Lucas Niggli nel giardino alchemico

Il percussionista presenta il suo primo disco per il festival di musica svizzera New Echoes a Venezia, e alla Casa del Jazz di Roma

Lucas Niggli
Lucas Niggli
Disco
jazz
Lucas Niggli
Alchemia Garden
Intakt
2018

“Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno. Ci si deve risolvere ad amare anche le imperfezioni, altrimenti ci si illude”. Così scriveva Hermann Hesse, chissà che Lucas Niggli non abbia letta questa frase prima di cimentarsi nella registrazione di Alchemia Garden, il suo primo disco in solo per la benemerita Intakt di Zurigo.

Niggli ha speso i primi sette anni della sua vita in Camerun, e tale origine sembra aver marchiato a fuoco la sua visione: il ritmo è un fatto quotidiano, un veicolo di comunicazione sociale, ogni cosa parte dal ritmo. Ecco allora un lavoro denso di eventi microscopici e calibratissimi, fughe, attese, trappole, foreste che stanno sul palmo di una mano, ordine nel caos e caos nell’ordine.

In questo giardino dove il vile metallo si trasforma in oro, le percussioni si fanno voci capaci di raccontare storie senza che venga utilizzata una singola parola; il sentimento che prevale, trovandocisi in mezzo, ipnotizzati nell’ascolto, è quello della meraviglia: un catalogo di forme viventi (dall’erba del diavolo alla Metrosideros polymorpha, pianta endemica delle isole Hawaii, al Nelumbo, una pianta acquatica comparsa sulla terra 80 milioni di anni fa, noto come fior di loto); un giro del giorno in 80 mondi alla maniera di Julio Cortázar, restando fermi dentro a un giardino.

Dall’Africa possibile di "Bakossi Dew" alle storie racchiuse nei due minuti di "Go Goblin", fino all’estasi statica dell’Oriente dipinto su una foglia in "Tuned Arrow". Lucas Niggli, cresciuto musicalmente con Pierre Favre, con il quale suona oramai da 25 anni, ha collaborato negli ultimi anni con Michel Godard e Luciano Biondini (Mavì, Intakt, 2013) e con il musicista ivoriano Aly Keita, tra i tanti. In questi trent’anni di carriera musicale ha esplorato un vasto universo sonoro che spazia dall’avant-core degli Steambot Switzerland al piano trio con Jacques Demierre e Barry Guy, dal duo Black Lotos con la suonatrice cinese di guzheng Xu Fengxia alla collaborazione con Fred Frith.

Al principio c’era il ritmo cantavano le Slits, ed è sempre stato così: le percussioni sono il primo tramite tra l’uomo e l’altrove, una sorta di porta aprendo la quale è possibile accedere ad altri mondi, apparentemente invisibili. Con il poeta Rabindranath Tagore, "La stessa corrente di vita/che scorre nelle mie vene / notte e giorno scorre per il mondo / e danza in ritmica misura". E qui abbiamo equilibrio, grazia, danza, un vocabolario delle infinite possibilità delle percussioni, tutto un sottomondo brulicante di esistenza. Basti ascoltare la circolarità magica e imprendibile di "Mimosa", vedere il suono fiorire in maniera organica: crescere da terra, schiudersi, e offrire sguardi inaspettati a chi saprà ascoltare con la necessaria attenzione. Saranno suoni da seguire con gli occhi, o come assistere ad un rituale officiato da un moderno sciamano. Creature impossibili eppure reali come la Hydnora, una pianta dell’Africa del Sud in tutto e per tutto simile ad un fungo. E allora chiudete gli occhi, apriteli verso dentro. Non lasciatevi sfuggire la possibilità di un viaggio nel giardino alchemico, per un incontro con ciò che è più reale del vero e perché in fondo “Il ritmo ha qualcosa di magico; ci fa perfino credere che il sublime ci appartenga” (Johann Wolfgang Goethe).

Su invito dell’Istituto Svizzero, Lucas Niggli sarà in concerto l’8 marzo nell’ambito della rassegna di nuova musica svizzera New Echoes a Palazzo Cavalli Franchetti a Venezia, con la curatela di Enrico Bettinello. Seguirà poi un altro live il 9 marzo a Roma presso la Casa del Jazz.

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