A Berlino la cultura rende
Uno studio dell'Institut für Kulturelle Teilhabeforschung di Berlino dimostra che la spesa pubblica per la cultura genera importanti ritorni economici, rafforza l'attrattività dei territori e contribuisce alla competitività di imprese e città. E la musica è tra i motori di questo ecosistema
06 luglio 2026 • 4 minuti di lettura
Quando si parla di finanziamenti alla cultura, il dibattito si concentra quasi sempre sui costi. Ma se fosse il punto di partenza sbagliato? Lo studio “Kultur als Standortfaktor in Berlin. Ein Gesamtbild ökonomischer, gesellschaftlicher und stadtgestaltender Effekte” (La cultura come fattore di attrattività a Berlino. Un quadro d’insieme degli effetti economici, sociali e urbanistici) firmato da Vera Allmanritter, Tibor Kliment e Thomas Renz dell'Institut für Kulturelle Teilhabeforschung (IKTf) di Berlino, l’Istituto per la ricerca sulla partecipazione culturale, dimostra che la cultura non è una spesa improduttiva, bensì uno degli investimenti pubblici con il più alto ritorno economico. E questo vale anche – e forse soprattutto – per il mondo della musica. Lo studio, realizzato per conto del Senato di Berlino, analizza l'intero sistema culturale della capitale tedesca: musei, teatri, biblioteche, festival, club, sale da concerto, orchestre, formazione musicale e industrie creative. La conclusione è che per ogni euro investito con fondi pubblici mediamente vengono generati oltre 3,5 euro di ricadute economiche. In alcuni comparti il moltiplicatore arriva addirittura a sfiorare i sette euro.
Lo studio arriva in un momento particolarmente delicato per Berlino. Negli ultimi mesi il governo della città-Stato ha infatti approvato pesanti tagli al bilancio della cultura – circa 130 milioni di euro, pari a oltre il 12% delle risorse del settore – nell'ambito di un più ampio piano di risanamento dei conti pubblici, motivato dalla necessità di contenere il debito e riequilibrare le finanze cittadine. Le conseguenze riguardano teatri, orchestre, festival, club, scuole di musica e numerose realtà della scena indipendente, con il timore di cancellazioni, riduzione delle attività e perdita di posti di lavoro. È proprio in questo scenario che lo studio dell'IKTf assume un valore particolare: anziché discutere la cultura come una voce di spesa, ne misura il contributo all'economia e dimostra come gli investimenti culturali producano ricchezza, occupazione e attrattività per l'intera città.
Il dato più interessante è però come questa ricchezza venga prodotta. Solo una parte deriva dall'attività delle istituzioni culturali; il resto nasce da tutto ciò che si muove intorno a un concerto, a un festival o a uno spettacolo. Chi partecipa a un evento acquista un biglietto, ma spesso prenota anche un albergo, cena in un ristorante, utilizza i mezzi pubblici, fa acquisti nei negozi della città. Secondo lo studio, quasi due terzi dell'impatto economico complessivo è generato proprio dalla spesa dei visitatori, confermando come il turismo culturale sia uno dei principali motori dell'economia urbana.
Particolarmente significativo è che per Berlino, una delle capitali europee della musica dal vivo, dei festival e dei club, la ricerca mostri come tale patrimonio non sia solo un elemento identitario, ma anche un fattore di competitività economica. Un’offerta musicale ricca e continuativa rende dunque una città più attrattiva per i turisti, ma anche per imprese, professionisti e lavoratori qualificati che scelgono dove vivere anche in base alla qualità della vita e alle opportunità culturali disponibili. Non solo. Lo studio dimostra come solo nel 2024, i 12,7 milioni di visitatori provenienti dalla Germania e da tutto il mondo hanno raggiunto Berlino per le sue attrazioni turistiche (63%) e per l’offerta artistica e culturale (61%). I turisti attratti dalla cultura rimangono in media più a lungo in città e spendono di più. Da questo punto di vista, Berlino è una delle destinazioni urbane più visitate d’Europa e si colloca allo stesso livello di metropoli come Parigi e Londra.
Lo studio evidenzia inoltre il peso della cultura e delle industrie creative nell'economia berlinese: un comparto che genera tra i 12 e i 15 miliardi di euro di valore aggiunto, impiega circa 195 mila persone e sviluppa oltre 41 miliardi di euro di fatturato. Numeri che raccontano un settore produttivo a tutti gli effetti, ben lontano dall'immagine di un comparto sostenuto esclusivamente dai contributi pubblici.
Naturalmente non tutto è misurabile in termini economici. Gli autori ricordano che la cultura produce benefici altrettanto importanti sul piano della salute, della coesione sociale, dell'educazione e della qualità della vita. Ma il valore aggiunto della ricerca è proprio quello di dimostrare che non è necessario scegliere tra cultura ed economia: le due dimensioni si rafforzano a vicenda.
Per il settore musicale il messaggio è di grande attualità. Festival, concerti, club, conservatori e scuole di musica non rappresentano soltanto luoghi di produzione artistica o di intrattenimento. Sono infrastrutture economiche che alimentano turismo, occupazione, innovazione e attrattività internazionale. In altre parole, sostenere la musica significa investire nello sviluppo di un territorio. Una conclusione che supera il caso di Berlino e parla a tutte le città europee e non solo. Se la cultura genera ricchezza, tagliare gli investimenti non significa semplicemente risparmiare: significa rinunciare a una delle leve più efficaci per creare valore economico, sociale e competitivo nel lungo periodo.