Aida al Circo Massimo

Riproposto l’allestimento di Livermore, con la direzione di Callegari e Auyanet e Magrì come protagonisti

MM

17 luglio 2026 • 5 minuti di lettura

VALENTINA PERNOZZOLI, AMNERIS (FOTO FABRIZIO SANSONI-OPERA DI ROMA)
VALENTINA PERNOZZOLI, AMNERIS (FOTO FABRIZIO SANSONI-OPERA DI ROMA)

Circo Massimo, Roma

AIDA

12/07/2026 - 28/07/2026

Lo scorso anno il festival estivo del Teatro dell’Opera di Roma aveva avuto eccezionalmente a disposizione sia le Terme di Caracalla che la Basilica di Massenzio e su quei due straordinari palcoscenici aveva realizzato quattro spettacoli (oltre ai balletti e ai concerti) di cui tre non erano mai stati rappresentati nelle stagioni en plein air del teatro lirico romano: erano un musical (Porgy and Bess di Bernstein), un oratorio (La resurrezione di Haendel) e un’opera (Don Giovanni di Mozart). Il quarto titolo era La Traviata. Quest’anno quei due siti non sono disponibili (le terme perché vi si stanno effettuando dei lavori di restauro, la basilica perché è diventata la sede dei concerti estivi dell’Accademia di Santa Cecilia) e gli spettacoli si sono svolti al Circo Massimo, uno spazio immenso ma non altrettanto suggestivo, perché, dopo che vi sono state montate le gradinate e il palcoscenico, non è più visibile nulla che indichi che si tratta d’un luogo di grande rilevanza storica. E Il programma si è ridotto a una sola opera. Si è giocata la carta dell’Aida, che per decenni è stata l’emblema delle stagioni operistiche all’aperto e che ancora oggi fatica a scrollarsi di dosso la fama di opera spettacolare.

Ma questa volta si è presa la decisione di mettere da parte le scenografie faraoniche, le sfilate militari e le danze decorative ad uso dei turisti e si è riproposta l’ultima edizione di Aida andata in scena al Teatro Costanzi, che allora definimmo “semplice e intimista, quasi”. Era il 2023, la regia era firmata da Davide Livermore, le scene da Giò Forma e i costumi da Gianluca Falaschi. Ci sono stati però dei notevoli cambiamenti, anche per adattare la scenografia all’ampio boccascena del palcoscenico montato nel Circo Massimo. Ai lati della scena sono stati installati due schermi, dove venivano proiettate le immagini ingrandite dei protagonisti: da una parte poteva essere un elemento distraente ma dall’altra dava risalto ai personaggi, che visti al naturale sembravano alti un palmo, a causa della grande distanza.

La scenografia era ridotta al minimo e l’interesse era concentrato sui protagonisti e sulle loro passioni, amori, odi, timori e speranze, espressi con intensità ma senza enfasi. Su un grande ledwall posto in fondo alla scena scorrevano immagini che contrappuntavano l’azione: sabbie del deserto, nubi tempestose, nebbie, fiumi e un minaccioso viluppo inestricabile di serpenti dalle scaglie metalliche. Ad esprimere la ferocia primordiale della guerra sono soprattutto le danze o più esattamente i “movimenti coreografici” ideati dallo stesso Livermore in collaborazione con Carlo Massari e realizzati da un eccellente gruppo di mime-danzatrici. Appaiono dapprima di profilo con i palmi delle mani rivolti verso l’alto, come nelle eleganti raffigurazioni sulle pareti dei templi egizi. Ma è appena un attimo, perché subito si scatenano in danze ancestrali, furenti, feroci. Sono presenti quasi in ogni scena. A loro sono affidate anche le danze dei moretti nelle stanze di Amneris, evitando così le leziosaggini che spesso si vedono a quel punto. Similmente le loro danze nella scena del trionfo ci liberano da eleganti pas de deux più adatti alla Francia del secondo impero.

La realizzazione musicale era non soltanto di ottimo livello ma anche in linea con la regia. Dal podio Daniele Callegari dava energia e anche violenza alla scena nel tempio del primo atto, allorché viene invocato l’ “immenso Ftah”, il nume “vindice”. E nel secondo atto la scena del trionfo non era una ordinata e spocchiosa sfilata militare ma era sospinta da un ritmo irresistibilmente veloce. Altrove invece i tempi erano leggermente più lenti del solito ma anche molto incisivi. Callegari sa benissimo qual che deve fare e come ottenerlo. Lo seguono bene l’orchestra (rarissime sbavature sono giustificabili e quasi inevitabili all’aperto, in una buca orchestrale così ampia) e benissimo il coro preparato da Ciro Visco.

Prima di passare ai protagonisti in scena bisogna premettere che che In un teatro all’aperto così vasto è indispensabile l’amplificazione, che da una parte aiuta le voci ma dall’altra può alterarne negativamente il timbro e sacrificarne le sfumature espressive. Nelle varie recite si alternano due cantanti in ciascuno dei quattro protagonistici. Nella seconda recita, quella a cui abbiamo assistito, erano cambiate le protagoniste femminili. Aida era Yolanda Auyanet, che anche questa volta si è fatta apprezzare per la sua classe e la sua eleganza. La sua voce non è - o non è più - perfettamente adatta al ruolo della schiava etiope nei momenti di maggiore tensione, ma la sua prestazione andava crescendo di atto in atto, fino a un estatico duetto finale, assolutamente perfetto. Amneris era interpretata da Valentina Pernozzoli, una giovane che si sta affermando sui palcoscenici italiani e stranieri: ha voce potente ma duttile, dal bel timbro omogeneo in tutti registri ed è anche un’ottima interprete, che esprime i tormenti che dilaniano la figlia del faraone senza farne una cattiva quasi caricaturale.

Molto bene anche Ivan Magrì, che - superata qualche esitazione in “Celeste Aida”, forse dovuta a un nervosismo ben giustificabile nei primi minuti in cui ci si trova in un palcoscenico così smisurato - è stato un Radamès di pregio: con voce sicura e ben controllata, ha reso con grande equilibrio questo personaggio, che non è affatto un militare tutto d’un pezzo ma è un personaggio complesso, in cui si avviluppano inestricabilmente l’amante e il guerriero. Ernesto Petti ha interpretato Amonasro con voce sicura e ben timbrata. Alex Esposito ha voce più chiara dei consueti Ramfis ma si riscatta pienamente con l’incisività della pronuncia e del fraseggio. Un po’ pallido il Re di Adriano Gramigni. Da citare anche l’ottimo Messaggero di Andrea Schifaudo: un ruolo breve ma molto significativo, che riassume tutti gli orrori e le angosce della guerra, se ben cantato e ben interpretato, come in questo caso.

Il pubblico che gremiva l’enorme platea è esploso in applausi alla fine ma si è quasi subito avviato alle uscite, forse preoccupato di riuscire a prendere gli ultimi autobus, dato che lo spettacolo è finito ben oltre la mezzanotte, quando molte linee del trasporto urbano vengono sospese.