Elias, l’opus magnum di Mendelssohn

Diretto da Pappano a Santa Cecilia l’ultimo e più imponente capolavoro del compositore amburghese

Antonio Pappano
Antonio Pappano
Recensione
classica
Sala Santa Cecilia di Roma
Elias di Mendelssohn
29 Gennaio 2021

Lo streaming è inevitabile in questo periodo ma – non bisogna stancarsi di dirlo – non può essere che una soluzione di ripiego. Eppure alcune volte ha una funzione utilissima, a cui non può assolvee un normale concerto in sala: è questo il caso dell’Elias  di Mendelssohn, trasmesso in diretta dalla Sala Santa Cecilia di Roma da Rai Radio3 e ora visibile su raiplay.it, che ha dato a molti l’occasione di ascoltare per la prima volta quest’oratorio, che in Italia è stato eseguito in questi ultimi dieci anni soltanto a Milano, Verona, Firenze e Torino (non posso escludere che qualche altra esecuzione mi sia sfuggita) oltre che all’Accademia di Santa Cecilia, dove torna con regolarità ogni dieci o quindici anni. Eppure l’Elias  non è affatto un lavoro minore, al contrario può essere considerato l’opus magnum  di Mendelssohn, che, dopo averlo meditato per dieci anni, lo mise sul pentagramma in pochi mesi nel 1846. Alla prima fu accolto trionfalmente, ebbe subito varie esecuzioni e, quando poco dopo il compositore morì ad appena trentotto anni, fu il lavoro più scelto per le commemorazioni in Germania ed Inghilterra.

Nel Paulus Mendelssohn aveva ripreso alcuni elementi dello stile di Bach, in particolare nei cori, dimostrando che il Kantor di Lipsia (di cui pochi anni prima aveva fatto conoscere la dimenticata Passione secondo Matteo) poteva ancora essere un esempio per i compositori dell’età romantica.Invece nell’Elias  prese come modello Haendel, a cominciare dalla scelta come protagonista di uno dei personaggi più possenti e drammatici dell’Antico Testamento. Ma non c’è il minimo calco stilistico di Haendel, da cui semmai Mendelssohn riprende la grande libertà da schemi prefissati, concatenando liberamente recitativi, ariosi, arie, pezzi d’insieme e soprattutto cori. Tuttavia Mendelssohn rimane indietrorispetto ai grandiosi affreschi musicali haendeliani, che gareggiavano con l’opera seria del tempo e la superavano quanto a varietà degli affetti, ricchezza delle situazioni e drammaticità dello svolgimento. Ciò dipende non tanto da una scelta personale del compositore quanto dal secolo in cui visse, che praticava una religiosità molto più devota e compunta di quella spregiudicata del Settceneto: non per caso proprio negli anni dell’Elias venivano poste in Germania le basi del movimento ceciliano nella musica.

Antonio Pappano è insuperabile quando si tratta di conferire drammaticità e teatralità alla musica - particolarmente alla musica vocale - ma è anche un interprete sempre attento alle reali intenzioni dell’autore ed ha quindi offerto un’esecuzione pienamente consapevole del tono grandioso ma non teatrale dell’Elias, in cui pagine sorprendentemente originali e potentemente drammatiche (per esempio, il breve intervento iniziale di Elia, che inaspettatamente precede la severa e bellissima ouverture) si alternano ad altre (e sono la maggior parte) in cui Mendelssohn disdegna di sfruttare con effetti spettacolari quei momenti che un compositore più incline al teatro non si sarebbe lasciato sfuggire. Si prenda, per esempio, l’episodio in cui Elia sfida i profeti di Baal a una gara di prodigi per dimostrare quale sia il vero dio, Jahvè o Baal; i seguaci di Baal ne escono ovviamente sconfitti ed Elia ordina ai suoi: “Prendete tutti i profeti di Baal; e che non ne scampi nemmeno uno! Conduceteli giù al torrente e lì sgozzateli!” Un episodio che avrebbe dato a Haendel l’occasione per un possente quadro drammatico, mentre Mendelssohn evita assolutamente di alzare i toni e mette la sordina alle terribili parole di Elia.

L’esecuzione rispettosa, pacata, limpida di Pappano si mostra progressivamente sempre più quella giusta, esaltando pienamente la nobile bellezza di questa musica, la sapienza del contrappunto e la sincera devozione, che si esprimono con una incessante varietà di sfumature espressive e una grande libertà di strutture musicali.

Georg Zeppenfeld è stato uno splendido protagonista, dalle infinite gradazioni di colore, di volta in volta terribile o pacato, autoritario o sottomesso al volere divino. Gli interpreti degli altri personaggi avevano indubbiamente meno opportunità di mostrare ciò di cui sono capaci, ma si sono dimostrati eccellenti: erano il soprano Rachel Willis Sörensen, il mezzosoprano Wiebke Lehmkuhl (ottimo, seppure un po’ chiaro) e il tenore Benjamin Bernheim (se non sbaglio, era al suo debutto a Roma e si è confermato uno dei migliori tenori della giovane generazione, sebbene non sia questo il suo repertorio d’elezione). Da segnalare anche la bella voce bianca di Bianca Maria Argan e gli inappuntabili interventi delle otto voci soliste tratte dal coro.

È quasi superfluo aggiungere che grandi protagonisti del concerto sono stati anche il Coro (preparato da Pietro Monti) e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. 

 

 

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