Riscoprire Guido Alberto Fano
Intervista a Vitale Fano, curatore dell’Archivio Fano e nipote del compositore che rappresenta una figura significativa ma ancora poco nota del Novecento italiano
30 gennaio 2026 • 11 minuti di lettura
Guido Alberto Fano è stato un compositore e pianista italiano di grande rilievo, allievo prediletto di Giuseppe Martucci e figura significativa nel panorama musicale italiano del primo Novecento. Nato a Padova nel 1875 e scomparso nel 1961, Fano ha insegnato nei principali conservatori italiani, da Parma a Napoli, fino al ruolo di professore di pianoforte al Conservatorio di Milano, e ha attraversato con la sua musica e la sua attività didattica decenni cruciali della storia musicale nazionale. La sua produzione comprende musica da camera, lavori sinfonici, lirici e numerose composizioni per pianoforte, lavori caratterizzati da una salda radice nella tradizione tardoromantica e da una raffinata scrittura contrappuntistica. Tra le sue composizioni da camera spicca il Quintetto per pianoforte e archi in do maggiore, scritto intorno al 1917. Recentemente le Edizioni Curci hanno pubblicato l’edizione moderna di questa partitura all’interno della Guido Alberto Fano Collection, segnando un importante passo per la riscoperta della produzione di questo compositore. Questo lavoro sarà inoltre disponibile presto in nuova registrazione pubblicata dall’etichetta Brilliant Classics.
Di tutto questo e dell’importanza della figura di Guido Alberto Fano nel mondo musicale italiano della prima metà del XX secolo abbiamo parlato con Vitale Fano, nipote del compositore e curatore dell’Archivio Fano.
Partirei proprio dal Quintetto per pianoforte e quartetto d’archi, di cui è appena stata pubblicata la partitura per le Edizioni Curci.
«Si tratta di una composizione di grande impegno: quattro movimenti per circa 40 minuti di musica, nata in un periodo particolare della sua vita. Siamo nel 1917. Guido Alberto è a Palermo: è stato direttore del Conservatorio di Parma, quindi di quello di Napoli da dove viene trasferito d'ufficio a Palermo per questioni professionali e un po' anche per l’ostilità di parte dell’ambiente napoletano. Questo trasferimento è vissuto piuttosto male, tanto è vero che chiede di tornare al nord, rinunciando al posto di direttore e accettando di fare l'insegnante di pianoforte al Conservatorio di Milano. Nel Quintetto si avverte il momento di sofferenza, di speranza ma anche di rinascita, di difficoltà, certo, ma anche di fede in un ideale musicale come si coglie anche nell’epigrafe all'inizio della partitura, che dice: “Mi ridestai all’arte ed alla vita. E fu dolore ancora. Nell’Eterno speranza e luce”. Quella luce si ritrova negli ultimi minuti del Quintetto in cui compare una tromba con sordina, che intona una melodia di corale, in un finale di grande effetto».
Guido Alberto Fano, Quintetto per pianoforte e archi (I. Allegro molto moderato). Aldo Ciccolini (pianoforte) e Quartetto d’Archi di Torino.
Presto ci sarà anche una nuova registrazione in CD del Quintetto: ce ne puoi parlare?
«Del Quintetto va segnalato innanzitutto il CD del 1996 con Aldo Ciccolini e il Quartetto d’Archi di Torino, che è stato l'inizio della divulgazione delle musiche di Guido Alberto Fano. A breve Brilliant distribuirà una nuova registrazione del Quintetto e del Quartetto di Fano con il pianista Massimiliano Ferrati e il Mark Rothko Ensemble, formato dai violinisti Carlo Lazzari e Giada Visentin, dal violista Benjamin Bernstein e dalla violoncellista Marianna Sinagra. Questa formazione l’ha eseguito in un piccolo tour nello scorso ottobre con tappe a Padova, Bologna e a Venezia, e devo dire che l'hanno studiato e interiorizzato molto bene. Non ho ancora avuto l’opportunità di ascoltare la registrazione ma credo che sarà un ottimo risultato».
Quintetto a parte, a tuo avviso qual è l'importanza di Fano nel panorama della musica del Primo Novecento italiano?
