Un nuovo Satyagraha di Philip Glass al Palais Garnier
Vincente la scelta di un controtenore, Anthony Roth Costanzo, nella parte di Gandhi, suggestive le coreografie di Bobbi Jene Smith e Or Schraiber, sul podio convince Ingo Metzmacher
20 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
Parigi, Opéra national de Paris (Palais Garnier)
Satyagraha di Philip Glass
10/04/2026 - 03/05/2026Uno spettacolo che fa fatto registrato subito il tutto esaurito per tutte le rappresentazioni. Satyagraha di Philip Glass è la prima opera del compositore americano ad entrare nel repertorio dell'Opéra di Parigi con una nuova produzione affidata ai coreografi americani Bobbi Jene Smith e Or Schraiber che hanno saputo creare dei movimenti altrettanto minimalisti, ossessivi ed ipnotici nella ripetizione dei gesti e nei passi, della musica di Glass che qui si esprime con la potenza di una grande orchestra. Partitura resa davvero al meglio dal maestro Ingo Metzmacher che ha diretto l'Orchestra dell'Opéra di Parigi sapendo trovare i giusti tempi e le corrette dinamiche nelle infinitesime variazioni che rendono sempre diversa quella che potrebbe sembrare sempre la stessa frase, poche note ma esplorate con grande creatività nelle loro infinite possibili evoluzioni, mai dando l’impressione di troppo lento o troppo accelerato, di troppo piano oppure di troppo forte, lo spartito sembra scritto allo stesso modo per le due differenti maniere d’espressione, con la voce e con il movimento, anche grazie al lavoro coreografico che si fa tutt’uno con la musica.
Scelta vincente è stata poi innanzitutto l’avere affidato il ruolo di Gandhi al giovane controtenore statunitense Anthony Roth Costanzo, bravissimo anche come attore oltre che come cantante. Ruolo scritto per tenore che, affidato ad un controtenore e cantato ad un’ottava superiore con voce in falsetto, lo fa distinguere per la speciale vocalità dal resto degli interpreti ma anche lo eleva sugli altri materializzando in tal modo la diversità, e superiorità, della non violenza che è l’argomento dell’opera creata da Glass nel 1979 a Rotterdam, il secondo lavoro della trilogia Portraits che si propone di raffigurare grandi personaggi della storia che hanno cambiato il mondo, dopo Einstein on the Beach del 1976 e prima del ritratto del faraone Akhnaten del 1983. Ma la drammaturgia del complesso libretto di Constance DeJong non è chiara, il nuovo allestimento affascina e non stanca mai in quasi tre ore di rappresentazione, ma non sempre evidente cosa sta raccontando. L’opera è divisa in tre atti, ognuno dei quali fa riferimento a una figura storica - Lev Tolstoj, Rabindranath Tagore e Martin Luther King Jr. - che rappresentano il passato, il presente e il futuro del Satyagraha, termine sanscrito che riassume la teoria etico-politica elaborata dal Mahatma Gandhi e che significa "resistenza passiva" ma anche "insistenza per la verità" con la lotta contro l’ingiustizia considerata, infatti, come risultato di verità, autocontrollo e perseveranza, risposta passiva.
Cantato in sanscrito, a partire dei versi del testo sacro indù Bhagavad-Gita, la regia ha qui scelto di collocare in alto, in un terrazzino laterale, Gandhi e i tre altri personaggi già anziani, con le loro sembianze più comuni nel nostro immaginario collettivo, che osservano l’azione che si svolge in basso. Il palcoscenico di Garnier è lascito spoglio e grezzo, le scenografie sono di Christian Friedländer, solo qualche elemento di arredo suggerisce il contesto, nonché i bei costumi di Wojciech Dziedzic. Le voci soliste sono tutte belle, indicate solo per registro: i soprani sono Ilanah Lobel-Torres e Olivia Boen, i mezzo-soprano sono Deepa Johnny e Adriana Bignagni Lesca, mezzo/contralto che si fa notare per i colore di voce molto particolare; i baritoni sono poi Davóne Tines e Amin Ahangaran, tenore Nicky Spence e magnifico basso è Nicolas Cavallier. In questa produzione di Satyagraha, ci si è voluto concentrare più sugli insegnamenti di Gandhi piuttosto che sull’illustrare eventi specifici, con gli interpreti che incarnano personaggi in conflitto contro l’ingiustizia, in evoluzione personale e sociale, permettendo così al concetto di satyagraha, che si concretizza nel rifiuto di riprodurre la violenza dell'oppressore, di presentarsi come un'esperienza umana universale.
C’è violenza in scena, soprusi, tortura, ma anche atti di compassione e fratellanza in cui resta comunque traccia , come punto di partenza, delle vicende dei tre protagonisti dei tre atti. Lev Tolstoj, una delle fonti di ispirazione di Gandhi, con il quale l’indiano intrattenne una corrispondenza fino alla morte di Tolstoj nel 1910, è qui interpretato da Eric Fardeau. Tagore, il poeta e umanista che Gandhi riconobbe come l'unica autorità morale vivente è invece affidato a Robert Georges. Abdel Soufi è Martin Luther King che Glass considera un Gandhi americano, e poi c’è il vecchio Gandhi incarnato da Vedanth Ramesh. Molto importante è poi il ruolo del coro, voce del popolo ma anche del divino, molto potenti i loro interventi, anche visivamente come quando tutti indossano un soprabito rosso. E naturalmente ci sono i danzatori, anche loro tutti bravissimi. Tutti interagiscono, solisti, coro, ballerini, tutti formano un tutt’uno con la musica, disegnano figure geometriche, cerchi che si trasformano in spirale, file che vanno avanti e indietro, perfettamente in armonia con la musica ipnotica di Glass. Alla fine, anche se non si è compreso tutto, lo spettacolo risulta molto coeso nelle sue parti e di forte impatto, riuscendo a trasmettere tutta la forza e bellezza del coraggio interiore e del piccolo gesto contro l’ingiustizia.