Una fabbrica di Leoni?

I "nostri inviati" a Venezia dialogano su passato, presente e futuro della Biennale Musica di Venezia

Bart Simpson alla lavagna
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Articolo
classica

Al termine di 9 anni di direzione artistica di Ivan Fedele e alla vigilia della nomina di un nuovo direttore, i tre critici musicali del Giornale della Musica che hanno seguito in questi anni il Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, Enrico Bettinello, Alberto Massarotto e Stefano Nardelli, dialogano su passato, presente e futuro di questo importante appuntamento.

 

Enrico Bettinello: Inizierei da un bilancio di questi nove anni di direzione di Ivan Fedele, un periodo davvero lungo (più del doppio del suo predecessore Luca Francesconi, per intendersi) che pone subito un primo interrogativo, prima ancora che un bilancio: che Biennale Musica ha trovato e che Biennale lascia al suo successore il compositore pugliese?

 

Stefano Nardelli:Non entro nelle scelte singole di Ivan Fedele, che comunque in questi nove lunghi anni di direzione ho trovato spesso difficili da decifrare e soprattutto da giudicare in un quadro culturalmente coerente. Se i temi scelti via via per le sue Biennali Musica sono stati generalmente molto generali e permeabili, soprattutto nelle ultime edizioni si coglie drammaticamente l’urgenza di una domanda: cos’è e cosa deve essere un festival di musica contemporanea oggi? Nel complesso, mi sembra che la Biennale Musica sia diventata più marginale rispetto a rassegne anche di dimensioni e mezzi più ridotti nel panorama europeo. Sempre utile a dare valore al curriculum di qualche compositore o esecutore o a esibire un leone d’oro o d’argento fra partiture e vecchi libri. Dev’essere questo un festival di musica contemporanea?

 

Alberto Massarotto:Credo che una direzione artistica così lunga non si sia mai verificata prima in tutta la storia recente della Biennale. Nove anni senza interruzione racconta molto della difficoltà di saper individuare una nuova figura, un precedente che andrebbe evitato in futuro visto il risultato che questa esperienza ha portato sotto tutti i punti di vista.

Quanto alla domanda di Stefano, credo che un Festival di musica contemporanea dovrebbe innanzitutto essere una finestra sulla contemporaneità a livello internazionale, in grado di portare all’attenzione di pubblico e addetti ai lavori i “linguaggi dell’oggi” che in qualche modo riguardino la musica sperimentale e di ricerca. La Biennale in questo senso dovrebbe, forte della sua storia, attirare il mondo a Venezia proprio perché non si fa solo musica nuova ma anche teatro musicale, performance, video arte ecc. …
Tornando a Ivan Fedele,nei suoi primi anni di direzione artistica un po’ di “chiasso” l’ha provocato con qualche Leone d’oro molto atteso come quelli a Boulez, Gubajdulina, Sciarrino, alternati però a scelte meno efficaci, come Tan Dun, la mancata presenza di Keith Jarrett – con conseguente cambio di programma da Jarrett a Carter - fino al recente Luis De Pablo.

 

Enrico Bettinello:Un Festival oggi deve e può essere un momento di condivisione di sguardi artistici, un momento di riconnessione di pratiche musicali con delle comunità che da queste pratiche possono uscire più consapevoli e cui possono restituire un senso di urgenza.
Il che significa uscire dall’Accademia, far dialogare le esperienze di scrittura con quelle che si muovono da altri presupposti, riflettere sul suono, sull’interdisciplinarietà. Però per farlo bisogna avere consapevolezza curatoriale, conoscere e “amare” questi linguaggi… mi sembra auspicabile che in futuro se ne tenga conto.

 

Stefano Nardelli:Vi faccio un’altra domanda: cosa ricordate degli ultimi 20 anni? Ci sono state grandi o piccole scoperte in questi ultimi anni di Biennale Musica?

 

Enrico Bettinello:Io credo che l'era delle Biennali Musica del XXI secolo parta con quelli di Uri Caine nel 2003, che - pur nella sua dichiarata estemporaneità, come anche per Castellucci alla Biennale Teatro - ha lasciato dei segni carsici che non si possono dimenticare. Perché è stata una Biennale che parlava di molti linguaggi, che era innervata dal lavoro di compositori come Henry Threadgill, Steve Coleman, Butch Morris o Roscoe Mitchell che sono dei giganti che l’accademia spesso ignora, che ha portato un pubblico diverso e entusiasta.
Giorgio Battistelli prima, Luca Francesconi e soprattutto Ivan Fedele poi, hanno incarnato il compito, secondo me portato a termine progressivamente, di fare i conti con “un mondo” lì fuori - non necessariamente solo quello a trazione afroamericana di Caine, eh - ma in fondo di riportare pian piano tutto a casa, tutto nell’alveo di una riconoscibilità prevalentemente eurocentrica (nelle pratiche prima ancora che nelle carte d’identità) perennemente un po’ a disagio tra l’evidenza della scarsa capacità di coinvolgere comunità e l’esigenza di non deludere un “sistema”.
In questo senso per me tra le cose migliori ci sono stati il lavoro stratosferico di Kyriakides per Gareth Davis e i Neue Vocalsolisten e il Symposium del Klangforum Wien, vero momento comunitario, al di là dei singoli pezzi. Perché poi di pezzi singolarmente interessanti - così come soprattutto di interpreti e ensemble fantastici - se ne sono comunque ascoltati, non tantissimi rispetto a un sacco di cose noiose e accademiche, ma ha forse senso fare una classifica quando il mondo americano, afroamericano, asiatico (con qualche eccezione) sono stati sostanzialmente ignorati o fatti oggetto di un esotismo fuori tempo massimo.

