Sunn O))): la quiete dentro la tempesta

Il metal “mentale” del duo statunitense e l’espressionismo astratto di Mark Rothko

AC

07 aprile 2026 • 3 minuti di lettura

Sunn O)))
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Sub Pop 2026

È risaputo che i Sunn O))) fanno effetto soprattutto dal vivo, come può confermare chi ha avuto l’opportunità di assistere alle esibizioni di fine ottobre nel Teatro alle Tese di Venezia, durante la Biennale Musica, e all’Audiodrome di Moncalieri, nell’hinterland torinese: esperienza fisica e mentale più che semplice concerto, accentuata dalla sensazione di trascendenza incarnata nelle figure dei monaci chitarristi, indaffarati a spostare macigni di metallo pesante dentro una cornice avant-garde.

In quelle circostanze l’organico sul palco era ridotto all’essenza, ossia il duo composto nel 1998 da Greg Anderson e Stephen O’ Malley: scelta applicata anche nel nuovo album senza titolo, distante sette anni dal precedente costituito dai gemelli Life Metal e Pyroclasts. Altra novità è il marchio discografico: non più Southern Lord, l’etichetta da loro stessi creata, bensì Sub Pop, leggendaria indipendente di Seattle, luogo di nascita di entrambi, con la quale è stato stipulato un accordo inaugurato in autunno da un Ep contenente tre tracce, qui assenti.

In copertina compaiono le riproduzioni di due dipinti della serie Untitled, 1960 di Mark Rothko, maestro dell’espressionismo astratto accostato tempo fa esplicitamente ai Sunn O))) da “Rolling Stone”. La similitudine persiste e si rafforza, dunque: “I brani di questo album sono sovrapposti come i blocchi di colore su una tela di Rothko”, sostiene l’autorevole saggista inglese Robert Macfarlane nel testo introduttivo all’opera, dove cita il “Timeo” di Platone (“Il suono è impulso dell’aria che, passando attraverso le orecchie, raggiunge il cervello e il sangue e si trasmette all’anima”) e l’“Angelus Novus” di Walter Benjamin, in particolare il passo sulla “tempesta chiamata progresso”.

Quest’ultima evocazione suggerisce un’analogia fra il paradosso meteorologico della quiete nell’occhio del ciclone e il metabolismo musicale dei Sunn O))), espresso nel lento ma inesorabile avanzare del magma elettrico, tipo un mantra di meditazione zen. Lo si percepisce negli episodi proposti già in occasione delle apparizioni italiane di cui si diceva: l’iniziale “XXANN”, scosso da minacciosi riff articolati sulla modulazione di un bordone opprimente, “Everett Moses”, che ha peso specifico sulla scala dell’osmio, e “Butch’s Gun”, imperioso e monumentale.

Sede delle registrazioni è stato lo studio Bear Creek di Woodinville, un antico fienile ristrutturato nel cuore della foresta, elevata al rango di “coautrice” dai diretti interessati, che si sono lasciati ispirare dalle lunghe passeggiate mattutine in quell’habitat, nel corso delle quali hanno captato e immagazzinato rumori d’ambiente, ad esempio lo scorrere dell’acqua che apre e chiude lo sfoggio di potenza inscenato in “Mindrolling”.

Memori delle proprie radici, dichiarate nella torva elegia intitolata “Does Anyone Hear Like Venom?” in onore dei pionieri britannici del “black metal”, i Sunn O))) ne proiettano i codici alterati verso una dimensione sinfonica, simboleggiata dall’ectoplasma di un pianoforte che affiora inopinatamente nella sezione centrale del conclusivo e plumbeo “Glory Back”.

Per chi se la sente, è consigliato l’ascolto ininterrotto ad alto volume: un tour de force di quasi ottanta minuti, “estremo, difficile da affrontare, senz’altro impegnativo, non è per tutti, ma va bene così”, ha chiarito O’ Malley, intervistato da “Uncut”.