Pipe Dream: il sogno realizzato del jazz italiano

Esce per CAMJazz il debutto di Pipe Dream, il progetto di Zeno De Rossi, Filippo Vignato, Pasquale Mirra, Giorgio Pacorig e Hank Roberts: l'intervista

Pipe Dream
Foto di Luigi Maulucci
Articolo
jazz

Chi frequenta il jazz italiano ha già iniziato a familiarizzare con questo gruppo da qualche mese. Magari riuscendo a ascoltarlo in concerto (Cormòns, Correggio, Novara – tra gli altri festival che lo ha ospitato: il gdm ne aveva parlato qui) o nella crescente attesa del disco che, finalmente, esce in questi giorni.

Sto parlando di Pipe Dream (espressione che significa “sogno irrealizzabile”), collettivo che riunisce alcuni riconosciuti talenti del nostro jazz – il batterista Zeno De Rossi, il vibrafonista Pasquale Mirra, il trombonista Filippo Vignato e il tastierista Giorgio Pacorig – insieme a un nome leggendario della scena downtown newyorchese come quello del violoncellista Hank Roberts.

Sogno irrealizzabile che – felice eccezione alla regola – si realizza: perché la generazione di De Rossi e compagni di avventura è cresciuta con la musica di Roberts (che ricordiamo accanto a Tim Berne, a Bill Frisell, nonché nell’Arcado String Trio e in alcuni fantastici dischi a proprio nome), ma anche perché riporta il violoncellista giustamente al centro dell’attenzione, dopo alcuni anni di lontananza dai riflettori.

Pipe Dream (Foto di Luca d'Agostino)
Pipe Dream (Foto di Luca d'Agostino)

La maturità della scena jazz di casa nostra si misura anche da progetti come questo: se fino a non molti anni fa era ambizione di più di un musicista quella di far parte della “sezione ritmica” dell’americano di turno – vecchia gloria o giovane promessa che fosse – di passaggio in Italia, qui siamo in presenza di un progetto voluto, pensato e realizzato pariteticamente, in cui Mirra, Vignato, Pacorig e De Rossi mettono le proprie eccellenti qualità di compositori e improvvisatori sul tavolo insieme a quella del più maturo collega americano.

La maturità della scena jazz di casa nostra si misura anche da progetti come questo.

Ne esce una musica – ben testimoniata dal disco omonimo, Pipe Dream (CAMJazz) – ottimamente amalgamata, con idee melodiche e ritmiche semplici e efficaci che spesso trovano nella costruzione collettiva una forza cinetica illuminante.

Sognante (poteva essere altrimenti?) e lirico, attraversato da una spiritualità incisiva senza che il senso di spontaneità ne sia scalfito, il lavoro di Pipe Dream è un punto nodale per le vicende del jazz sulla scena italiana: un lavoro in grado di saldare l’istinto melodico con l’eredità delle pratiche improvvisative degli ultimi quarant’anni, un lavoro in cui l’umanità gioca un ruolo centrale.

Intervistare tutti e cinque i musicisti sarebbe stato eccessivo: abbiamo così chiesto a Zeno de Rossi e Filippo Vignato se andava loro di raccontarci Pipe Dream. Ecco com’è andata! 

Pipe Dream



Come nasce l’idea del gruppo e quella in particolare di lavorare con Hank Roberts?

ZENO DE ROSSI: «La decisione di formare questo gruppo dalla formazione inusuale nasce dall’unione di diverse idee. Innanzitutto Hank Roberts, fin dalla fine degli anni Ottanta, è sempre stato uno dei miei musicisti preferiti e suonare con lui era uno dei miei sogni nel cassetto. Ho avuto la fortuna di conoscerlo nel 1992 in occasione di uno dei concerti che cambiò la mia vita, quello dei Miniature (con Tim Berne e Joey Baron) all’Università di Verona, e da allora siamo rimasti saltuariamente in contatto».

«Quanto alla nostra formazione, io e Giorgio parlavamo da tempo di provare a fare qualcosa in trio con Pasquale, poi a me è venuta l’idea di coinvolgere Hank dopo aver scoperto che anche Pasquale e Giorgio erano dei suoi grandi estimatori. Parlandone abbiamo subito pensato di affiancare un'altra voce a quella del violoncello e immediatamente abbiamo pensato al trombone e dunque a Filippo. Hank ha risposto con entusiasmo al nostro invito e fin da subito abbiamo deciso che sarebbe stato un gruppo collettivo con musica scritta da tutti i suoi membri».

Come avete lavorato al disco, alle composizioni, alla suddivisione del lavoro?

FILIPPO VIGNATO: «Essendo un progetto collettivo nel vero senso della parola, ognuno ha contribuito con due o tre pezzi, che poi sono stati arrangiati collettivamente. Lo stesso Hank si è fin da subito inserito nel gruppo con questo spirito, mostrando grande interesse nella condivisione delle idee e rendendosi parte attiva assieme a noi nel processo di costruzione del repertorio».

«Abbiamo avuto la fortuna di poter avere qualche giorno per provare con calma prima del nostro primo tour avvenuto a ottobre 2017 e questo ci ha permesso di avere il tempo necessario per lavorare con profondità sulla musica e sul suono del gruppo – che per strumentazione è piuttosto insolito e sottende equilibri timbrici molto sottili, nonché ruoli spesso interscambiabili e ambivalenti. Alla fine del tour siamo andati in studio e la musica è uscita con grande naturalezza, le versioni contenute nel disco sono quasi tutte prime take».

