La babele di Massimo De Mattia

Ethnoshock!, del quartetto Suonomadre di Massimo De Mattia, esce per Caligola Records

Massimo De Mattia - Suono Madre
Disco
jazz
Massimo De Mattia - Suono Madre
Ethnoshock!
Caligola Records
2018

Il progetto in quartetto di Massimo De Mattia - Suonomadre, Ethnoshock!, per Caligola Records.

Sarà il vino buono, saranno le montagne, sarà la posizione decentrata, sarà un che di selvatico e profondamente libero che li contraddistingue, saranno la lontananza dalle grandi città del Nord e la vicinanza alla Mitteleuropa, ma chi scrive deve confessare di avere un debole per i musicisti e gli improvvisatori friulani: Mahakaruna Quartet, Glauco Venier (purtroppo misconosciuto dalle nostri parti, ma autore di un bellissimo disco per Ecm nel 2016, Miniatures), Maistah Aphricah, Flavio Zanuttini, il disco dal vivo Desidero vedere sento di Maier, Pacorig, Giust, De Mattia su Setola di Maiale, solo per citare gli ultimi che ho avuto il piacere di ascoltare.

Dischi tra loro diversissimi ma sempre contraddistinti da un approccio assolutamente coraggioso, pieno di inventiva ed energia: non fa eccezione, anzi, Ethnoshock! del quartetto del flautista di Pordenone Massimo De Mattia, accompagnato da Luigi Vitale (vibrafono, balafon, elettronica), Giorgio Pacorig (presente in Mahakaruna Quartet, in Maistah Aphricah, oltre che nei Pipe Dream ed in mille altri progetti, qui a Fender Rhodes e Korg MS20) e Zlatko Kaucic a batteria, percussioni ed elettronica (lo abbiamo ascoltato anche nel buonissimo Agrakal su NotTwo Records con Marco Colonna).

"Appropriation Art" è una babele densa ed equilibratissima tra febbri africane, astrazioni da free europeo, virtuosismi vertiginosi, botte e risposte mai didascaliche, nevrosi capaci di essere liriche e bellissime: tredici minuti che passano in un baleno e chiedono, appena finiti, di tornare indietro, per scoprire nuovi profili in questo paesaggio multidimensionale e cubista. "Suono rosso" apre su abissi zen, lontane voragini dove il suono nasce e si perde, uno Steve Reich perso tra i boscimani, un mood tra il futuristico e il remoto, magia purissima che poi fiorisce in un baccanale orgiastico capace di evocare i demoni più terribili e sensuali. Altro centro pienissimo, un andamento iterativo che fa pensare a dei Gong alle prese con uno spartito di classica contemporanea.

"What Music Do Pets Like?" stende su questo tappeto delle meraviglie una linea melodica ariosa, cantabile, e poi sono fughe, capriole, rincorse, con un respiro ampio che sa di musicisti cresciuti a pane e spartito che non hanno alcuna paura di liberare la loro fantasia nei campi aperti del non detto e del non scritto. "Giapeto" pare proprio confermare questa idea, le evoluzioni del flauto non sono affatto lontane a quella di una suite per violoncello di Bach, quando entrano gli altri tre il clima vira verso un caos acrobatico, delicato e ferocissimo, perfetto. Come azzannare con denti affilatissimi una rosa e riuscire a non spezzarne il gambo.

La connessione tra i musicisti è praticamente telepatica, i discorsi (abbiamo parlato di babele, all’inizio, e sono conversazioni queste che parlano lingue a volte intraducibili, come fossero poesie o idiomi ancestrali) si sviluppano senza accavallarsi in inutili ridondanze ma con grande capacità narrativa e senza suonare gratuiti o meno che necessari per nemmeno un secondo. Belle le note di Marco Colonna che ricordano come l’improvvisazione sia anche una pratica politica perché richiede ascolto, rispetto, maturità, accoglienza: le ombre di "Suburbs" promettono ribellioni e agguati che poi puntualmente arriveranno, "Ethnoshock!" chiude con lo stesso fervore terrigno ed epico un disco di un grande musicista che merita tutta l’ attenzione possibile da chi abbia davvero a cuore le vicende del jazz più avventuroso e libero, di casa nostra e non solo.

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