«Fano è molto inserito nel movimento di rinnovamento tipico della musica e dell’arte del Novecento. Per diversi anni rinnova il suo linguaggio verso la tonalità, verso l’armonia per quarte, verso l’esatonalità. Si coglie un’ansia di rinnovamento e una ricerca interessante, i cui apici possono essere individuati nel poemetto Il sogno della Vergine su testo di Giovanni Pascoli del 1913, una composizione per canto e pianoforte. Il linguaggio musicale è molto avanzato e con caratteristiche piuttosto rare in quell’epoca in Italia. In seguito, però, un po’ le difficoltà professionali e artistiche e un po’ l’avanguardia, che prende una strada che non condivide, lo fanno arretrare sul piano dell’innovazione del proprio linguaggio musicale. Già il Quintetto ha un linguaggio decisamente tardoromantico. Credo che l’altro aspetto non ancora messo in evidenza è l’uso della tavolozza orchestrale. Fano è stato l’allievo prediletto di Giuseppe Martucci e con il suo maestro condivide il gusto per l’accostamento dei colori orchestrali».
Hai citato Giuseppe Martucci fra i suoi maestri. Ci sono altre personalità della cultura dell’epoca con le quali Guido Alberto Fano ha intrattenuto rapporti durante la sua vita?
«Da ricordare c’è sicuramente il suo rapporto molto forte con Giuseppe Martucci. Su una sua partitura nel 1897, quindi alla fine del suo percorso di studi, Martucci annota: “Al mio allievo prediletto”. Seguirà una corrispondenza molto calda e molto bella fra i due. Nel 1902, Fano conosce Toscanini: dalle lettere si intuisce una condivisione di gusti musicali fra i due. Fano suona al pianoforte le sue composizioni per orchestra, mentre Toscanini legge le partiture. Toscanini se ne dice entusiasta e si propone di farle conoscere dirigendole lui stesso ma questo non avvenne mai, anche se due manoscritti di Fano sono stati trovati nel Fondo Toscanini alla New York Private Library e in una biblioteca di Aosta con dedica a Toscanini. Fra l’altro, nel 1905 Toscanini è in commissione per l’assegnazione del posto di direttore del Conservatorio di Parma e sostiene Guido Alberto Fano. Il rapporto e la stima reciproca proseguono fino a un certo punto ma poi credo succeda un qualche screzio fra i due e il rapporto non trova più nessun seguito. Anche Tullio Serafin ha diretto sue composizioni per orchestra e nel 1910 gli chiede un pezzo per un concerto da eseguirsi a Roma, un segno dell’apprezzamento per la sua musica. L'anno successivo eseguirà a Torino due suoi Poemi per canto e orchestra, che ottengono critiche piuttosto lusinghiere. Ma anche con Serafin il rapporto a un certo punto si interrompe».
Fano conosce e intrattiene rapporti anche con Gabriele D’Annunzio …
«Nel 1902 D’Annunzio passa per Bologna e lo incontra. All’epoca il Vate sta preparando l’allestimento della sua tragedia Francesca Da Rimini con le musiche di scena di Antonio Scontrino, compositore catanese. Si tratta di un’operazione costosissima che dopo un po' viene in qualche modo abbandonata, perché, fra l’altro, prevede un’orchestra di dimensioni esagerate. Il rapporto con Scontrino un po’ si allenta ma dopo aver conosciuto Fano, D'Annunzio gli affida il compito di curare l’aspetto editoriale di questo suo lavoro e delle musiche di Scontrino in una notazione quadrata molto elegante, che si può vedere nelle ultime pagine dell'edizione dell’epoca. Su questa relazione ci restano testimonianze epistolari molto interessanti».
Parlando di D’Annunzio, in quegli anni molti compositori mettono in musica sue liriche. Esistono anche composizioni per canto di Fano?
