La pastorale americana di Bill Callahan

Il ritorno di Bill Callahan dopo sei anni di silenzio: le canzoni a cuore aperto di Shepherd in a Sheepskin Vest

Bill Callahan - Shepherd in a Sheepskin Vest
Disco
pop
Bill Callahan
Shepherd in a Sheepskin Vest
Drag City
2019

C’è quel vecchio adagio che descrive chi nasce incendiario e muore pompiere; potrebbe adattarsi al cinquantatreenne Bill Callahan, agli esordi – ormai tre decenni fa, facendosi chiamare Smog, pseudonimo dismesso nel 2005 – artefice di musica dai contorni angolosi impacchettata in audiocassette e adesso in apparenza saggio cantautore di mezza età.

In verità, al principio del disco appena edito, cita il sé stesso di una volta: “È passato tutto questo tempo, perché non entrate dentro?”, dice in ambientazione da bassa fedeltà nel “benvenuto del pastore”. In effetti, sono trascorsi sei anni dal precedente Dream River, dal quale trapelava già una sorta di serenità zen, da uomo pacificato. A maggior ragione ora: “Ho sposato mia moglie, che è deliziosa, e ho avuto un figlio”, canta in “Son of the Sea”, per poi aggiungere “La casa è piena di vita, la vita è cambiamento”. È una languida ballata dall’umore country, ideale per simboleggiare il senso dell’opera.

La cupezza di certi lavori antecedenti, tipo The Doctor Came at Dawn e Red Apple Falls, si è dissipata al tepore della nuova condizione esistenziale, evidentemente. E infatti: “Il passato mi ha sempre mentito, il passato mi ha dato soltanto tristezza”, afferma nella diafana intensità di “Young Icarus”. Si tratta di canzoni – nell’insieme una ventina – nate con chitarra e voce (la solita, baritonale e confidenziale, fra Leonard Cohen e Lou Reed), cui sono stati aggiunti in seguito pochi altri ingredienti (percussioni, basso acustico, banjo, armonica e varie tastiere, fra la quali un mellotron), mantenendone l’essenza pressoché inalterata. All’ascolto suonano carezzevoli e rassicuranti: l’astratta e toccante “Black Dog on the Beach”, “Morning Is My Godmother” con il suo garbato intimismo, la malinconica “Circles” (dove rievoca la morte recente della madre) e l’aggraziata versione dello standard folk “Lonesome Country” in duetto con la compagna Hanly Banks.

Solamente a tratti riaffiora l’irrequietezza dei tempi andati: nell’impennata asimmetrica che scuote a un certo punto l’altrimenti mite “Released”. Non se ne sente la mancanza, a essere sinceri: Shepherd in a Sheepskin Vest ha una propria fiera coerenza ed è dotato di tali qualità – in termini di scrittura e interpretazione – da lasciarsi apprezzare per ciò che è, ossia la confessione  a cuore aperto di un personaggio affrancatosi dalla scorbutica elusività di chi aspira al rango di figura di culto.

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