A Roma “Il Trionfo del Tempo e del Disinganno” di Handel
All’Opera il primo oratorio di Händel eseguito in forma scenica, con la regia di Robert Carsen e la direzione orchestrale di Gianluca Capuano
09 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro dell'Opera, Roma
Händel: Il Trionfo del Tempo e del disinganno
07/04/2026 - 14/04/2026Il trionfo del Tempo e del Disinganno è il primo oratorio di Händel, composto a Roma nel 1707 su un libretto del cardinale Benedetto Pamphili, che ha come protagoniste quattro figure allegoriche: Bellezza (soprano) vive pensando soltanto a Piacere (soprano) finché Tempo (tenore) e Disinganno (contraltista) la convincono a pentirsi e seguire una vita austerità e devozione. È un oratorio e quindi si suppone che all’epoca sia stato eseguito in forma appunto oratoriale.
Sembrerebbe impossibile costruire uno spettacolo su quest’argomento. Robert Carsen ha tentato l’impresa a Salisburgo nel 2021 e ora a Roma, ma gli è riuscita a metà. Durante la Sinfonia iniziale si assiste a un filmato che mostra alcuni celebri monumenti romani, intervallati da sfilate di moda e servizi fotografici glamour. Quando si alza il sipario ci troviamo in uno studio televisivo dove si sta preparando un talent show, poi si passa in una serie di altri ambienti sovraffollati da un bailamme di ballerini, mimi e figuranti. Per lo spettatore i rapporti tra quel che vede e quel che ascolta sono misteriosi e inafferrabili. In questi casi a rimetterci è sempre la musica. Comunque Carsen realizza benissimo il caos da lui stesso organizzato: si ammira il suo dominio del palcoscenico, la qualità del suo lavoro sui solisti e sulle masse, il suo uso magistrale delle luci… ma i mezzi non giustificano il fine.
Dopo l’intervallo, sembra di assistere ad un altro spettacolo. Ora Bellezza ripudia Piacere e si rivolge a pensieri spirituali e la scena è in perfetto accordo con il testo e la musica. Il palcoscenico è semivuoto e immerso nella penombra. Ad apertura di sipario una grande superfice specchiante posta sullo sfondo riflette la sala del teatro: non è un’idea nuova ma è sempre suggestiva. Poi su un fondale nero vengono proiettate immagini di volti e di occhi, intensi e pensosi, rivolti a un invisibile mondo ultraterreno. I cantanti recitano in modo molto misurato. La musica ora può rifulgere magnificamente.
È significativo che nella prima parte ci sia stato un unico e timido tentativo di applausi a scena aperta, che oggi sono talvolta considerati un malcostume ma sono “filologici” in un’opera settecentesca che consiste una sequela di arie. Invece nella seconda parte gli applausi sono esplosi varie volte, spontanei e calorosi È stata particolarmente applaudita Anna Bonitatibus (Piacere) dopo due delle sue arie: la voce ha perso un po’ della freschezza della giovinezza, ma in un oratorio questo non è grave ed è comunque compensato ad abundantiam dall’aderenza stilistica e dall’intensità dell’espressione, sia in un’aria turbolenta e irata quale “Come nembo che fugge dal vento” sia in un’aria cantabile e dolente quale “Lascia la spina”, riutilizzata poi da Händel nell’opera Rinaldo con un nuovo testo: è “Lascia ch’io pianga”, una delle sue arie più famose. Applausi a scena aperta anche per Raffaele Pe (Disinganno), di cui restano impresse la dolcezza e la luminosità del timbro, tutt’altro che scontate in un controtenore, e le lunghe e morbide fioriture.
Il pubblico non si scalda invece per il tenore Ed Lyon, che dà a Tempo un vigore ieratico nei recitativi ma non sempre è a suo agio nella fioriture richieste dalla vocalità settecentesca. Più complesso è il giudizio sul soprano Johanna Wallroth (Bellezza). Nella prima parte appare del tutto inadeguata: la voce è piccola, il timbro metallico, le colorature accidentate, spigolose, asprigne. Nella seconda parte Bellezza si pente, ripudia Piacere e si rivolge ad una ricerca introspettiva, che la porta gradualmente a scoprire i valori profondi ed eterni. Händel dedica a questa trasformazione di Bellezza cinque splendide arie (ma una è stata tagliata) progressivamente sempre più meditative, interiorizzate e spiritualizzate, tutte con andamento moderato e melodie ampie e senza edonistiche fioriture: in questo tipo di vocalità la Wallroth si trova più a suo agio e offre una prestazione in crescendo, fino alla splendida aria finale “Tu del ciel”, in cui Bellezza appare trasfigurata in puro spirito e totalmente distaccata dalle cose di questo mondo.
La direzione di Gianluca Capuano è perfetta. L’orchestra è il motore sotterraneo della musica, sempre presente, mai invadente. I tempi sono ideali, talvolta quelli veloci sono un po’ più veloci e i tempi lenti un po’ più lenti di quanto sembrerebbe naturale, ma questo dà maggior risalto agli “affetti”. Un altro indizio della raffinatezza della sua direzione sono le brevi pause di sospensione prima di attaccare il regolamentare “da capo” delle arie: sembra un dettaglio minimo, ma così quelle ripetizioni non appaiono meccaniche e scontate e si trasformano in una ulteriore riflessione del personaggio.
Teatro pieno all’inizio, con vari posti vuoti alla fine. Pubblico diviso in due: qualcuno, non abbastanza barocchista per affrontare le due ore e mezza de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno, ha applaudito per mezzo minuto e se ne è andato, ma la maggioranza ha applaudito a lungo educatamente e convintamente, ma senza particolare entusiasmo.