C'era una volta la Favola di Adamo ed Eva

Come è invecchiato il disco di Max Gazzé, che torna dal vivo nei club italiani a vent'anni dalla pubblicazione?

Max gazzè Favola di Adamo ed Eva
Recensione
pop
Fuori Orario, Taneto di Gattatico
Max Gazzé
10 Gennaio 2019

“Cara Valentina, il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose”. Calza perfettamente questo verso di una delle hit della Favola di Adamo ed Eva al concerto visto giovedì sera al Fuori Orario di Taneto di Gattatico, tra Reggio Emilia e Parma.

Max Gazzè riporta in tour nei club italiani dopo vent'anni quel disco che tanta fortuna ebbe (prima c’è stato anche un giro anche in Europa) con la storica formazione a quattro (Clemente Ferrari a tastiere e sintetizzatori, Cristiano Micalizi alla batteria, Adriano Viterbini alla chitarra elettrica, con il leader a basso e voce).

Se nel 1998 in quei modi che a volte non si sanno spiegare la cassettina registrata di quel disco aveva preso un posto fisso nella rotazione delle autoradio degli amici e poi dello stereo da quattro di soldi di casa lasciandoci memoria di un disco di canzoni a presa rapida ma non per questo banali, animate nei testi (scritti dal fratello Francesco) da una intrigante vena di misticismo à la Gurdjeff, oggi invece prevale una sensazione di poca profondità smentita solo in rare occasioni.

Intendiamoci, i pezzi vengono eseguiti in maniera (sin troppo ?) perfetta, tra il reggatta dei Police (il finale della title track) e un pop cantabile ma a tratti un poco ovvio e preda di velleità da stadio e benvenute ma – ahinoi – rare fughe strumentali in avanti capaci di suonare come un incrocio tra i Neu e i Gong. Non sono cambiati ovviamente i pezzi, abitati da suoni che se vent’anni fa potevano arrivare come avveniristici nell’angusto ambito del pop italiano, ora hanno accumulato qualche unghia di polvere, ma è evidentemente cambiato il nostro modo di ascoltarli.

Non sono cambiati ovviamente i pezzi, ma è evidentemente cambiato il nostro modo di ascoltarli.

I pezzi sono riusciti e sono canzoni, non ambiscono a essere altro (e non è mica poco, ci mancherebbe). Se a distanza di tempo però ancora i testi paiono arguti, autoironici e mai banali (e questo è un pregio di assoluto valore), se le soluzioni melodiche ("Vento d’estate", suonata in apertura, resta un gioellino che il tempo non ha scalfito nella sua semplicità) e ritmiche (il groove praticamente jungle della prima parte di "Autoironia") spesso sono convincenti, è l’operazione in sé e la sua realizzazione nel live a non toccare le corde giuste, come a smentire quel gioco retorico che aveva avuto tanta fortuna: "Per esempio, non è vero che poi mi dilungo spesso su un solo argomento".

Gazzè, mentre presenta "Raduni ovali", si dichiara affascinato da tutto ciò che è ricorrente; ma il sospetto, legittimo, è che l’ispirazione non sia più quella di un tempo. Il futuro è ammalarsi d’amore, lo canta lui, del resto, ma, di nuovo seguendo i testi delle canzoni, il cronista crede sia giusto “non mentire mai, non fare finta di ridere”.

Il folto pubblico accorso è contento di riprendere con lo smartphone il proprio idolo e di chattare con l’amico mentre i quattro danno l’anima sul palco dimostrandosi ottimi musicisti (anche se a volte c’è qualche narcisismo di troppo: gli slap del basso).

Chi scrive cercava, probabilmente sbagliandosi, le emozioni che aveva vissuto all’epoca dei suoi vent’anni, e quindi l’errore di partenza è tutto suo. Lo spettacolo è stato un inappuntabile show pop di un autore capace di unire successo massivo e racconti che non scadono nella sconfortante, solita banalità, se non altro a livello testuale, eccezion fatta per qualche canzoncina (come "Una musica può fare"). Non è poco. Per quanto riguarda noi, si cambia, si cresce, forse si peggiora: “chi ci pensa nel miele annega.“

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