Dido and Aeneas per gli ottant’anni del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto

Il capolavoro di Purcell diretto da Marco Angius, con la regia di Tommaso Amadio

MM

18 agosto 2026 • 4 minuti di lettura

DIDO AND AENEAS (FOTO DI MARCO POZZI)
DIDO AND AENEAS (FOTO DI MARCO POZZI)

Teatro Caio Melisso, Spoleto

Dido and Aeneas

06/08/2026 - 06/08/2026

Poco prima di iniziare la sua ottantesima stagione, il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto è stato insignito della Targa del Presidente della Repubblica in riconoscimento della sua lunga attività. “Un riconoscimento di straordinario valore, che accogliamo con profonda gratitudine […]. Rappresenta un omaggio alla  storia, alla missione formativa e al ruolo che [lo Sperimentale] continua a svolgere nella vita culturale di Spoleto, dell’Umbria e del nostro Paese”, come ha detto Roberto Calai, presidente dell’istituzione spoletina.

Il titolo inaugurale della sua stagione è stato Dido and Aeneas, il capolavoro di Henry Purcell e dell’opera inglese di ogni tempo. Intorno a questo capolavoro aleggiano alcuni enigmi su cui i musicologi si stanno arrovellando da anni e anni. L’unica rappresentazione vivente Purcell di cui si ha contezza avvenne nel 1689 in un collegio femminile londinese. Ma non si possono escludere rappresentazioni precedenti. Il manoscritto più antico che ne ha tramandato la musica è molto successivo (del 1750 circa) e questo fa sorgere dubbi sulla sua fedeltà all’originale. Confrontando la musica di Dido and Aeneas giunta fino a noi con il libretto - scritto da Nahum Tate - si vede che mancano il Prologo, un coro e alcune danze. Forse Purcell li aveva musicati per un’altra rappresentazione antecedente a quella del 1689 o forse non li musicò mai. Nelle esecuzioni moderne il Prologo viene semplicemente omesso. Invece il coro e le danze mancanti vengono o saltati o rimpiazzati con altre musiche composte dallo stesso Purcell per altre occasioni.

A Spoleto si è cercata una soluzione diversa e ci si è rivolti ad un compositore contemporaneo per colmare quelle lacune. La scelta è caduta sul quarantasettenne Riccardo Panfili, un compositore che vive un po’ appartato nella sua Terni, ma che viene eseguito dalle principali orchestre italiane (Accademia di Santa Cecilia, Scala, Sinfonica Nazionale di Torino della Rai, Maggio Musicale Fiorentino). E recentemente gli è stato commissionato un brano per il bicentenario beehtoveniano da una delle più illustri orchestre della Mitteleuropa, la Staatskapelle Dresden. Dunque lo Sperimentale si è rivolto a un compositore che ha le carte perfettamente in regola per cimentarsi nell’impresa.

Il prologo descrive il sorgere del sole, narrato nientemeno che da Febo Apollo in persona con l’intervento anche di Venere, della Primavere e di nereidi e pastorelle: un testo piuttosto futile e verboso, che contrasta con la concisione e la drammaticità dei tre atti successivi La musica di Panfili ha qui il merito di essere moderna senza confliggere con quella di Purcell: inizia con delicati effetti orchestrali, mormorii nebbiosi che man mano divengono più luminosi ad indicare il sorgere del sole. Febo ha una melodia asciutta, che tende spesso alla declamazione, ed è cantato da Joaquin Cangemi con precisione e intensità mentre Venere e una pastorella sono interpretate impeccabilmente (mi riferisco al cast della recita dell’8 agosto) da Lorna Cesaretti e Rosa D’Alise, che poi interpretano Didone ed Enea nell’opera vera e propria, che attacca dopo il Prologo senza la minima pausa. Il passaggio dalla musica scritta da Panfili nel 2026 e quella scritta da Purcell trecentotrenta anni prima si avverte chiaramente, eppure non è traumatico.

Anche in seguito i due brani di danza aggiunti da Panfili, che ricordano molto il Bernstein di West Side Story, si innestano senza scossoni troppo forti nel fluire della musica di Purcell. Forse ad evitare che questi innesti siano troppo traumatici contribuisce anche la direzione molto attenta, sorvegliata e curata di Marco Angius, che dirige non un gruppo “filologico” di strumenti originali ma i Solisti dell’Orchestra Filarmonica Umbra V. Calamani. E i giovani allievi dei corsi dello Sperimentale sono stati tutti all’altezza del compito. Ma la distribuzione delle parti vocali è stata piuttosto libera. Sono affidati a voci maschili le parti della maga e delle due streghe (in origine affidate in origine a voci femminili e questa affidate ed efficacemente cantate da Davide Romeo, Joaquin Cangemi e Federico Vita) mentre l’unica parte scritta per una voce maschile (non lo dico io ma lo affermano gli studiosi di Purcell) sarebbe quella di Enea, che invece questa volta è interpretato da una donna, offrendo così al regista il destro per una scena d’amore saffico di cui non si capisce la necessità.

Passiamo dunque alla messa in scena. La scenografia è ridotta ad appena qualche effetto delle luci (curate da Fabrizio Visconti) proiettate sul fondale. Sul palcoscenico niente scene ma tanti sgabelli in stile Ikea su cui i personaggi sono seduti (si alzano solo in qualche momento clou dell’azione) e che di tanto in tanto vengono spostati, per indicare - almeno così pare di capire - i cambi di scena. Ma la “trovata” (probabilmente suggerita alla costumista Clelia De Angelis dal regista Tommaso Amadio) che distrugge definitivamente ogni drammaticità è vestire quasi tutti i personaggi (anche Enea, ma non la maga e le due streghe) e il coro con divise da educande di circa la fine dell’Ottocento, tutti e tutte con lo stesso abituccio grigio sotto cui indossano una camicia bianca. E con una cuffietta bianca che nasconde i capelli e rende i personaggi definitivamente irriconoscibili. Nei duetti tra Didone e la sua confidente Belinda (erano Lorena Cesaretti e Giorgia Cavaliere: brave!) e anche tra Didone ed Enea (quest’ultimo ben interpretato da Rosa D’Alise) si fatica perfino a capire quale dei due cantanti in scena interpreti un personaggio e quale l’altro. Un duro colpo per la drammaticità di questo breve ma grande capolavoro. E nelle scene d’insieme la confusione è ancora più inestricabile. La regia riesce almeno a creare qualche bel quadro vivente, soprattutto nell’ultima scena, la morte di Didone.

Alla fine applausi calorosi e qualche sonoro “buh!” presumibilmente indirizzato al regista e alla sua squadra.