Mutter e Petrenko incantano Ravenna

Il concerto di apertura del Ravenna Festival 2026 in un Pala De André gremito di pubblico entusiasta

AR

22 maggio 2026 • 4 minuti di lettura

Anne-Sophie Mutter, Vasily Petrenko (foto Zani-Casadio)
Anne-Sophie Mutter, Vasily Petrenko (foto Zani-Casadio)

Ravenna, Pala De André

Ravenna Festival – Anne-Sophie Mutter, Vasily Petrenko

21/05/2026 - 21/05/2026

Il concerto inaugurale del Ravenna Festival 2026, che si è tenuto giovedì sera in un Pala De André gremito di pubblico, ha affidato l’avvio della XXXVII edizione della manifestazione a un programma dal marcato richiamo internazionale, con la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasily Petrenko e Anne-Sophie Mutter quale solista impegnata nel Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 61 di Ludwig van Beethoven, pagina che ha preceduto la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler.

Si è trattato di una serata che ha così coniugato il valore simbolico rappresentato dal ritorno della violinista tedesca a Ravenna nel cinquantesimo anniversario del suo debutto sulle scene e la valenza espressiva di due partiture che appartengono al cuore stesso della tradizione sinfonica europea.

Anne-Sophie Mutter, Vasily Petrenko (foto Zani-Casadio)
Anne-Sophie Mutter, Vasily Petrenko (foto Zani-Casadio)

Protagonista della prima parte della serata, Anne-Sophie Mutter ha confermato innanzitutto la sua statura di interprete che continua a imporsi per controllo del suono e rigore nella gestione tecnica del suo strumento. Una lettura della pagina beethoveniana, quella proposta dall’artista di Rheinfelden, che in questa occasione è parsa privilegiare una prospettiva interpretativa dall’originale personalità, innestata in una linea di lettura innervata di una misura nobile e sorvegliata nella ricerca di un costante equilibrio che è riuscito ad evitare sia un’immediatezza enfatica sia un lirismo sovraccarico. Caratteri, questi, che sono emersi sin dal primo movimento, che si è dispiegato con un senso della forma denso e cristallino al tempo stesso, sostenuto da un dialogo con l’orchestra sempre leggibile e da una pronuncia violinistica di altissimo profilo, capace di far trasparire quella spontaneità cantabile e quel respiro interiore che rendono il Concerto op. 61 non solo un monumento formale, ma anche una vera e propria confessione poetica. Petrenko ha accompagnato la Mutter con attenzione, evitando qualunque invadenza e cercando un impasto orchestrale trasparente, ben calibrato nei pesi e nei raccordi. Il rapporto fra podio e solista è apparso, dunque, costantemente saldo, in particolar modo nel Larghetto – affrontato con elegante affinità – e nel Rondò finale, dove la violinista ha trovato ancora maggiore scioltezza, lasciando emergere a pieno il lato luminoso e danzante della pagina.

Anne-Sophie Mutter (foto Zani-Casadio)
Anne-Sophie Mutter (foto Zani-Casadio)

A seguito dei calorosi applausi del pubblico e degli altri artisti che la circondavano, in chiusura della prima parte del concerto Anne-Sophie Mutter ha concesso un significativo brano fuori programma: una intensa interpretazione di Likoo, una sorta di lamento basato su forme modali tradizionali iraniane della compositrice Aftab Darvishi, commissionato dalla stessa violinista. Con queste parole la Mutter ha introdotto il brano, dopo aver brevemente ricordato le sue frequentazioni in terra di Romagna: «Credo profondamente nella musica contemporanea e nel suo potere sulla società e su noi musicisti di farci crescere e coinvolgerci. E dato che la situazione in Iran è particolarmente terribile e difficile, in special modo per le donne, ho commissionato un pezzo alla giovane compositrice Aftab Darvishi, dopo il movimento per la liberazione delle donne del 2022, che non si è concluso felicemente per il popolo persiano. Suonerò Likoo […] un brano sul dolore e sulla perdita [che] può essere la perdita del proprio Paese, la perdita della liberà, la perdita dei propri cari. Le sue origini sono nella regione fra Iran, Afghanistan e Pakistan - il Baluchistan. Credo che tutti noi possiamo identificarci con quella sensazione di perdita. Questo è Likoo di Aftab Darvishi».

Vasily Petrenko (foto Zani-Casadio)
Vasily Petrenko (foto Zani-Casadio)

Se nella prima parte della serata è emersa – assieme alla maestria della Mutter – la qualità d lettura di Vasily Petrenko, tale autorevolezza è stata confermata anche con il Mahler della Quinta Sinfonia, partitura che attraversa ombra e luce fino all’esultanza conclusiva. Una pagina che ha permesso al direttore russo naturalizzato britannico di mettere in evidenza le doti più convincenti della sua direzione: lucidità strutturale, senso del disegno complessivo e capacità di governare la complessità senza appesantirla. Fin dalla Trauermarsch iniziale, la Royal Philharmonic Orchestra ha mostrato bella compattezza e qualità timbrica, con ottoni autorevoli e una sezione degli archi capace di mantenere densità e definizione anche nei passaggi più esposti.

Vasily Petrenko, Royal Philharmonic Orchestra (foto Zani-Casadio)
Vasily Petrenko, Royal Philharmonic Orchestra (foto Zani-Casadio)

Petrenko ha evitato una lettura dal segno autoreferenziale o monumentale, preferendo un Mahler teso, mobile, sorretto da una pulsazione interna fluida ma ben controllata. In questa prospettiva, anche i contrasti espressivi insiti nella partitura sono emersi come tappe di un percorso significativamente coerente. Lo Scherzo centrale ha beneficiato di una notevole energia ritmica, mentre il celeberrimo Adagietto è stato condotto con passo espressivo dalla personalità pregnante, come alla ricerca di una cantabilità raccolta, quasi trattenuta, che ha restituito alla pagina una piena dignità lirica. Nel Rondò-Finale l’orchestra londinese ha poi liberato il proprio fraseggio con precisione e slancio, consegnando al pubblico una conclusione luminosa, ben costruita nella sua densità contrappuntistica.

A fine serata ancora gli applausi di un pubblico entusiasta hanno salutato Petrenko e la sua Royal Philharmonic Orchestra.