 

Alberto Massarotto: Ricordo che già durante l’ultimo anno di Francesconi si sentiva il bisogno di un significativo cambiamento. Eppure aveva fatto premiare Helmut Lachenmann (2008), György Kurtág (2009), Wolfgang Rihm (2010) con ottime esecuzioni. Prima di lui, Giorgio Battistelli ci ha regalato Quaderno di strada di Sciarrino, un capolavoro, serate tra antico e contemporaneo nelle chiese, musica elettronica e dj-set che, se non sbaglio, sono state di largo richiamo. I Leoni d’oro venivano poi assegnati anche ai migliori lavori eseguiti, ad esempio FAMA di Beat Furrer. Insomma negli ultimi anni siamo andati incontro a un definitivo appiattimento dell’offerta del Festival con un inevitabile irrigidimento della proposta culturale e la conseguente perdita del pubblico più vario.

Le questioni di budget possono in parte venire aggirate da co-produzioni dal respiro internazionale in grado di creare un’attesa mediatica. Operazioni così richiamerebbero di sicuro un pubblico nuovo, che è uno degli obiettivi che un festival di musica contemporanea dovrebbe anche perseguire. Infine è venuto sempre più a mancare uno spazio secondo me indispensabile, quello per il confronto e il dibattito tra artisti e musicisti.

 

Enrico Bettinello: Nella mia recensione di questa edizione accenno a un tema che mi sembra piuttosto centrale: la sempre più evidente funzione della Biennale - ma anche di altre rassegne - di programmatore di musica tardo Novecentesca che non trova spazio nelle stagioni operistiche e concertistiche. È un compito della Biennale? Quali problematiche presenta secondo voi dal punto di vista curatoriale?

 

Alberto Massarotto:La Biennale dovrebbe tornare ad avere un ruolo da protagonista in Italia e di prestigio in Europa. Per far ciò dovrebbe allargare il suo campo d’azione a più correnti e discipline, portare a Venezia ciò che altrimenti in Italia non sarebbe possibile ascoltare, tenendo presente delle potenzialità di internet. Dovrebbe insomma selezionare il meglio del momento. Questo consentirebbe anche a discografici ed editori un filtro maggiore su cosa può veramente ritenersi interessante e degno di essere pubblicato.

Può essere compito della Biennale riportare alla luce musica che è stata ingiustamente dimenticata, sempre se l’operazione rientra nel tema della rassegna: il nuovo può reggere il confronto col grande repertorio solo se di qualità. In generale, si deve pretendere dalla Biennale arrivi a offrire la migliore fotografia della contemporaneità, sia pure con le dovute scelte. Una volta posto questo principio come solide fondamenta, si può erigere il programma più congeniale.

 

Stefano Nardelli: Non vedo necessariamente una tensione fra contemporanea e passato più o meno recente. Nel contemporaneo siamo immersi fino al collo (e anche di più). Riflettersi nello specchio del passato può darci una guida per non affogare. Mi piace ricordare il lavoro di Mario Messinis alla Biennale Musica, per il quale quel conflitto non esisteva. Anzi, era motivo di ispirazione per seguire i sentieri del presente.

 

Enrico Bettinello: Quali festival e rassegne europee secondo voi si muovono su terreni che la Biennale potrebbe esplorare? A me sembra sempre interessante quanto avviene November Music a s-Hertogenbosch o Huddersfield …

 

Stefano Nardelli:Aggiungerei anche il Festival Musica di Strasburgo, che seguo da diversi anni, al quale la neodirezione di Stéphane Roth ha cercato di dare un certo slancio rendendola più inclusiva. Innanzitutto c’è l’idea della festa, una festa inclusiva per abbattere il cliché dell’elitismo, male di cui la contemporanea spesso non riesce a liberarsi e la Biennale Musica non fa eccezione. Anzi. Come si fa? Per esempio, abbattendo le frontiere fra generi, che ormai hanno poco senso e non solo all’interno della musica. E qui auspico che l’era Cicutto spinga soprattutto su una reale multidisciplinarità che superi, per quanto possibile, l’organizzazione in settori. Ci vuole anche un grande sforzo di educazione, che deve guardare al pubblico di domani, come ormai tutti i festival fanno con attività mirate ad abbattere i muri anche del pregiudizio e allargare la base degli spettatori. Qui si tratta di metterci idee, soprattutto una visione di futuro.

