L'inaugurazione di Ex Novo Musica

Applaudito concerto dell'Ex Novo Ensemble

Ex Novo Ensemble
Ex Novo Ensemble
Recensione
classica
Sale Apollinee del Teatro la Fenice
Ex Novo Ensemble
11 Ottobre 2022

Con un concerto dall’impaginazione raffinata si è inaugurata l'11 ottobre, nelle Sale Apollinee del Teatro la Fenice, la 19^ edizione del Festival Ex Novo Musica, organizzato dall’Ex Novo in collaborazione  con il Teatro La Fenice e il Conservatorio “B. Marcello” di Venezia. 

Il gruppo veneziano, fondato e presieduto da Claudio Ambrosini, vanta al proprio interno alcuni tra i più autorevoli interpreti del repertorio contemporaneo e si distingue per l’ideazione di programmi che guidano l’ascoltatore alla scoperta dei segreti intrecci tra la tradizione e le più recenti esplorazioni linguistiche.Il tema del concerto di apertura era “Isolamenti”, un’occasione per “toccare sia la realtà dei nostri giorni, dopo il biennio di chiusure e esclusioni recenti dovuti alla pandemia, sia quelli avvenuti, per ragioni differenti, nel corso del Novecento”, osserva Ambrosini. 

Riscopriamo innanzitutto la squisita fattura del Quartetto per clarinetto, violino, violoncello e pianoforte di Paul Hindemith, opera che risale al 1938.  L’Ex Novo ne valorizza la dimensione dialogica, curando nel dettaglio impasti timbrici ambrati, bilanciamenti sottili, rifiniture preziose, sfumature negli innesti tra i diversi strumenti, restituendo intatta la vena nostalgica di quest'opera composta in Svizzera, ove il musicista era fuggito dopo le feroci critiche da parte della cultura nazista che considerava la sua arte ormai “degenerata”.

La tensione polifonica impregna anche l’Elegia per violino solo di Stravinsky, trascrizione dell’autore stesso dell’originario brano per viola sola dedicata alla memoria di Alphonse Onnou, membro e fondatore del Quartetto «Pro Arte» di Bruxelles. 

Ascoltando questo brano del 1944 tornano alla mente le riflessioni che il compositore dedica alla melodia nella Poetica della musica: “Modalità, tonalità, polarità, sono solo mezzi provvisori che passano o passeranno. Quello che sopravvive a ogni cambiamento di regime è la melodia”. 

Carlo Lazari riesce a rendere perfettamente percepibile l’intensa cantabilità di questa invenzione a due voci, sorta di meditazione sul tema della morte. Con dolcezza e sconsolata tristezza volge la propria attenzione dove il suono si sfinisce, perdendo il proprio contorno. 

 

Un registro espressivo  che si ritrova nella Threnody op. 193 della compositrice russa Elena Firsova, lavoro cameristico in prima assoluta dedicato al marito Dmitri Smirnov, recentemente scomparso, e idealmente a tutte le vittime del Covid. 

Il suono evoca mancanza, come nel mito di Syrinx, ma diventa al tempo stesso implorazione e tenera consolazione.

Lo spirito del cosmo vibra anche in Pwyll, brano per flauto solo composto nel 1954 da Giacinto Scelsi che trae ispirazione per il titolo dalla cultura druidica. Daniele Ruggeri ne esalta i tratti demonici, scolpisce suoni e silenzi aprendo con tratti acuminati taglienti squarci di luce.

 

Un orizzonte di speranza che si coglieva al termine della struggente rielaborazione operata Pärt nel Mozart-Adagio tratto dalla Sonata K 280 per pianoforte di Mozart, lavoro intriso di acuta sofferenza e dolente introspezione. 

 

Influssi bartókiani (penso a Im freien) e sciarriniani si coglievano infine nella seconda prima assoluta commissionata dall’Ex Novo, i Quattro Haiku per pianoforte di Ambrosini affidati all’esecuzione esemplare di Aldo Orvieto.

Tutto lo strumento diventa per il compositore veneziano motivo di invenzione e ricerca timbrica.

Il suono su tastiera si proietta infatti rivisitato quasi in sogno con effetti ricercati sulla cordiera, le liquefazioni della scrittura si alternano a costruzioni asciutte e geometriche, ispirate alla essenzialità della poetica giapponese.

Come un’invocazione si erge l’ultimo brano che si avvale di una componente gestuale. Il suono di un bicchiere dialoga con le intense vibrazioni dello strumento e lo stesso calice viene poi rivolto verso il cielo, come una sorta di rito laico, mentre le risonanze create dal pedale prendono forma attraverso la mano plasmatrice dell’interprete.

Successo molto caloroso.

 

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