La distopia esoterica di Blak Saagan
Il produttore Samuele Gottardello racconta Un sequestro lungo 10.000 anni
05 maggio 2026 • 3 minuti di lettura
Blak Saagan
Un sequestro lungo 10.000 anni
Il nuovo lavoro di Samuele Gottardello con lo pseudonimo Blak Saagan, ispirato al visionario astronomo, divulgatore scientifico e scrittore di fantascienza Carl Sagan, riformula nell’intestazione il sottotitolo scelto da Elsa Morante per l’edizione originale del romanzo La Storia, sostituendo “scandalo” con “sequestro”.
Ciò si ricollega al precedente Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo (2021), battezzato con una frase espunta dall’ultima lettera indirizzata alla moglie da Aldo Moro durante la prigionia, che ne era tema conduttore. Evidentemente il 53enne produttore di origine padovana, in passato anche regista del documentario “archeologico” su Venezia Panorami sommersi (2022), ha un debole per le grandi narrazioni. Edita da Maple Death nella collana Opale, creata insieme a Canicola Edizioni e inaugurata lo scorso anno da Flowers Are Blooming in Antarctica di Laura Agnusdei, l’opera ostenta concezione ambiziosa e forma imponente: 108 minuti di musica impressa su triplo vinile inscatolato in un cofanetto contenente un albo illustrato dal disegnatore iraniano Majid Bita.
A quel paese sventurato sembra alludere il video che accompagna l’ipnotico mantra dagli accenti “prog” chiamato “Benzocrazia” riferendosi alle benzodiazepine, dove compaiono figure equivalenti agli aguzzini della Polizia Morale di Teheran.
Da parte sua, l’autore accredita questa interpretazione: “È la colonna sonora di un racconto distopico ambientato in una Città senza tempo e senza luogo, dominata da un Regime teocratico, patriarcale e capitalista che controlla la popolazione attraverso sedazione chimica e propaganda”, ha scritto a riguardo su Facebook, dichiarando in altra circostanza quali ascendenti Philip Dick e l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas.
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Seguiamo così le peripezie della protagonista, di cui un brano – “Mila nel bosco” – suggerisce il nome: suoi i sogni che punteggiano la sequenza, dall’iniziale “The Blak Fire”, su incalzante pulsazione da techno “industriale”, a “La dama con il corpo di uccello”, peana elettronico alla Popol Vuh dedicato a un personaggio salvifico, passando da “Il giorno di Zaha’kol”, nel quale fa capolino la cantante trevigiana Julinko.
La presenza di voci umane è una novità, rispetto ai trascorsi discografici di Blak Saagan: ascoltiamo ad esempio l’orazione rap dell’illustratrice bolognese Liz Van Der Nüll sull’affusolata intelaiatura electro-wave di “FRREPa”, mentre in coda a “Idoli rotti fatti di paura ed oro” aleggia come un fantasma il padrone di casa Jonathan Clancy.
È tuttavia la costruzione drammaturgica a calamitare l’attenzione: l’assillante riff sintetico “Dentro un bus proiettato nel vuoto” incapsula la vicenda di 21 intellettuali perseguitati dai khomeinisti, già ripresa da Bita nel graphic novel L’autobus incantato, “Heyran” s’inerpica su montagne di confine seguendo il suono del duduk armeno cui dà fiato Giorgio Trombino e “Daēvā – Falso Dio” evoca le creature diaboliche dello Zoroastrismo in un habitat musicale degno di John Carpenter. Al centro della scena rimane comunque la Città Stato: “Una fusione tra Iran e Israele”, a detta di Gottardello, simboleggiata dallo stile sovietico del corredo visivo associato a “Le Basi H si alzano in volo”.
Soggetto del titolo sono i minacciosi aeromobili sospesi a mezz’aria che rappresentano Potere e Controllo nell’esoterica distopia tratteggiata da Blak Saagan: presagio cupo e inquietante del destino umano nel solco di Orwell, Metropolis e Blade Runner.