A Musikàmera il respiro del primo barocco
Federico Fiorio e il Karalis Antiqua Ensemble portano Monteverdi, Cavalli e i loro contemporanei nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice con un programma luminoso e filologico
02 aprile 2026 • 2 minuti di lettura
Sale Apollinee del Teatro la Fenice
Federico Florio & Karalis Antiqua Ensemble
31/03/2026 - 01/04/2026Torna il barocco nel cartellone di Musikàmera con un concerto dedicato al Seicento veneto e non solo, nel 350° anniversario della morte di Francesco Cavalli. Le Sale Apollinee del Teatro La Fenice si confermano cornice ideale: lo spazio raccolto favorisce un ascolto ravvicinato, ristabilendo un rapporto di intimità con il pubblico e restituendo alla parola cantata il suo valore pienamente teatrale.
Il concerto del sopranista Federico Fiorio, affiancato dal Karalis Antiqua Ensemble – Sara Meloni e Pietro Ferra ai violini, Giacomo Paulis al violone, Naomi Mulas al clavicembalo e Dario Landi alla tiorba – coglie appieno questa dimensione, costruendo un percorso coerente e coinvolgente tra alcune delle pagine più affascinanti del primo barocco italiano. Al di là dell’occasione celebrativa, emerge il ritratto di un’epoca in cui la musica è materia viva, plasmata sul respiro del canto.
L’apertura con Monteverdi è quasi imprescindibile: “Io la musica son”, Prologo dell’Orfeo, è insieme dichiarazione poetica e invito all’ascolto. Fiorio lo affronta con una linea vocale limpida e controllata, mai rigida. La sua voce di sopranista, luminosa e duttile, modella il testo con naturalezza, scolpendo ogni sillaba senza indulgere nell’effetto, ma cercandone costantemente il senso. Il canto respira, si distende con eleganza, alternando morbidezza e slancio.
L’ensemble accompagna con stile misurato e consapevole, fondato su un uso intelligente degli strumenti originali. Il suono è terso, mai invadente, ma ricco di sfumature. L’Aria quinta sopra la bergamasca op. 3 di Marco Uccellini si anima di vivace energia danzante, mentre la Ciaccona op. 2 di Tarquinio Merula pulsa con equilibrio e precisione. I giovani musicisti del Karalis mostrano una notevole maturità interpretativa, capace di coniugare rigore filologico e freschezza espressiva.
Cavalli, fulcro del programma, rivela tutta la sua modernità teatrale. “Non m’è patria l’Olimpo”, dal Prologo dell’Ormindo, si distingue per il fraseggio morbido e la chiarezza della dizione, che valorizzano la scrittura affettuosa e malinconica. Ancora più intensa “O quam suavis es”, restituita con un senso di introversa sospensione quasi mistica: la voce si fa sottile, raccolta, sostenuta da un tessuto strumentale che respira con essa in un equilibrio di grande finezza.
Chiude il programma ufficiale “Hor che Apollo” op. 8 di Barbara Strozzi, cantata in miniatura sul tormento amoroso. Qui Fiorio mette in luce una spiccata sensibilità per il colore e la sfumatura psicologica, in contrasto con la brillante teatralità del precedente “Quel sguardo sdegnosetto” monteverdiano.
Serata di alto livello esecutivo e notevole profondità interpretativa, accolta da calorosi applausi ricambiato con doppio bis: “Sì dolce è ‘l tormento” di Monteverdi e “Lascia la spina” di Händel.