 

Enrico Bettinello: C’è anche una questione di linguaggio. Una cosa che mi ha colpito molto è la difficoltà - che era anche un po’ di Francesconi - nel provare ad allargare a linguaggi non accademici. Se è vero che ora è stato avviato un lavoro sulla figura del dj con il Centro Informatico Musicale e Multimediale (ma è mancato totalmente quel mondo di raccordo - tra l’altro molto frequentato da pubblico giovane - tra le esperienze creative di matrice popular e tradizione sperimentale Novecentesca), le proposte extra-colte che si sono succedute negli anni mi hanno dato l’idea di una certa casualità e di una scarsa relazionalità con il resto del programma.

 

Stefano Nardelli:Una coordinata pressoché assente è quella del teatro musicale, nonostante il suo prepotente ritorno negli interessi dei compositori, anche dei più giovani, e del pubblico. Teatro musicale nella sua accezione più ampia di combinazione di suono e dimensione performativa. È costoso, certo. È rischioso, sicuramente. Persino teatri lirici dal profilo marcatamente tradizionale avvertono ormai come una necessità quella di far rinascere un genere dato per morto cinquant’anni fa. Alla Biennale Musica, salvo rarissime eccezioni, il teatro musicale non è pervenuto e, quando c’è stato, si sono visti lavori piuttosto vecchi o marginali. Anche la carta della Biennale College è stata giocata male, anche se mi auguro che qualcosa nasca da quell’esperienza.

 

Enrico Bettinello: Ed è un peccato, perché dal punto di vista scenico i settori Danza e Teatro hanno offerto in questi anni una visione molto interessante delle possibilità drammaturgiche e tecniche, nonché dei temi più urgenti che animano la scena Europea.

 

Alberto Massarotto: In questo senso ricordo solo Written on Skin di George Benjamin dello scorso anno, non una novità visto che era già uscito su disco e DVD dopo aver girato in vari teatri europei, comunque una bella produzione e abbastanza recente, purtroppo in forma di concerto. Ricordo orchestra e cantanti stretti sul palco del Goldoni: abbiamo rimpianto tutti quello della Fenice che da anni, dopo averne caratterizzato la storia, ha chiuso con la Biennale, purtroppo. Si ripropone dunque il problema di far rete con istituzioni del territorio.

Perché non intercettare le nuove produzioni e cercare un accordo di co-produzione permettendo così all’opera di circolare maggiormente? Ad esempio nel 2017 il Festival di Bregenz ha commissionato al giovane greco Zesses Seglias una versione di To the Lighthouse dal romanzo di Virginia Woolf: bellissimo spettacolo dall’ampia risonanza mediatica, Italia a parte. Bisognerebbe giocare anche su questi aspetti per attirare l’attenzione. Invece è stato riproposto I Cenci, che poteva trovar posto alla Fenice come spettacolo di repertorio, così come è stato per Riccardo III.

 

Enrico Bettinello:In questi giorni verrà comunicato il nome del nuovo direttore e quasi certamente si tratterà di un compositore o di una compositrice. Io credo che, a monte di ogni possibile discorso, il problema principale rimanga questo, l’ho già scritto in passato e continuo a sostenerlo con forza e pur con il massimo rispetto per tutti: il direttore artistico dovrebbe essere un direttore artistico di professione, un curatore, come ce ne sono molti in Europa e come è giusto che sia perché è un lavoro, un lavoro creativo, un lavoro importante e non si capisce perché si debba insistere con i compositori che, giustamente, fanno un altro mestiere e per quanto possano avere belle idee, difficilmente hanno l’esperienza, il tempo, la visione e soprattutto la libertà di un vero curatore. Ci libereremo mai di questa abitudine? Avere una figura curatoriale magari estera che porti idee, sguardi, network… per me è una priorità.

 

Alberto Massarotto:Il direttore artistico non dovrebbe essere ricercato esclusivamente nella figura del compositore, che per natura ha anche bisogno di far eseguire la sua musica con il rischio di scambi di favore. Temo che un compositore italiano ormai affermato riesca difficilmente ad ascoltare i colleghi con attenzione, soprattutto se più giovani, forte delle proprie convinzioni e dei riconoscimenti raggiunti.

Sono quindi d’accordo, la figura di un curatore, che sia musicista di formazione oltre che curioso, accanito ascoltatore e frequentatore delle sale da concerto, è ormai urgente.

