Guy One, un nuovo eroe musicale dal Ghana

Primo disco internazionale per il maestro della musica Frafra Guy One

Guy One
Disco
world
Guy One
#1
Philophon Records
2018

Rumori urbani come in un affollato giorno di mercato in un villaggio sperduto, poi una perfetta ipnosi per corde e tamburi, ed è la magia arcaica e ipermoderna dell'Africa che si ripete ancora, un ritmo in 6/8 che suona avanti e sbilenco, pur essendo esatto come un metronomo, sul quale fioriscono spigoli di flauto come inni alla terra.

Da Bolgatanga, nel nord del Ghana, ai confini col Burkina Faso, così si apre il sipario sul primo disco internazionale di Guy One, fiero testimone della musica Frafra, uno stile che fonde perfettamente tradizione ed esplorazione, suonando come una credibile e freschissima rivisitazione dell'afrobeat dell'immortale Fela.

Sostenuto dal drive inesorabile e lieve del kologo, un banjo a due corde, e da una voce pugnace e suadente al tempo stesso, Guy One ha una biografia che oltrepassa il romanzo. Bigger than life, si diceva una volta. Nato nel 1972 a Nyariga, un villaggio nella savana nell'estremo nord del Ghana, alleva mucche e capre e lavora nei campi e non va mai a scuola, anche perchè la scuola non esiste nel suo villaggio. Poi a vent'anni diventa maestro del kologo e la sua fama arriva nei villaggi circostanti. Alla morte del padre si trasferisce a Bolgatanga, la metropoli economica della regione, e intorno ai trenta incide il primo album che ottiene subito un grande successo: va in tour in tutto il paese e nel 2012 vince il Ghana Music Award. Nel dicembre 2013 esce per la prima volta dal Ghana, dopo l'incontro con il batterista e produttore tedesco Max Weissenfeldt.

 Ed ora, questa epifania in otto sfavillanti tracce, per quaranta minuti scarsi di saporito cibo per il corpo e per la mente. Un organo da library music, un'atmosfera orgiastica, febbrile, gli inconfondibili unisoni di fiati dell'afrobeat, e così si aprono le danze, e muoviamo il capoccione, arresi alla legge del ritmo. La frenesia elettrica dei Konono n.1, ,l'urgenza del funk, la verità del soul, l'afflato politico e naturalista del jazz afrofuturista (viene in mente il leggendario On the Beach di Phil Corhan, già tirato in ballo in sede di recensione per l'ultimo disco del maestro Franco d'Andrea): tutto si tiene in questo magnifico viaggio, tra languori midtempo e melodie a presa istantanea, blues della savana e un non so che di ethio-jazz (forse la pigrizia sensuale di certe ritmiche, l'andatura caracollante di certi groove), country profondissimo (le somiglianze tra il suono del  kologo e quello del banjo, fermo restando i mondi sonori apparentemente così distanti, non sono poche), un vero e proprio gospel pagano e terrigno, un rito a cui prende parte pure lo scorbutico Peter Brötzmann, aduso a ben altre asprezze.

In attesa di intercettare Guy One dal vivo dalle nostre parti, ci accontentiamo di un disco importante e semplicemente bellissimo.

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