Mirella Freni, l'anti-diva

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Mirella Freni
Mirella Freni

Impossibile non affezionarsi: con la sua semplicità disarmante da anti-diva e lo schietto accento emiliano, Mirella Freni aveva catturato il pubblico di tutto il mondo, in una carriera durata 50 anni tondi tondi, dal 3 marzo 1955 (Micaela in Carmen nella sua Modena, appena ventenne) al 15 maggio 2005 (il Gala in suo onore al Metropolitan di New York). 

Addio a Mirella Freni

Sembrava inossidabile: prima come cantante, poi come insegnante, mai al centro di polemiche, sempre pronta a fare un passo indietro quando la proposta artistica non le sembrava consona (la Principessa Turandot propostale da Karajan) o l’esito poco convincente (la Violetta rapidamente abbandonata dopo l’insuccesso alla Scala). Ma non per questo ha mirato al risparmio: ben 44 ruoli operistici al suo attivo (una decina soltanto in disco), per alcuni dei quali si è imposta a modello imperituro.

Carmen: le bastava un duetto nel primo atto e un’aria nel terzo per vincere la serata come indifesa Micaela.

La Bohème: in coppia con il fratellone di sempre, Luciano Pavarotti, è stata la Mimì per antonomasia del secondo Novecento.

Otello: irrinunciabile Desdemona per Karajan dapprima, per Kleiber poi, che tornivano il quarto atto dell’opera sulla sua voce calda e morbida come un velluto.

Simon Boccanegra: la sua appassionata Amelia in una storica produzione con Abbado e Strehler, che dalla Scala è approdata anche in importanti teatri stranieri, ha contribuito in maniera determinante al rilancio di un’opera fino ad allora trascurata.

Le nozze di Figaro: con l’arguzia di Susanna, privata delle melensaggini salisburghesi allora in voga, avviò il lento recupero di Mozart alla vocalità prettamente italiana. Ne resta anche un film d’opera, l’unico suo peccato artistico, diceva: impegnata altrove durante la preparazione della colonna sonora, cantò infatti la sua parte sulla base orchestrale preregistrata, perché il direttore Böhm e il regista Ponnelle non volevano privarsi del suo inestimabile contributo.

La servetta, la paesana, la sartina, la vittima innocente... Gran parte dei suoi capolavori interpretativi sono donne di basso rango o remissive, e non a caso: quando Abbado la promosse alla Scala da Susanna a Contessa, la genuina semplicità della cantante mal s’accordò con l’aristocratico contegno del personaggio. Ma anche alle cosiddette parti da “soubrette” (Zerlina nel Don Giovanni, Adina nell’Elisir d’amore, Maria nella Figlia del reggimento, Norina nel Don Pasquale) non si avvicinò mai con la coquetterie del sopranino leggero, pur non facendo mancar loro un’irresistibile brillantezza: già a vent’anni la corposità della voce era infatti tale da far presagire uno sviluppo verso parti liriche sempre più spinte, fino toccare le tinte drammatiche di Aida, quelle veriste di Adriana Lecouvreur e Fedora, ma senza mai eccessi drammatici e veristi.

Voce naturalmente empatica, fonogenica, inconfondibile sin dalle prime note: nessuno l’ha mai paragonata alla Callas, come si fa da mezzo secolo per ogni nuovo soprano che sale prepotentemente alla ribalta; per tutti è sempre stata – semplicemente – la Mirella.

 

 

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