«La composizione di liriche per voce e pianoforte è molto significativa e attraversa quasi tutto il suo arco produttivo già da studente. Curiosamente non se ne trova nessuna su poesie di D’Annunzio, quando questi è in vita. Lo farà qualche anno dopo la morte di D’Annunzio, negli anni della seconda guerra mondiale: comporrà i Sette canti su poesie di D’Annunzio, che anche sono stati oggetto di una pubblicazione dell’Editore Curci, una sorta di omaggio postumo a quel rapporto. All'inizio Fano sceglie testi di poeti locali o padovani o bolognesi, vicini alla sua cerchia. In seguito attinge alle poesie di Pascoli, di Carducci e, come detto, di D’Annunzio. Nel suo catalogo si trovano anche due Poemi per canto e grande orchestra molto interessanti del 1906 e 1907, uno su testo di Heinrich Heine trascritto da Carducci e l’altro su La mia sera di Pascoli. Anni fa l’allora direttore musicale del Teatro La Fenice, Marcello Viotti, aveva pensato di eseguirle in concerto ma purtroppo ci ha lasciato prima di riuscire a realizzare quel progetto».
Vuoi parlarci dell’Archivio Fano: quando nasce, com’è strutturato e soprattutto cosa ancora deve far conoscere della musica di Guido Alberto Fano?
«Ho ereditato l'Archivio da mio padre Fabio, figlio di Guido Alberto e anche lui pianista e musicologo, che l’ha conservato molto gelosamente. Fin da bambino ho sempre sentito parlare del nonno che non era stato capito e che bisognava far conoscere. Nonno Guido Alberto è sempre stato presente in casa, anche se non l’ho davvero conosciuto, perché è morto quando avevo solo quattro mesi. La morte di mio padre nel 1991 e il mio trasferimento in una nuova abitazione è stata l’occasione per fare un inventario e di cominciare il lavoro di valorizzazione dei materiali lasciati dal nonno. Guido Alberto Fano non ha scritto moltissimo, anche perché per un lungo periodo ha smesso di comporre: fra il Quintetto e le composizioni successive passano quasi 15 anni. L’Archivio conserva tutti i suoi manoscritti e le edizioni dei suoi lavori ma anche un fondo documentario sterminato, con lettere, programmi di concerto, critiche dei suoi lavori e moltissimi altri documenti oltre alla biblioteca musicale costruita da Guido Alberto, da mio padre e da me. L'Archivio Fano ha avuto anche importanti riconoscimenti ufficiali: è stato riconosciuto di interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Ministero della Cultura e di interesse locale della Regione Veneto».
Hai citato le Edizioni Curci: che tipo di lavoro si sta facendo sul lascito musicale di Guido Alberto Fano?
«Le Edizioni Curci, in particolare nella figura della sua responsabile editoriale Laura Moro, hanno manifestato da subito interesse per questo patrimonio musicale italiano che andava assolutamente tutelato e fatto conoscere. Grazie anche al contributo del CIDIM è stata avviata la Guido Alberto Fano Collection ormai quattro anni fa con l'intento e l’ambizione di riuscire a pubblicare almeno tre nuove partiture ogni anno. Avendo scelto delle composizioni piuttosto complesse, come il Preludio Sinfonico e l'Ouverture per orchestra oltre al Quintetto, non sarà possibile mantenere questo ritmo ma siamo già alla sesta uscita. È un progetto molto ambizioso, di cui sono grato alle Edizioni Curci».
Oltre alle partiture, un importante contributo alla conoscenza dell’eredità musicale del nonno viene anche dell’esecuzione delle sue musiche, un’attività che ti vede personalmente molto impegnato anche nella tua veste di direttore artistico di Musikàmera.
«Devo dire che ciò che mi ha spinto verso l’attività organizzativa è stato proprio il desiderio o l'esigenza di far conoscere la musica di Guido Alberto Fano. Ormai da vent’anni ho provato a farlo cercando contesti sempre diversi in cui inserire la sua musica. Presentarla in concerti monografici, temo sia più difficile da accettare e il rischio era di non avere il tipo di risposta e quindi di diffusione che auspicavo. Grazie alla collaborazione con il Teatro della Fenice, abbiamo realizzato regolarmente delle piccole rassegne concertistiche, prima di cinque concerti e poi di tre nelle Sale Apollinee. Queste rassegne sono servite proprio per coinvolgere musicisti italiani e non solo nell’esecuzione di quella musica, che è stata anche l’occasione di conoscere un compositore praticamente del tutto dimenticato per molti di loro».
