Dal Kazakistan a Roma con Vivaldi
Anche Grieg, Saint-Saëns e Kreisler nel concerto romano della Kazakh State Symphony Orchestra e della violinista Aiman Mussakhajayeva
20 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro Palladium, Roma
Kazakh State Symphony Orchestra e Aiman Mussakhajayeva
09/04/2026 - 21/04/2026Il concerto di Aiman Mussakhajayeva e della Kazakh State Symphony Orchestra non è soltanto una piacevole serata musicale ma anche un modo per conoscere direttamente un aspetto della cultura d’una nazione. In questo caso è un paese semisconosciuto alla maggioranza degli italiani, ovvero il Kazakistan, il più grande dei tanti stati nati o piuttosto rinati dalla dissoluzione dell’URSS, che si stende tra Europa orientale e Asia centrale, confina a ovest e a nord con la Russia, a est con la Cina, a sud con altri stati che facevano parte dell’URSS. Un paese che per estensione è undici volte più grande dell’Italia e ha una popolazione che è un terzo di quella italiana, con città di quasi due milioni di abitanti come Almaty (la ex Alma Ata) e sterminate distese quasi spopolate. Un paese di antica civiltà, che nei primi decenni dell’Ottocento fu annesso all’impero russo e poi, dopo un breve periodo di autonomia, è stato inglobato nell’URSS: queste vicende storiche hanno portato ad un singolare amalgama di popoli e di culture diverse, quella originaria e quella importata dalla Russia. La musica è uno specchio in cui tali vicende si riflettono e può essere la via di un primo approccio alla cultura kazaka.
Una delle principali orchestre del Kazakistan è la Kazake State Symphony Orchestra (che all’estero preferisce usare la denominazione inglese, comprensibile a tutti). Era già venuta in Italia per una tournée nel 2022, esibendosi in varie città, e adesso è tornata per un concerto a Roma, unica tappa italiana di una tournée in vari stati europei. Ha un organico di novanta musicisti ma questa volta era in una formazione ridotta di diciotto elementi, tutti strumenti ad arco. Con loro la violinista Aiman Mussakhajeva, che l’ha fondata nel 1991 ed è stata la star della serata. Askar Samratovich Duisenbaev dirigeva in modo discretissimo, seguendo più guidando l’orchestra: che non stesse sul podio è simbolico della sua funzione assolutamente accessoria.
Apriva il concerto la Holberg Suite di Edvard Grieg, che, dedicando nel 1884 questa composizione alla memoria di un commediografo danese vissuto tra Sei e Settecento, pensò di riecheggiare qua e là stilemi e ritmi (sarabanda, gavotta, rigaudon) della musica di quel periodo, anticipando inconsapevolmente il movimento neoclassico degli anni Venti e Trenta del Novecento. In quest’esecuzione i musicisti hanno pensato un po’ al Settecento, usando poco vibrato, dinamiche contenute e rari “crescendo”, ma anche e soprattutto all’epoca di Grieg, dando ai loro strumenti un timbro robusto e pieno, tipico della scuola musicale russa, da cui i musicisti kazaki discendono “per li rami”.
Già dopo Grieg l’orchestra ha risposto ai calorosi applausi con un bis - Shalqima di A. Serkebaev, compositore di cui ignoravamo l’esistenza: ringraziamo l’ufficio stampa per averci passato l’informazione - e mazzi di fiori venivano offerti alle musiciste dell’orchestra. Questo si ripeteva dopo ogni composizione in programma, dando alla serata un tono festoso. A sottolineare questo tono, nei brani in programma nella seconda parte della serata una parte dei violinisti - per lo più giovani donne vestite in abiti sobri ma colorati e non neri com’è di rigore nelle nostre orchestre - si schierava in piedi davanti al resto dell’orchestra: un tocco spettacolare, colorato e vivace, che non rientra nei rigidi canoni formali di un concerto classico.
Dopo il pezzo di Grieg entrava in scena Aiman Mussakhajeva, che - a conferma di quanto detto prima sullo stretto legame dei musicisti kazaki con la scuola russa - è stata inizialmente allieva al Conservatorio di Mosca di David Oistravh, di cui in patria è considerata l’erede, diplomandosi dopo la sua scomparsa con un altro grande violinista russo, Valery Klimov. La sua esibizione ha preso il via con i Concerti delle “Quattro stagioni” di Antonio Vivaldi. Si direbbe che in Kazakistan non ci si appassioni molto a questioni su esecuzioni “filologiche”, con “strumenti originali” e “storicamente informate”, ma in compenso quest’esecuzione di questo capolavoro del barocco è piena di vita, tranne alcuni momenti effettivamente un po’ appesantiti. Il meglio dell’esecuzione stava in alcuni momenti che potremmo definire romantici ante litteram, come il sonno del pastore, quando “il can che grida”, che potrebbe essere un elemento di disturbo alla ‘romanticizzazione’ della situazione, viene attenuato fin a diventare quasi impercettibile, sebbene Vivaldi abbia scritto “sempre molto forte e strappato”. Similmente il momento del riposo invernale accanto al fuoco è cantato con afflato romantico dalla Mussakhajeva. Anche i temporali vengono romanticizzati e sono trasformati in fosche tempeste.
La Mussakhajeva suona un prezioso strumento contemporaneo delle Quattro Stagioni (lo Stradivari “Omobono” del 1732, acquistato dallo Stato del Kazakistan proprio per lei, a dimostrazione dell’ammirazione e dell’affetto di cui gode in patria) ma più che nella vivacità e nella animazione vivaldiane si trova a suo agio nell’elegante e brillante spirito francese dell’Introduzione e Rondò Capiccioso di Camille Saint-Saëns e nell’intensa e purissima melodia del successivo bis, la Méditation dall’opera Thaïs di Jules Massenet. Il programma ufficiale si conclude con Praeludiu e Allegro nello stile di Pugnani, composto da un celebre virtuoso degli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento qual è stato Fritz Kreisler: un tipo di musica ostracizzato dalla critica negli scorsi decenni, ma oggi recuperato per la soddisfazione dei violinisti e il piacere del pubblico.
Alla fine un tripudio di applausi e fiori. E come ultimo bis, dopo due ore di musica senza intervallo, gli ospiti kazaki hanno suonato il primo movimento di Palladio (in omaggio al nome del teatro in cui il concerto si è svolto?) composto nel 1995 dal gallese Karl Jenkins.