Da Vienna alla Spagna con Lang Lang

Entusiasmo del pubblico per il recital del pianista cino-americano all’Accademia di Santa Cecilia

MM

27 maggio 2026 • 5 minuti di lettura

Lang Lang  (Foto Accademia di Santa Cecilia_MUSA)
Lang Lang (Foto Accademia di Santa Cecilia_MUSA)

Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, Roma

Lang Lang

25/05/2026 - 25/05/2026

Arrivando al Parco della Musica per il recital di Lang Lang, si percepiva un’atmosfera diversa dal solito. Frotte di persone si dirigevano verso la Sala Santa Cecilia, parlando ad alta voce, scherzando e ridendo, e tra loro erano molti i giovani e i giovanissimi, tra cui varie coppie con figli nell’età delle scuole elementari e medie.

Quando è entrato Lang, l’auditorium era pieno con un uovo ed è scoppiato un boato da concerto rock. E gli applausi sono risuonati più volte durante tutta la serata, talvolta tra un movimento e l’altro della stessa composizione, mentre altre volte la fine di una composizione è passata sotto silenzio, anche perché Lang attaccava il pezzo successivo senza alzare le mani dalla tastiera. E, nonostante l’avviso che era fatto divieto di fotografare, filmare e registrare, molti non hanno resistito a immortalare la loro partecipazione all’evento. Va benissimo così, se questo nuovo pubblico conquistato da Lang ritornerà anche per altri concerti.

Lang Lang è un pianista celeberrimo ma questo non basterebbe a spiegare l’arrivo in massa di questo nuovo pubblico. La sua enorme popolarità è dovuta alla sua presenza sui social, che coltivava già agli inizi della sua carriera ma che ha incrementato dopo che una tendinite l’ha costretto nl 2017 prima a sospendere le sue tournée per qualche mese e poi a ricominciarle ad un ritmo meno frenetico.

Però il programma del suo recital romano non era né breve né facile. La prima parte era dedicata al classicismo viennese, mentre la seconda ci trasportava dalla Vienna di Mozart e Beethoven alla Spagna di Albeniz e Granados e all’Italia immaginata da Liszt. Si cominciava con il Rondò in re maggiore K 485, un’opera della maturità di Mozart, che lo scrisse nel 1786, probabilmente per una sua allieva, dunque un brano facile e breve. Lang ne mette nel giusto rilievo il carattere libero e (relativamente) imprevedibile, con accelerazioni che sfociano in pause improvvise e con marcate variazioni d’intensità, fino al finale in pianissimo, che lascia il discorso in sospeso, come in altre opere di Mozart composte sotto l’influsso dello stile galante.

Dopo essersi scaldato le dita con questo breve brano, Lang passava a due opere emblematiche del primo e del terzo stile beethoveniano. Nella Sonata n. 8 in do minore op. 13 - nota come “Patetica” ma sarebbe meglio dimenticarsi di questo titolo apocrifo e fuorviante - Lang iniziava sottolineando il carattere brusco e aspro dell’accordo iniziale della mano sinistra, che poi si ripeteva ogni volta un po’ meno aspro dopo la breve frase quasi supplicante della mano destra. È l’incipit di un’interpretazione molto attenta alle sfumature espressive di questa Sonata, un capolavoro non solamente del primo stile beethoveniano, ma di tutta la sua produzione. La fine del movimento è accolta da applausi fragorosi e prolungati, fuori luogo ma significativi. Nel secondo movimento l’interpretazione di Lang è altrettanto ricca di sfumature, mentre nel terzo movimento esalta i passaggi furenti, quasi fuori controllo, che potrebbero essere un’anticipazione del romanticismo o anche una rimembranza dello Sturm und Drang.

Nella Sonata in la bemolle maggiore n. 31 op. 110 (la penultima composta da Beethoven) si apprezzano il delicatissimo “Moderato cantabile molto espressivo” del primo movimento, l’energico “Allegro molto” del secondo, e poi il tragico “Adagio ma non troppo”, che sfocia in un dolente “Arioso”, che a sua volta sfocia in una fuga tumultuosa.

A questo punto si può fare un primo bilancio. Lang ha una tecnica fenomenale e fino a qualche anno se ne serviva per effetti spesso superficiali ma ora la usa per dosare colori e dinamiche, raggiungendo un suono perfettamente equilibrato e nitido. Permane la tendenza a ignorare il ‘pianissimo’ e il ‘piano’ e a muoversi tra il ‘mezzo forte’ e il ‘fortissimo’, ma è tutto relativo: in uno spazio enorme come la Sala Santa Cecilia, capace di quasi tremila posti, non si può suonare ‘piano’ come nel salone di un palazzo nobiliare del primo Ottocento. L’importante è che Lang dia a questi brani tutta la varietà di dinamiche necessarie, senza cadere nella tentazione di sonorità eccessivamente ampio, che non si poteva ottenere sui pianoforti dell’epoca.

Dopo l’intervallo il panorama cambia totalmente, non siamo più nella Vienna degli anni a cavallo tra settecento e Ottocento ma nella Spagna di cent’anni dopo. Prima sei pezzi tratti dalla Suite española op. 47 di Isaac Albeniz, ognuno dei quali si riferisce a una regione spagnola e alla sua musica tradizionale. Lang li suona con grande attenzione ai timbri e alle armonie, che preludono al nascente impressionismo, e sacrifica un po’ il colore spagnolo. Per esempio, in Asturias non sottolinea il ritmo del flamenco: ma questa danza tipica dell’Andalusia è totalmente fuori luogo in un brano intitolato a una regione del nord della Spagna (i titoli furono aggiunti a caso da chi pubblicò la raccolta dopo la morte del compositore) e si può pensare che questo abbia indotto Lang a non accentuarne le componenti folcloriche, visto che non coincidono con il titolo.

Per finire Lang sceglie la Tarantella dal Supplément aux Années de Pèlerinage di Franz Listz. Anche qui resta poca traccia della danza popolare che dà il titolo al brano: tranne qualche oasi di serena cantabilità, qui è il trionfo del virtuosismo, con trilli inesauribili, scala poderose, salti a grandi intervalli, incroci delle mani… e via seguitando. Tutto questo a una velocità folle. Non solo qui ma anche nei pezzi precedenti, Lang usa una gestualità molto appariscente, gesticolando con braccia e mani ogni volta che può alzarle dalla tastiera: anche questo fa parte dello spettacolo. Può risultare fastidioso ma si possono chiudere gli occhi e apprezzare la reale sostanza delle sue interpretazioni.

Sostanza confermata dal bis, il Preludio op. 28 n. 15 di Chopin, noto come “La goccia d’acqua”: qui non c’è spazio per il virtuosismo e Lang Lang si conferma musicista vero e non soltanto acrobata della tastiera.