Debutto di Michele Mariotti in Falstaff e di Tatjana Gürbaca a Roma

Nel cast Salsi, Petean, Agresta, Urmana e Monzò

MM

13 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

Verdi Falstaff (Foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell'Opera di Roma)
Verdi Falstaff (Foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell'Opera di Roma)

Teatro dell'Opera, Roma

Falstaff

11/10/2026 - 01/11/2026

Michele Mariotti sceglie spesso il Teatro dell’Opera, di cui è il direttore musicale, per fare il proprio debutto in una o in un’altra opera. Questa volta la scelta è caduta sul Falstaff. Si poteva pensare che fosse un’opera nelle sue corde e quindi la delusione è stata doppia nell’accorgersi fin dall’inizio che qualcosa non quadrava: i tempi erano velocissimi, i fortissimo di timpani, ottoni e legni nella prima scena erano vere e proprie esplosioni.

E non era che un preludio a quel che sarebbe seguito. I primi due atti erano diretti a passo di carica dall’inizio alla fine, mettendo in difficoltà i cantanti, che talvolta non riuscivano a reggere quei ritmi inumani e restavano indietro di una frazione di secondo. Può succedere. Quel che è peggio è che a quella velocità non riuscivano a dare al loro canto tutte le inflessioni sottili e sempre diverse che Verdi richiede agli interpreti per tracciare dei vari personaggi, che dovrebbero essere sempre arguti, ironici e soprattutto molto vivi. Nel terzo atto tutto cambiava e i tempi diventavano molto lenti, i vari episodi risultavano appiattiti, la verve comica della burla si attenuava, il fascino notturno del bosco svaniva e anche la morale finale perdeva un po’ del suo significato.

Le ampie e articolate costruzione musicali (non è vero che nella sua ultima opera Verdi metta da parte le forme chiuse dell’opera italiana: si può dire che il Falstaff inanelli una serie di concertati da opera buffa, andando però oltre i modelli dei tempi passati e conferendogli varietà e vitalità meravigliose) venivano frammentate in segmenti di poche battute, perdendo la loro continuità musicale e teatrale. Altre volte abbiamo apprezzato le interpretazioni di Mariotti, ma questa volta era difficile essere pienamente d’accordo con la sua direzione, che comunque, nonostante l’impostazione a mio giudizio (e non solo mio) sbagliata, aveva dei pregi di fondo, come la cura di molti dettagli della raffinata orchestrazione, e offriva alcuni bei momenti.

In palcoscenico agivano cantanti di buon livello, dal primo all’ultimo. Il protagonista era Luca Salsi. Si muove con assoluta sicurezza da un estremo all’altro del pentagramma (ma in quanto baritono drammatico non ha il falsetto nel suo bagaglio tecnico e invece qui ci vorrebbe) e ha una dizione ottima, che dà il giusto rilievo a ogni singola parola (e questo in un’opera comica è fondamentale). Il suo sir John però è un po’ troppo bonaccione e stempera la satira acuta e spietata che Verdi fa della comica vanagloria e di tutti gli altri difetti esibiti dalla metà maschile dell’umanità. L’altro baritono, il rumeno George Petean, è un Ford ideale.

Il quartetto femminile è perfettamente all’altezza del compito. Maria Agresta si trova a suo totale agio nei panni di Alice e conduce inappuntabilmente il plotoncino delle vispe comari di Windsor. Carmen Artaza resta un passo indietro alle sue tre colleghe: corretta ma un po’ pallidina. Quickly era Violeta Urmana, che è nota soprattutto come cantante wagneriana ma ha un repertorio molto vasto: siamo abituati a vedere e ascoltare Quickly più vivaci e popolaresche, ma ha condotto a termine perfettamente il compito di intortare Falstaff, senza eccessi caricaturali. La giovane Marina Monzò era una deliziosa Nannetta. Completavano adeguatamente il cast Dave Monaco (Fenton), Paolo Antonetti (Bardolfo), Gabriele Sagona (Pistola) e Carlo Bosi (Cajus).

Con questa nuova produzione faceva debuttava in Italia la regista Tatjana Gürbaca - nata in Germania da padre turco e madre italo-slovena - nel cui curriculum figurano i principali teatri tedeschi. L’assenza di un “dramaturg” tra i suoi collaboratori elencati in locandina testimoniava che non si trattava di una regia “alla tedesca” basata su affermazioni di principio apodittiche ed astruse. Al contrario, nel programma di sala si leggono alcune sue dichiarazioni apprezzabili per acutezza e sensibilità: “Falstaff non è una commedia su un vecchio che fallisce, ma sull’umanità stessa: sulle nostre illusioni, sui nostri desideri, sulle nostre debolezze e sul nostro instancabile tentativo di trasformare il breve miracolo della vita in qualcosa di significativo”.

Ma non è facile trasportare nell’azione scenica queste riflessioni e infatti la Gürbaca nemmeno ci prova e si accontenta di srotolare in palcoscenico uno striscione dove si legge un vecchio slogan come “Tremate le streghe son tornate”. Per la maggior parte dell’opera cerca di dare all’azione un’animazione piuttosto esteriore, dove brillantezza, vivacità e ironia scarseggiano. Le scene - tristi e grigi edifici moderni in cemento - non aiutano.

Alla fine la regista diventa il capro espiatorio dell’insoddisfazione del pubblico, ricevendo una buona dose di fischi quando si presenta al proscenio con i suoi collaboratori. Applausi freddini e di breve durata per direttore e cantanti. E qualcuno aveva abbandonato la sala prima della fine.