Guido Alberto Fano, Sonata in re minore per pianoforte e violoncello. Silvia Chiesa (violoncello) e Maurizio Baglini (pianoforte).
I musicisti che sei riuscito a coinvolgere nella riscoperta delle composizioni di Guido Alberto Fano sono davvero molti: vuoi citarne qualcuno?
«Roberto Prosseda lo considero uno degli alleati più solidi. Oltre a lui, citerei Maurizio Baglini, Silvia Chiesa e Davide Alogna fra quelli che più si sono affezionati e che proseguono maggiormente l’opera di divulgazione. Negli anni sono riuscito a far interpretare sue composizioni anche ad Aldo Ciccolini, a Rocco Filippini, Shlomo Mintz, Pietro De Maria, Enrico Dindo ma anche al Quartetto di Cremona, al Quartetto Arditti, a Sara Mingardo e a Silvia Frigato, per citare solo qualche nome. Non si tratta solo di trovare nomi “acchiappapubblico” ma il motivo più importante è che ascoltare quella musica eseguita da grandi interpreti ne restituisce tutta la bellezza».
Roberto Prosseda è anche il solista del CD “War Silence” pubblicato da Hyperion che raccoglie quattro composizioni per pianoforte e orchestra di Guido Alberto Fano, Luigi Dallapiccola, Silvio Omizzolo e Christian Carrara. Un CD che ha ottenuto anche un importante riconoscimento: ce ne vuoi parlare?
«Devo davvero ringraziare Roberto Prosseda, che è un vero vulcano di idee. Per questa registrazione ha scelto quattro concerti per pianoforte, fra cui l'Andante e Allegro con fuoco di Giulio Alberto Fano, un pezzo da concerto scritto nel 1900, ed è riuscito a farla eseguire dalla London Philharmonic Orchestra diretta da Nir Kabaretti. Il CD è uscito circa un anno fa ed ha ottenuto – e questo è un motivo di grande soddisfazione – l'International Classic Music Awards proprio 15 giorni fa, contro concorrenti del calibro di Yuja Wang con la Boston Symphony, di Daniel Harding e di Isabelle Faust. Credo si sia imposta soprattutto la peculiarità del progetto, oltre alla qualità di tutti gli interpreti coinvolti».
C'è qualche lavoro conservato nell'Archivio Fano che ti sta particolarmente a cuore e che non ha ancora avuto un riconoscimento pubblico?
«Tutta la musica sinfonica, direi. Ma il vero tesoro nascosto nell’Archivio è la sua opera lirica, composta fra il 1909 e il 1912. Si intitola Juturna ed è tratta dagli ultimi canti dell’Eneide di Virgilio. Juturna è la ninfa che cerca di proteggere il fratello nel duello contro Enea. Dalla vittoria dell’eroe troiano seguirà il matrimonio con Lavinia, che dà origine alla stirpa italica. All’epoca queste idee erano molto sentite e Guido Alberto Fano, che teneva molto a un’idea di italianità nella musica, decide di sostenerle attraverso un’opera lirica, a differenza di Martucci che aveva rifiutato completamente le composizioni per il teatro. Per Fano quest’opera era un punto di arrivo che si compie nei tre anni dedicati alla sua composizione. Il librettista è un letterato e politico nazionalista trentino, Ettore Tolomei, senatore del Regno d’Italia e figura piuttosto discussa per aver portato avanti l’italianizzazione dell’Alto Adige. Nonostante Tolomei fosse una personalità in vista e con molte conoscenze influenti, non è mai riuscito a far eseguire l’opera, forse per l’evoluzione del gusto del pubblico o per il soggetto, e in seguito per un clima non favorevole a un autore ebreo come Fano (a questo proposito esiste una lettera della fine degli anni Trenta in cui Tolomei riferisce che un funzionario in risposta al suo ennesimo tentativo di mettere in scena l’opera scrive: “Un compositore non ariano? Niente da fare!”) Anche oggi è molto difficile immaginare di portarla in scena perché è un lavoro che richiede un’orchestra wagneriana e molti interpreti vocali ma stiamo tentando di riuscire magari a registrare estratti con le parti più significative. Il mio sogno è quello di riuscire a far conoscere almeno alcune parti di Juturna e la sua musica per orchestra».