Bill Callahan sulle orme di Carver

Gold Record, nuovo disco del cantautore già noto come Smog, è un piccolo capolavoro ispirato ai racconti di Raymond Carver

Bill Callahan Gold Record
Disco
pop
Bill Callahan
Gold Record
Drag City
2020

L’inizio è folgorante: su un rarefatto arpeggio di chitarra, Bill Callahan si presenta con un ironico colpo di teatro: “Salve, sono Johnny Cash”. La canzone è intitolata “Pigeons” e viene conclusa da un “cordiali saluti, L. Cohen”, emulando ciò che fece a suo tempo il maestro canadese in coda a "Famous Blue Raincoat". Figure artistiche imponenti, dotate ambedue di voce baritonale: come la sua.

– Leggi anche: La pastorale americana di Bill Callahan

Fra quegli estremi, il brano dipinge il ritratto di un matrimonio osservato dal punto di vista di un autista di limousine, fra considerazioni filosofiche (“Quando ci si frequenta, ciascuno vede solo l’altro, mentre da sposati si è sposati con il mondo intero”) e osservazioni grottesche (“I piccioni hanno mangiato il riso nuziale e sono esplosi da qualche parte sopra San Antonio”).

Si apre in questo modo il nuovo lavoro del cinquantaquattrenne cantautore statunitense, settimo a suo nome dal 2007, dopo aver dismesso l’intestazione Smog impiegata in precedenza, con la quale era diventato icona della scena indipendente d’oltreoceano a fine Novecento. Segue a poco più di un anno di distanza l’acclamato Shepherd in a Sheepskin Vest, che aveva segnato un mutamento di rotta nella sua poetica, divenuta compassionevole accantonando la proverbiale misantropia.

Rimane intatta la qualità narrativa, nell’occasione ispirata ai racconti di Raymond Carver: in particolare quelli adattati su scala cinematografica da Robert Altman in Short Cuts (da noi, America oggi). Ascendenza evidente, ad esempio, nel toccante “The Mackenzies”, dove al protagonista – proiezione dell’autore: “Sono il genere di persona che vede uscire un vicino di casa e resta nascosto dentro” – capita fortuitamente di essere invitato appunto a casa dei vicini e scoperchiare un malinconico vaso di Pandora.

Gold Record è dunque un disco da sfogliare, soffermandosi sui testi e incappando così nella storia di un topo di biblioteca in crisi (“35”), oppure nel quadretto country dipinto in “Cowboy”: un distillato agrodolce di spleen della prateria (“Tutto ciò di cui ho bisogno è whisky, acqua, tortillas e fagioli, e carne di bisonte una volta a settimana”).

Tornando poi alle stelle polari che ne guidano il cammino, ecco brillare nell’episodio omonimo l’astro di Ry Cooder: “I rocker inglesi, con tutto il loro denaro che va dritto nel naso, mentre Ry sorride appena e tenta un’altra complicata posizione yoga”.

L’apparato musicale è funzionale alla messinscena: essenziale nella forma, garbato negli arrangiamenti e riferito – ovviamente – alla Grande Tradizione Americana, dal pigro blues intimista di “Protest Song” al folk aromatizzato mariachi di “As I Wander”, che chiude la sequenza ed è stato in ordine cronologico l’ultimo pezzo pubblicato sul web con cadenza settimanale durante l’estate, come se ognuno fosse un singolo. E infatti – lo preannuncia con sarcasmo l’intestazione da best seller – l’album è stato creato a simulazione di un greatest hits, in realtà rimettendo mano a bozzetti accumulati nel corso degli anni e concedendosi persino il vezzo di far cover di sé stesso: “Let’s Move to the Country” era l’ouverture di Knock Knock,  disco targato Smog e datato 1999.

Un verso di quella canzone recita: “Mettiamo su famiglia, facciamo un bambino, magari due”. Era un presagio del Callahan adulto, insomma: sposato e padre.

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