Brulla, anatomia sonora di una terra ferita
Nella rassegna Mixité, il teatro civile di Michela Atzeni e Francesco Giomi racconta in voce ed elettronica la deforestazione della Sardegna
01 maggio 2026 • 3 minuti di lettura
Firenze, Parc
Brulla. Rassegna Mixité
19/04/2026 - 19/04/2026Seguiamo da tempo il lavoro di Tempo Reale e del suo direttore Francesco Giomi, di cui abbiamo recentemente raccontato un progetto discografico dedicato a Firenze come ‘cinema sonoro’ [https://www.giornaledellamusica.it/dischi/rituali-rumore-e-memoria-firenze-come-cinema-sonoro]. In quella traiettoria di ricerca, dove la composizione si apre al paesaggio, alla memoria e alla dimensione sociale, si colloca anche Brulla, documentario sonoro per voce e live electronics presentato al Parc nell’ambito della rassegna Mixité di Toscana Produzione Musica.
Accanto a Giomi, l’attrice sarda Michela Atzeni, in un lavoro di teatro civile che affronta una delle vicende meno note e più radicali della storia dell’isola: il processo di deforestazione che, nei secoli, ha trasformato la Sardegna da terra boschiva e ricca d’acque in un territorio oggi percepito come arido e brullo.
C’è una linea sottile che attraversa oggi molta produzione artistica legata ai temi ambientali: da una parte l’estetizzazione della catastrofe, dall’altra la retorica della denuncia. Il teatro musicale che decide di misurarsi con la crisi ecologica si muove inevitabilmente su questo crinale. Il rischio è duplice: trasformare la devastazione in paesaggio suggestivo o, al contrario, ridurre l’arte a didascalia morale.
Il titolo è già una dichiarazione, ‘brulla’ non è solo un aggettivo geografico, ma una costruzione culturale. Come ha scritto l’antropologo cagliaritano Fiorenzo Caterini - i cui testi costituiscono l’ossatura verbale dello spettacolo - l’immagine di una Sardegna matrigna, inospitale, battuta dal vento e dedita alla pastorizia è relativamente recente e contrasta con la visione antica di un’isola florida, mitica, ricca di foreste e corsi d’acqua. La pastorizia stessa, suggerisce Caterini, sarebbe conseguenza e non origine: una risposta forzata alla devastazione del territorio.
Da queste premesse nasce un’azione sonora in cui la voce è protagonista assoluta, costantemente in dialogo con materiali elettronici che spaziano dal field recording alla pura astrazione musicale. I suoni - versi d’uccelli, fruscii boschivi, colpi secchi, bordoni, echi distorti - costruiscono un ambiente che non accompagna semplicemente il testo, ma lo interroga e lo contraddice. Non si tratta di illustrare, ma di mettere in tensione parola e suono.
La scena è essenziale: un leggio, una consolle. Atzeni e Giomi indossano inizialmente maschere da Mamuthones, evocando un immaginario arcaico e rituale, come se ciò che sta per accadere fosse un grido che affiora dall’anima profonda dell’isola. L’andamento alterna momenti di narrazione stentorea e passaggi più lirici, come le nenie che riportano a una dimensione quasi prelinguistica, o la corsa statica dell’attrice mentre elenca le specie vegetali scomparse, trasformando la catalogazione botanica in litania funebre.
Brulla non racconta soltanto una tragedia ambientale. La deforestazione diventa metafora di una storia più ampia di colonizzazione e sfruttamento: dall’industrializzazione pesante del dopoguerra alle servitù militari, fino ai test con uranio impoverito nell’area di Quirra. Il paesaggio ferito si fa così corpo politico.
Resta però il secondo rischio, quello della retorica. In alcune sezioni la denuncia tende a esporsi in modo frontale, insistendo sul tono civile più che sull’immagine teatrale. Quando la parola descrive invece di incarnare, la tensione si allenta. Il teatro, anche quando è civile, vive di ambiguità, di sospensione, di spazio lasciato all’ascolto.
E tuttavia, nei momenti in cui parola e suono trovano un equilibrio più sottile - nei silenzi attraversati dai bordoni, nella litania delle specie vegetali scomparse, nella struggente cantilena “Fizu meu” - l’opera raggiunge una forza autentica. La deforestazione non è più solo tema, ma esperienza acustica di perdita.
Il pubblico numeroso e partecipe segnala che esiste un bisogno di questo tipo di lavori. Ma la questione resta aperta: può il teatro musicale farsi davvero luogo di responsabilità senza rinunciare alla propria complessità formale? Può evitare sia la seduzione estetica della rovina sia la predica civile?
Brulla non offre una risposta definitiva, e forse non deve farlo. Il suo merito è porsi dentro il problema, accettando la fragilità del gesto artistico quando entra nel territorio della ferita reale. In un tempo in cui la crisi ambientale rischia di diventare rumore di fondo, trasformarla in materia d’ascolto è già un atto non scontato.
La musica, da sola, non salva i boschi. Ma può restituire alla distruzione un suono che non sia indifferente. E ricordarci che ciò che oggi chiamiamo ‘brullo’ è spesso il risultato di una storia che abbiamo smesso di ascoltare.