter ego artistico. Il ciclo, tra i più rappresentativi della sua produzione pianistica, riflette infatti una personalità divisa e inquieta, costruita su continui contrasti tra slancio e introspezione. Kissin ha scelto di privilegiare una visione unitaria dell’opera, sottolineandone la coerenza interna più che la frammentazione. I contrasti tra gli episodi impetuosi e quelli lirici sono stati contenuti entro un disegno complessivo ben controllato, quasi a ricondurre la molteplicità degli stati d’animo a una linea interpretativa comune. Se da un lato gli aspetti più irregolari e visionari della scrittura schumanniana risultano attenuati, dall’altro la chiarezza costruzione formale e la concezione unitaria del lavoro emergono con plastica chiarezza.

La Rapsodia ungherese n. 12 di Franz Liszt ha chiuso il programma con una scrittura più smaccatamente virtuosistica, ma anche con una precisa idea poetica. Liszt stesso parlava delle sue rapsodie come di una sorta di “epopea nazionale” dal carattere “fantasticamente epico”, capace di condensare stati d’animo collettivi più che di narrare eventi. In questa prospettiva, Kissin ha mantenuto una linea improntata al controllo, evitando di trasformare il brano in un esercizio di virtuosismo pianistico fine a se stesso. L’introduzione, più raccolta, ha lasciato spazio a una progressiva espansione dell’energia, sempre però governata con precisione e pieno controllo. La chiarezza dell’articolazione e la solidità tecnica hanno consentito di seguire con nitidezza l’evoluzione del discorso musicale, mettendo in luce tanto la struttura della rapsodia che la sua natura spettacolare.

Nel complesso, il concerto ha offerto un percorso coerente e ben calibrato, in cui ogni pagina trovava un posto preciso all’interno di una visione d’insieme. Artista maturo, Kissin ha proposto letture meditate, prive forse di effetti eclatanti, con l’eccezione del suo fantasmagorico Liszt, talvolta forse più analitiche che istintive, ma sempre sostenute da padronanza tecnica assoluta e da una evidente consapevolezza stilistica. Il pubblico, attento e partecipe, ha accolto con grande calore ricambiato generosamente da Kissin con ben tre fuori programma.