Pole e la memoria

In Fading il produttore tedesco Stefan Betke descrive il trauma della demenza senile

Pole Fading
Pole
Disco
oltre
Pole
Fading
Mute
2020

Sarà per l’accresciuta aspettativa di vita, tale da consentire a molte più persone di raggiungere la tarda età, fatto sta che aumenta di pari passo l’attenzione verso i problemi derivati dalla degenerazione delle facoltà cognitive. In ambito musicale è diventato ormai un caso il progetto Everywhere at the End of Time firmato The Caretaker, di recente amplificato inopinatamente da TikTok, tanto da spingere il “New York Times” a occuparsene.

– Leggi anche: The Caretaker star di TikTok

Sull’argomento si applica adesso Stefan Betke, alias Pole: cinquantatreenne produttore originario di Düsseldorf affermatosi alla fine del secolo scorso con un trittico d’esordio – ristampato in cofanetto a metà primavera – che lo rese pioniere di un’estetica dell’avaria, il cosiddetto “glitch” (tutto perché scelse di continuare a usare il filtro danneggiato di un sintetizzatore analogico, ricavandone appunto sonorità difettose). L’eco di quell’esperienza si riverbera tuttora in ciò che fa: «Sullo sfondo di queste registrazioni si possono ascoltare piccoli schiocchi o anomalie: riferimenti diretti a quella trilogia», ha detto a proposito dell’album con il quale torna a farsi vivo a distanza di cinque anni dal precedente Wald.

Suggestionato dagli effetti della progressiva demenza senile di cui soffre la madre ultranovantenne, Pole ha creato musica intendendo esprimere quel senso d’inconsapevolezza e smarrimento. Alcuni episodi hanno titoli espliciti: “Erinnerung”, che in tedesco significa “memoria”, definisce una traccia dalla consistenza ectoplasmatica, mentre “Traum” ne designa un’altra esemplare del minimalismo dub-techno tipico di Pole, affine a quello dei contemporanei connazionali Basic Channel. Aperta dall’ambient vaporosa di “Drifting”, impercettibilmente increspata da impulsi percussivi, e chiusa dallo spleen elettronico di “Fading” («Riguarda l’idea di spegnersi e scomparire lentamente, ma chiunque se ne vada lascia qualcosa di sé: una sensazione, un’immagine o un’atmosfera», ha spiegato l’autore), la sequenza scorre su cadenze pigre, ricordando a tratti certo “downtempo” dal gusto jazz in voga oltre due decenni fa, come accade in “Tangente” e – in maniera meno consolatoria – in “Röschen”, che evoca una versione narcotizzata del Davis elettrico.

La quiete è tuttavia solo apparente: appena prima dell’epilogo, “Nebelkrähe” – ossia “cornacchia” – mostra il risvolto inquietante del vuoto generato dall’oblio.

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