L’uso della voce, che è tipico del lavoro di Roberts, dona al disco una qualità di grande umanità, come nascono i pezzi con la voce?

ZENO DE ROSSI: «Quando abbiamo contattato Hank gli abbiamo espressamente chiesto di usare anche questo aspetto peculiare della sua straordinaria musicalità, essendo tutti noi dei grandi estimatori della sua voce. Personalmente alcune delle sue canzoni degli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta, quando io avevo circa vent’anni, hanno fatto da colonna sonora a quel periodo della mia vita».

Molte composizioni hanno un mood lirico e avvolgente che contribuisce anche a una grande fruibilità emozionale: in una scena nella quale, specialmente negli ultimi anni, abbiamo assistito a un progressivo intricarsi delle pratiche compositive, a che esigenze risponde questa distesa cantabilità di molti temi?

FILIPPO VIGNATO: «All’interno del gruppo ognuno ha una cifra compositiva differente, e i vari brani ne sono ovviamente lo specchio. Certamente la personalità di Hank ha ispirato una certa spiritualità che fa parte del suo mondo, e che fa parte anche del nostro.Tutto ciò ha contribuito molto al mood che descrivi e questo tipo di atmosfere fanno parte integrante del nostro linguaggio musicale. Credo sia una delle possibili interpretazioni del presente, una delle strade percorribili. È un disco che parla dei nostri sogni impossibili».

Il gruppo ha già potuto suonare in alcuni posti in Italia, come funziona il lavoro dal vivo? Quanto possono cambiare le dinamiche all’interno di un pezzo?

FILIPPO VIGNATO: «Pipe Dream è, per la strumentazione coinvolta, un ensemble peculiare, a questo va unito al fatto che ognuno di noi ha un universo poetico ad ampio raggio, con esperienze davvero tra le più disparate, dal jazz alla musica contemporanea, all’improvvisazione libera fino al pop. Questa combinazione fa sì che Pipe Dream sia al tempo stesso un quintetto jazz, un ensemble da camera, un gruppo di libera improvvisazione e una pop band. Ma soprattutto c’è una identità sonora estremamente riconoscibile, definita e unica nel suo genere, che trova la sua massima espressione nelle performance dal vivo e che ci permette di spaziare così tanto pur rimanendo sempre noi stessi. È un continuum cangiante e in divenire, dove i ruoli continuano a cambiare, ognuno è sempre pronto a rimettersi in discussione e le dinamiche interne sono in perpetuo movimento». 

Quali gli insegnamenti più inaspettati che sono venuti dalla collaborazione con un musicista così esperto come Roberts?

FILIPPO VIGNATO: «Sicuramente una grande sorpresa per tutti noi è stato il suo coinvolgimento e il suo entusiasmo nell’affrontare il progetto. Quello che mi ha colpito di più è la sua assoluta unicità, la capacità di aver creato un proprio universo perfettamente riconoscibile e che prima di lui non esisteva. Non soltanto a livello strumentale, ma nel senso di una poetica compositiva ed emozionale totalmente originale. Questo è evidente a chiunque conosca la sua musica ma lavorandoci a stretto contatto è ancor più di enorme ispirazione ed insegnamento. Un esempio per perseguire la propria strada e cercare la propria voce no matter what».

«Scherzando Hank ci racconta sempre che iniziò gli studi classici di violoncello da bambino. Poi da adolescente voleva suonare jazz e iniziò a studiare il trombone (poi abbandonato per dedicarsi completamente al violoncello) con ottimi risultati e a scrivere canzoni alla chitarra. In quegli anni sognava di diventare un violoncellista classico, un trombonista jazz e una rockstar. Alla fine è diventato Hank Roberts».

Quali i prossimi sviluppi del progetto Pipe Dream?

FILIPPO VIGNATO: «Nel prossimo futuro porteremo in giro la musica contenuta nel disco, saremo in tour tra la fine di ottobre e i primi di novembre in Italia, tra cui il 2 novembre alla Sala Vanni a Firenze per la rassegna A Jazz Supreme. Tutte gli aggiornamenti su concerti e quant’altro sono sul nostro sito». 

Un disco di Hank Roberts che secondo voi tutti dovrebbero ascoltare? 

FILIPPO VIGNATO: «Everything is alive (W&W) - Pubblicato nel 2011 è cronologicamente l’ultimo disco  solista a nome di Hank Roberts, registrato in presa diretta assieme a Bill Frisell, Jerome Harris e Kenny Wollesen».

ZENO DE ROSSI: «Io invece scelgo il suo primo disco da solista, Black Pastels (JMT) registrato nel 1987 (31 anni fa!!!) con una formazione fantastica comprendente Bill Frisell, Tim Berne, Joey Baron e tre tromboni del calibro di Ray Anderson, Robin Eubanks e Dave Taylor. Come se non bastasse, nell’ultimo brano si aggiunge anche il contrabbasso di Mark Dresser».

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

jazz

Le novità jazz del mese da ascoltare in una playlist esclusiva

jazz

È morto a Oslo Jan Erik Kongshaug, ingegnere del suono collaboratore di Manfred Eicher e tra gli inventori del "suono ECM"

jazz

Una nuova partnership lega il Conservatorio di Parma e ParmaJazz Frontiere a un network europeo di formazione e festival