La Washington National Opera contro il Kennedy Center

L'istituzione lirica della capitale americana fa causa al Kennedy Center per oltre 17 milioni di dollari. Sullo sfondo, la crisi dell'istituzione culturale americana dopo l'era Trump e un futuro molto incerto

SN

27 giugno 2026 • 3 minuti di lettura

L'atrio del Kennedy Centre (Foto Rahmat Gul / AP)
L'atrio del Kennedy Centre (Foto Rahmat Gul / AP)

La frattura tra la Washington National Opera (WNO) e il John F. Kennedy Center for the Performing Arts, un tempo fra le più prestigiose istituzioni culturali degli Stati Uniti, è ormai sfociata nelle aule di tribunale. La compagnia lirica ha infatti intentato una causa per ottenere oltre 17 milioni di dollari che ritiene le spettino e che, a suo dire, il Kennedy Center si rifiuterebbe di trasferire dopo la conclusione del loro storico rapporto di collaborazione. La vicenda rappresenta l'ultimo capitolo di una crisi che da oltre un anno investe il Kennedy Center, dopo il controverso riassetto della governance voluto dal presidente Donald Trump. La Washington National Opera, che dal 1971 aveva sede nel grande complesso culturale di Washington e che per circa quindici anni ne era stata una struttura affiliata, ha lasciato ufficialmente il Kennedy Center all'inizio del 2026, scegliendo di intraprendere un percorso autonomo.

Secondo il ricorso depositato presso la United States Court of Federal Claims, la compagnia sostiene che il Kennedy Center abbia trattenuto fondi costituiti da donazioni, lasciti testamentari, proventi e risorse di dotazione raccolte nel corso degli anni specificamente a beneficio dell'Opera. Si tratta, affermano gli avvocati della WNO, di somme "critiche" per garantire la continuità delle attività artistiche e per onorare gli impegni assunti nei confronti di donatori, musicisti e artisti. Uno degli aspetti più delicati della controversia riguarda proprio il fondo patrimoniale dell'Opera. Secondo l'azione legale, alla vigilia della separazione la direttrice finanziaria del Kennedy Center, Donna Arduin, avrebbe informato i vertici della compagnia che parte delle risorse accumulate grazie a lasciti e contributi destinati all'Opera era stata utilizzata come garanzia per una linea di credito del Kennedy Center. Una ricostruzione che la Washington National Opera considera inaccettabile, sostenendo che tali fondi fossero vincolati esclusivamente alle sue finalità istituzionali.

La replica del Kennedy Center è stata altrettanto netta. Roma Daravi, portavoce dell'istituzione, ha definito la causa "priva di fondamento" e ha annunciato una controazione legale. Secondo il Centro, infatti, il rapporto con la Washington National Opera avrebbe rappresentato per anni un pesante onere finanziario: una revisione contabile indipendente avrebbe calcolato un deficit cumulato di circa 72 milioni di dollari a carico del Kennedy Center tra il 2011 e il 2026, anche tenendo conto del patrimonio della compagnia.

Al di là delle cifre, la controversia riflette un conflitto più profondo sulla gestione delle istituzioni culturali americane. Dopo l'arrivo di Richard Grenell alla guida del Kennedy Center, nominato dall'amministrazione Trump, sono stati introdotti criteri di gestione più rigidi, tra cui l'obiettivo che gli spettacoli risultassero sostanzialmente in equilibrio economico già attraverso biglietteria e sponsorizzazioni. Un approccio che si è scontrato con il modello economico tradizionale delle compagnie liriche statunitensi, che dipendono in larga misura dalle donazioni private per compensare deficit strutturali.

Nel frattempo, la Washington National Opera sta cercando di costruire il proprio futuro al di fuori del Kennedy Center. La nuova stagione sarà ospitata in diversi teatri dell'area metropolitana di Washington e comprenderà produzioni di rilievo come Madama Butterfly di Puccini e Nixon in China di John Adams, con interpreti di primo piano quali Renée Fleming e Thomas Hampson. Ma prima ancora che sul palcoscenico, il futuro della storica compagnia lirica si giocherà davanti ai giudici, in una disputa che potrebbe ridefinire i rapporti tra autonomia artistica, governance e sostenibilità economica delle istituzioni culturali americane.