 

Stefano Nardelli:Non sarei così categorico. Ci sono figure di compositori prestati alla direzione artistica che hanno lasciato un segno molto visibile. Penso ad esempio al grande lavoro di Heiner Goebbels alla Ruhrtriennale fra il 2012 e il 2014, un compositore un po’ anomalo rispetto agli standard accademici prevalenti, ma capace di pensare a un programma non “classico” eppure capace di una narrazione coinvolgente per esperti e un pubblico vasto e popolare. Goebbels si era anche inventato un premio al miglior spettacolo assegnato da una giuria di bambini. Non oso pensare come reagirebbe un bambino davanti alla Biennale Musica attuale, ma sarebbe certamente un esperimento interessante e stimolante. In fondo, se sopravviverà agli anni, la Biennale Musica sarà roba loro un giorno.

 

Enrico Bettinello: proviamo a indicare tre idee ciascuno per la Biennale Musica che vorremmo? Io dico: 1) direttore artistico di respiro internazionale che sia un curatore e non un compositore (lo so, l’ho già detto, me ne gioco una, ma giova ripeterlo); 2) totale integrazione nel programma delle esperienze creative più interessanti che vengono da altre geografie e dai linguaggi extracolti; 3) co-produzioni con altre realtà Europee

 

Stefano Nardelli: Se avevano già poco senso le frontiere nel mondo globalizzato pre-Covid, continua a non averlo negli articolati domini della creatività. Su questo la Biennale ha un grande potenziale, con la multidisciplinarietà scritta nel DNA ma poco applicata nelle ultime stagioni. Come ho detto, servirebbe pensare meno all’interno di recinti di “musica”, “teatro” e “danza”, per restare nelle arti performative, e tentare una reale interazione fra le arti.
Del resto questo avviene già: è sempre più complicato cercare di definire dei confini fra generi e linguaggi. Speriamo che l’esperimento cicuttiano della mostra “Le Muse Inquiete” nata, se non dall’interazione dei diversi settori, dalla loro co-partecipazione possa segnare l’inizio di un percorso in quella direzione.

 

Alberto Massarotto:1) Una Biennale che torni al centro dell’interesse locale, che si riappropri dei luoghi persi nel tempo – Teatro la Fenice, chiese, campi o piazze; nazionale, come finestra sulla contemporaneità a livello internazionale - in Italia abbiamo già modo di vedere e ascoltare ciò che succede; europeo, arrivando a piazzarsi tra i migliori festival al mondo per qualità della proposta e natura delle forze coinvolte, riaccendendo l’interesse a livello globale.

2) Residenzialità: la Biennale dovrebbe affidare ai più grandi musicisti al mondo una progettualità da svilupparsi nel tempo in città, i cui frutti possano essere raccolti durante i giorni del Festival

3) Education: un'istituzione che torni a offrire laboratori di qualità destinati a studenti di ogni ordine e grado, pronti a coinvolgerli e portarli alla scoperta di nuovi suoni e pratiche. Il Festival dovrebbe inoltre dedicare loro uno spazio apposito con spettacoli commissionati o con adattamenti di opere già esistenti, ad esempio Das Kleine Ich bin ich di Georg Friedrich Haas, che sicuramente piaceranno anche agli adulti.

 

Stefano Nardelli: Quanto alle co-produzioni con altre realtà Europee, è fondamentale, direi. Perché è la vocazione storica di Venezia l’apertura al mondo. Perché le risorse per le arti sono scarse ovunque e lo saranno anche di più, temo, nei tempi che verranno. Perché le arti performative non si muovono all’interno di recinti nazionali, perché esiste nei fatti una sempre maggiore integrazione a livello europeo e internazionale fra organizzazioni produttive che operano nei territori della ricerca nelle arti (e l’Italia spesso arranca su quel fronte). Credo che per la Biennale, per la sua grande storia e per il prestigio internazionale di cui ancora gode, sia una scelta obbligata.

Ma non posso anche non sottolineare, d’accordo con Alberto, come sarebbe fondamentale anche una cooperazione con le altre importanti istituzioni musicali veneziane. Puoi saltare ancora più in alto, se hai i piedi ben appoggiati sul tuo territorio. La Biennale spesso si è comportata come un organismo alieno rispetto alla città. E la città sinceramente ricambia. Sviluppare attività come il CIMMM e aprire l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee ma anche mettere in campo attività “carsiche” di produzione e stimolo per realtà che operano nella dimensione metropolitana aiuterebbero a radicare la Biennale nel suo territorio naturale e a assorbirne linfa creativa vitale. Oppure il rischio è di diventare una fabbrica di leoni con le ali ma vuota di reali contenuti.

 

Enrico Bettinello: direi che di cose ne abbiamo già dette parecchie, non resta che mandare il più sincero imboccallupo a chi verrà...

 

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